— Prosegui dunque, prosegui, chè al certo ora verrà la parte più interessante.

— Passarono due o tre mesi — continuò Carmine — in cui noi altri nulla sapevamo della sorte toccata al duca, sapevamo soltanto, che al castello ci era tavola imbandita ogni sera e suoni e canti e... tu intendi il resto. Il cavalier Silvestro si era circondato di ben cinquecento armigeri, scelti fra i più temuti malfattori sfuggiti alla giustizia e se la godeva senza scrupoli in un libertinaggio sfacciato. Una sera io era tornato allora allora dalla montagna e, stanco come era, mi accingevo ad andare a letto, quando intesi picchiare alla porta di strada. Chi poteva picchiare a quell’ora? Apersi e vidi un uomo che non riconobbi non solo perchè era buio fitto, ma anche perchè nascondeva il viso nella falda del mantello. — Chi siete e che volete? — dimandai. — Lo sconosciuto entrò, si tolse il mantello e alla luce della lanterna chi vidi? Il duca di Fagnano, quello che avevano arrestato, proprio lui. — So che siete uno dei pochi galantuomini di questo paese, mi disse, e perciò son venuto a chiedervi un gran servigio. — Io ero sbalordito: lo sapevo in carcere; era dunque libero? era dunque fuggito? Il duca lesse lo stupore nel mio viso e si affrettò a dirmi: — Sono evaso stanotte. Mi occorrono due testimoni nel mio matrimonio con la baronessa di Pietrasanta. Il parroco è stato avvertito e ci aspetta in chiesa. Volete essere uno dei miei testimoni? — Potevo rifiutare? Ero così stupito che non seppi dire nè si nè no. Uscimmo. Fuori vidi un uomo in attesa: era l’altro testimone, nel quale riconobbi Pietro il Toro.

— Ah! — esclamò Geltrude — ora comprendo perchè...

Carmine non la lasciò proseguire e continuò:

— Tutti e tre in silenzio scendemmo per la stradicciuola che conduce fuori il paese. Giunti presso la casa del barone di Pietrasanta il duca ci accennò di sostare poi fece sentire un sibilo leggiero, dopo il quale la porta della casa si aperse e io vidi una figura di donna avvolta in un mantello, la quale prese il braccio del duca. Tremava a verghe come se avesse la febbre, mentre il duca con dolci parole la veniva rincorando. Infine fummo nella chiesa che era deserta e buia: solo in fondo due ceri ardevano innanzi all’altar maggiore ove il parroco in cotta e stola aspettava in compagnia di un chierico. — Signor Parroco — disse il duca — come vedete io non sono un eretico; io credo alla nostra sacrosanta religione; se biasimo ciò che gli uomini han voluto farne, ho sempre riconosciuto le sublimi verità contenute nel Vangelo, Perseguitato dalle calunnie degli uomini, io nato duca e signore di questa contrada, son costretto a venir come un fuggiasco ed un colpevole innanzi a voi perchè col vostro ministero santifichiate l’amore che lega l’anima mia a quella di questa povera creatura. In così dire tolse il mantello che tutto avvolgeva la figliuola del barone di Pietrasanta ed io vidi quella poveretta, bella come una Madonna, una Madonna addolorata, che a stenti frenava i singhiozzi mentre si stringeva al braccio del duca che era pallido e tremante anche esso per la commozione. E fu allora che mi accorsi con uno stringimento ineffabile di cuore che quella poveretta era incinta.

— E pensare — esclamò Geltrude scrollando il capo — che l’uomo era il duca di Fagnano e l’altra la baronessa di Pietrasanta, due signori così ricchi e potenti!!

— Eh, cara mia, che ci vuoi fare? È questo il conforto di noi poveretti bistrattati dalla fortuna, il vedere che essa talvolta sceglie le sue vittime anche fra coloro che ci destano invidia. E commosso al par di me era Pietro il Toro. Te lo immagini tu Pietro il Toro commosso? Quello lì ha molti peccati sulla coscienza: ha vissuto dieci anni nei boschi in compagnia di gente della peggiore specie, e pure quello lì ha un buon cuore; in quella sua figura grottesca ci è un’anima capace d’ogni nobile sentimento.

— Ma va innanzi, va innanzi, chè adesso mi spiego tante, tante cose che mi parevano strane.

— Dunque il parroco celebrò il matrimonio, mentre il duca sempre pallido e grave a stento frenava il dolore, e la poveretta si struggeva in lagrime. Ho sempre nell’orecchio il suono di quella voce soffocata dai singhiozzi con la quale rispose al parroco quando questi le chiese se accettava per legittimo sposo il duca di Fagnano. E quando il parroco li benedì ed ella si gettò fra le braccia del duca, non solo io ma anche Pietro aveva i lucciconi negli occhi. Ah, sono scene che non si dimenticano se si campasse cento anni! Poi il parroco ci fece firmare in un suo certo libro, in cui tanto il duca che quella poveretta avevano apposto la loro firma. Pietro il Toro però fece un segno di croce...

— Ma dunque il figlio che poi nacque è il legittimo erede...