— Via, via, non la far più lunga — esclamò la vecchia — ho capito, ho capito: questa persona molto cara a me, è Riccardo, non è vero? Riccardo?

— Prometti dunque — disse Carmine — prometti di non dir mai a nessuno quel che ti narrerò.

— Se l’ho giurato sulla Madonna del Carmine!

— Ascolta dunque e saprai quel che può l’avarizia, l’ambizione nell’anima di un uomo.

L’uragano era cessato: il paesello taceva nelle tenebre. Ed ecco la storia che il vecchio Carmine si mise a narrare.

— Il vecchio duca, il padre dei due fratelli Tommaso e Silvestro, prediligeva il primo che esser doveva l’erede dei suoi titoli e dei suoi beni, ed anche perchè più buono d’indole dell’altro che fin dalla prima giovinezza si era addimostrato superbo, arrogante, ipocrita e propenso solo ai bagordi, tanto che non aveva voluto darsi nè alla carriera delle armi, nè a quella del sacerdozio che era la carriera percorsa da tutti i cadetti della grande famiglia; e quantunque il duca avesse preso ai suoi servigi un dottissimo abate per l’educazione dei suoi figliuoli, mentre Tommaso studiava con passione, Silvestro a venti anni sapeva appena appena leggere. Tra i due fratelli non ci era punto buono accordo, e non certo per colpa del primogenito che dal minore si sentiva odiato ed invidiato pel grande affetto che meritatamente a lui portava il padre, al quale non aveva dato mai un dolore, mentre l’altro non ci era giorno che non gliene facesse una. Ora una madre, a cui Silvestro aveva sedotta la figliuola faceva risuonare di pianti e di grida il castello: ora un padre, cui Silvestro ubbriaco aveva ferito il figlio, chiedeva un risarcimento; ora un contadino ricorreva per un abuso, o un sopruso, o un danno prodottogli dalla malvagità del giovanotto; insomma il vecchio duca ne era disperato. Nè si può dire che fosse del tutto contento dell’altro, sebbene quieto, tranquillo, studioso, troppo anzi studioso per un giovane che per la sua nascita, era chiamato a ben altro che a viver la vita dello scenziato, onde l’avrebbe voluto meno timido, meno semplice di costumi, più incline al fasto. Insomma sarebbe stato ben lieto se l’uno con le sue virtù avesse avuto un po’ dei vizi dell’altro, e l’altro coi suoi vizi avesse avuto un po’ delle virtù dell’uno. Ora mentre Silvestro, il minore aveva fama di essere un gran scavezzacollo, l’altro incominciava ad acquistar nome di un grande scenziato, quantunque ancora giovanissimo, e si teneva in continua corrispondenza con gli altri scenziati, di Francia specialmente, i quali finirono col guastargli la testa.

Quando il vecchio duca venne a morire, i due fratelli, l’uno dei quali aveva ereditato col titolo tutti i beni, una fortuna colossale, mia cara, cui si aggiunse poi quella del marchese di Cerzeto, non ebbero più freno alle loro inclinazioni. Silvestro quantunque povero si diede a sfoggiarla facendo dei debiti, e quando non trovò più chi gli desse dei danari, ne chiese al fratello che in sulle prime non glieli negò, ma poi fu costretto a stringere i lacci della borsa onde l’odio si accrebbe del cadetto che non poteva più soddisfare le sue costose passioni. Da qui malumori, liti, scene violente, che avevan diviso il paesello in due parti, dell’una parte la gente seria, dall’altra tutti gli amiconi, i compagni d’orgia del cavaliere Silvestro. Però anche la gente seria non poteva trattenersi dal rimproverare al nuovo duca l’abbandono dei suoi vasti poderi, abbandono che danneggiava anche i poveri contadini ai quali mancava il lavoro e col lavoro la pur miseria mercede.

Così stavano le cose quando incominciò a parlarsi vagamente di un amoretto del duca, il quale fin allora non aveva voluto prender moglie, non solo, ma non aveva voluto mai aver che fare con donne, neanche a svago giovanile. Indovina mo’ chi aveva fatto il miracolo di innamorarlo? La figlia di un acerrimo nemico di casa Fagnano, una giovanetta bella come un sole, pura e buona come una santa, la quale aveva un padre di testa sì dura, di cuore così impregnato d’odio per quella famiglia la quale aveva rovinato la sua che avrebbe dato più volentieri la figliuola al diavolo o al più pezzente dei taglialegna della Sila anzicchè ad un discendente di quei duchi di Fagnano, uno dei quali gli aveva ucciso il nonno, un altro aveva ferito il padre e rimontando a ritroso dei secoli ad ogni generazione si sarebbe trovato un barone di Pietrasanta ucciso da uno dei duchi di Fagnano, e uno dei duchi di Fagnano ucciso da uno dei baroni di Pietrasanta.

Un secolare litigio per una certa eredità, già in possesso di quest’ultimo, era stato vinto dai primi, onde al barone di Pietrasanta non era rimasto che il titolo nobiliare e la miseria per compagni: la miseria dei signori è più tetra, più triste, più angosciosa della miseria di coloro che in essa son nati! Ora, dirai, tu se il duca si era innamorato della figliuola del barone, il matrimonio, non avrebbe posto fine alla secolare inimicizia e i danni apportati dall’una all’altra famiglia non sarebbero stati riparati? E questo avrei detto anche io; ma chi, chi avrebbe potuto persuadere il barone, superbo più del diavolo, iroso, cocciuto, accecato dall’odio? Neanche la figliuola, quantunque fosse l’unico essere da lui amato, neanche la figliuola, che dopo la morte di lui sarebbe rimasta povera e sola, lo avrebbe indotto ad accettare per genero il nuovo capo della aborrita famiglia.

I giovani dunque si erano incontrati non so dove e si erano intesi non so come, ma sai bene che l’amore, quando vuole rendere infelici due cuori sa bene come fare, e non ci son mura abbastanza massicce, nè porte abbastanza ferrate ed inchiavardate, nè condizioni sociali, nè lontananza ad impedire che si compia quel che ha decretato; so soltanto che si amarono con tutto l’impeto e la giovanile spensieratezza, di cui poi la poveretta dovè subire le tristi conseguenze. La casuccia nella quale il barone di Pietrasanta, dopo la totale rovina della sua famiglia, si era ridotto a vivere era posta in fondo al villaggio: il giovane duca fu anche da me incontrato parecchie notti quando vi ronzava intorno, anzi una volta io mi appiattai per accertarmi se fosse vero quel che si buccinava che quando il barone se ne andava a letto, ella aprisse la porta all’amante e dovetti convincermi che si era detto il vero e che il duca entrava per uscirne all’alba.