— Ma — rispose Carmine — so quel che si disse, che era fuggito in Francia, donde il duca fece venire l’atto di morte.

— E parmi che era stato condannato.

— Sicuro, dalle leggi ecclesiastiche e dalle civili, dall’una come eretico e come stregone perchè quando lo arrestarono trovarono in camera sua teschi, stinchi, animali impagliati, fiale, libri stampati con caratteri strani, e moltissime lettere dei suoi amici di Francia che provavano come egli non credesse a Dio, sempre sia lodato, e congiurasse per fare quel che poi i Francesi fecero: uccidere i re, i signori, i preti, i frati e proclamare la Repubblica. Perciò fu condannato in contumaccia alla pena di morte.

— Ma era davvero un uomo così sanguinario, così invasato dal diavolo?

— Chi? lui? — esclamò Carmine con impeto. — Era il più buono, il più dolce, il più caritatevole signore che sia mai nato su questi monti. Era sempre proclive a consigliarci, ad aiutarci e non sdegnava lui, il potente duca di Fagnano, marchese di Cerzeto e grande di Spagna di prima classe che aveva il diritto di stare col cappello in testa innanzi al re, capisci? innanzi al re col cappello in testa, non isdegnava, poichè si intendeva di medicina, di entrar nelle umili casucce dei contadini se sapeva che alcuno fosse malato, per curarlo, provvedendolo insieme di medicine, di cibi e di vini generosi.

— Il fratello è tutt’altro uomo — disse Geltrude — superbo, avaro, non l’ho visto mai rispondere al nostro saluto. I pochi giorni dell’anno che dimora qui con la figliuola se ne sta sempre nel castello. Ma via, Carmine, so che tu ci entri per qualche cosa nella storia del fratello che fu condannato a morte come eretico e come cospiratore. Son cose oramai passate, che hai da temere infine? Ti confesso che muoio dalla voglia di sapere la verità. Ti giuro sulla Madonna del Carmine che non una parola mi uscirà di bocca. E poi, il duca ora è ben lontano; ha portato con sè la figliuola e si dice che non tornerà più... Che ci vuoi fare? È da tanto, da tanto che mi struggo dal desiderio di sapere come andò la faccenda.

— Quale faccenda?

— Del matrimonio. Perchè non credere che la cosa sia rimasta occulta. Il duca di Fagnano, il morto, sposò in piena regola la povera Rachele, la figlia del barone di Pietrasanta la quale poi morì di una morte sì strana. Ma dove, ma come, ma quando? Nessuno ne sa niente. Il barone di Pietrasanta, quando seppe che la figliuola era l’amante di un discendente di quei duchi di Fagnano coi quali i suoi per tanti secoli, si può dire, erano stati in lotta e che era finita dopo tanto sangue sparso da una parte e dall’altra con la rovina totale dei Pietrasanta, oppresso dalla miseria, dall’onta, dal dolore, morì quando la figliuola non potè più occultargli le conseguenze del suo fallo. Insomma, caro Carmine, vedi che è inutile il continuare a far con me l’inconsapevole. Andiamo, via; non sono stata un tempo la tua amica del cuore? non ti ho sempre voluto bene anche dopo che la vecchiaia ci ha raffreddato il sangue? Eppoi, chi sa, certe cose è sempre buono a saperle in due.

Il vecchio Carmine aveva ascoltato con un viso che rifletteva i vari sentimenti dell’anima. Infine parve convinto.

— Ebbene — disse levandosi la pipa di bocca — se mi prometti di esser prudente e ne comprenderai da te stessa la ragione; se, cosa ben difficile per voi donne, mi giurerai di tener per te i particolari della triste storia che ti narrerò, i quali se si sapessero potrebbero forse costare la vita a me e quel che più importa a persona anche a te molto cara: se dunque...