— Aspetta, aspetta che udrai cose da inorridire. Quando uscimmo dalla chiesa, il duca si rivolse a noi e ci disse: Grazie del servigio che ci avete reso. Io non posso per ora condur meco questo angelo di creatura che è adesso mia legittima moglie innanzi a Dio e innanzi agli uomini; ma presto farò in modo che possa raggiungermi. Voi, quantunque di umile condizione, siete due galantuomini, quindi a voi la raccomando, e se Dio un giorno mi farà trionfare dei miei nemici, oltre che da Lui, avrete da me il compenso adeguato alla vostra buona azione.

Pietro ed io non sapevamo che rispondere. Il duca di Fagnano raccomandava a noi la sua nobile sposa, a noi poveri diavoli? Quando ci rimettemmo dallo stupore e dalla emozione, i due sposi erano già andati via. E fu allora che Pietro, il quale ha le scarpe grosse, ma il cervello sottile mi disse: — Senti, compare Carmine, la testimonianza che abbiamo fatto stanotte ci attirerà dei guai addosso. Io del resto per pietà di quella povera creatura son disposto a prendere per il collo chiunque le volesse far male e il duca può star sicuro che non avrà parlato indarno a Pietro il Toro. E posso assicurarti, cara Geltrude, come ti dirò in prosieguo, che senza la mia prudenza Pietro ne avrebbe fatta qualcuna delle sue, che sarebbe riuscita assai dannosa a persona cui noi tutti vogliamo un gran bene.

— Ora sì che capisco perchè Pietro...

— Scorse un mese e nessuna nuova giunse a noi del duca: nel castello però continuavano i banchetti e la vita allegra per mostrare, faceva dire il cav. Silvestro, che egli rinnegava il fratello reo di tanto orrende infamie contro la religione e contro il Re di cui egli era uno dei primi sudditi. Si era saputo però che era giunto a fuggire dal carcere con l’aiuto dei frammassoni e che in contumacia era stato condannato alla pena di morte come reo convinto di sacrilegio, di stregoneria e di non so quali altri delitti; nello stesso tempo si seppe che il Re aveva investito del ducato di Fagnano il fratello del condannato e dato a lui tutti i beni confiscati a quest’ultimo. Allora nel paesello si incominciò a credere che chi aveva architettato le accuse, chi aveva denunciato il duca era stato il fratello sperando di succedergli come avvenne. Pietro ed io soli sapevamo che il duca aveva lasciato un erede il quale fra poco sarebbe venuto al mondo, ma benchè Pietro volesse fare del chiasso, pure io giunsi ad impedirlo. Poi, come sai, dovette rifugiarsi su i monti, dopo il guaio che gli capitò...

— Per aver sposato Rosaria, la più bella ragazza che avesse mai portato una tovagliuola bianca, lui così brutto! Ricordo che noi altre l’avevamo predetto, ma si credeva che parlassimo per invidia...

— Io dunque rimasi solo a custodire il segreto che mi era di un gran peso, perchè se fosse venuto a sua conoscenza il nuovo duca mi avrebbe fatto far la pelle, come è vero Dio.

— E di quella poveretta che era di buon diritto duchessa di Fagnano?

— Nulla; non andava in chiesa, non si faceva vedere dalla finestra, nulla! Si diceva che il barone fosse infermo; io intanto facevo i conti ed ero sicuro che la duchessa, perchè a chi se non a lei spettava un tal titolo? esser doveva lì lì per mettere al mondo il frutto dei suoi poveri amori. Quando una notte, oh, non la dimenticherò mai quell’orribile notte! fui svegliato da ripetuti picchi alla porta di strada. Mi alzo e spaventato chiesi chi picchiasse. — Aprite! — rispose una voce aspra e minacciosa che mi fece agghiacciare il sangue nelle vene, tanto più che mi era parso di riconoscere la voce del barone di Pietrasanta. Apersi la porta con mano tremante, ed era proprio lui, il vecchio che pareva si reggesse in piedi solo per uno sforzo della volontà. Al lume della lucerna vidi che era livido e gli occhi gli sfolgoravano. Venite con me — mi disse con voce imperiosa; e sicuro che avrei ubbidito si diresse verso la casa del parroco, attigua alla chiesa ove era stato celebrato il matrimonio del duca con la figlia del barone. Giunti, il vecchio che pareva convulso picchiò a gran colpi come aveva fatto alla mia porta, finchè la serva del parroco non scese ad aprirci, immagina con quale spavento nel viso. Il barone salì di corsa le scale seguito da me e dalla serva atterriti, penetrò nella camera del parroco che era a letto e gridò con voce rotta dal furore. — Dove avete, dove avete il registro dei matrimoni? Il parroco sorpreso, sbigottito, non osò neanche di protestare e stese la mano additando un grosso librone su un tavolino presso al letto. Il barone vi si precipitò e si diede a sfogliarlo mentre la mano gli tremava e gli occhi pareva volessero schizzargli fuori dell’orbita. Infine urlò con una voce che ci fece sobbalzar tutti: Nulla, nulla, nulla! Ah, l’avevo detto io, l’avevo detto... non solo la rovina, ma anche il disonore... Poi avventandosi a me ed afferrandomi pel collo. — Avete fatto voi il testimone, voi a quella sciagurata e al suo ganzo? — Sì, risposi io più con un cenno della testa che con la voce, tanto ero sconvolto. — Ora dove è, dove è? — gridò il barone voltosi al parroco che per quanto era durata quella scena non aveva detto parola ed era pallido come un morto — dove è l’atto matrimoniale? — Ma che so io? — balbettò infine il parroco — non ricordo... non so di quale matrimonio intendete... — Diteglielo voi — urlò il barone rivolgendosi a me, diteglielo voi. — Io, sdegnato dalla esitanza del parroco riacquistai un po’ di coraggio e me gli rivolsi dicendogli: — Il barone intende parlare del matrimonio celebrato in una notte, or fan cinque o sei mesi, tra il duca di Fagnano, fuggito dalle carceri, e la baronessina di Pietrasanta, a cui Pietro il Toro ed io facemmo da testimoni. — Io non so nulla, io non so nulla! — gemette il parroco più morto che vivo. — A questo intesi un’onda di sdegno nel cuore: se Pietro il Toro fosse stato colà, certo il parroco non avrebbe detto più messa. — Dunque mia figlia è una vile baldracca — muggì il barone — o tu sei un mentitore. — In così dire era per avventarglisi contro, ma sopraffatto dal dolore stramazzò come colpito al capo. Io cercai di dargli aiuto, ma una voce parea mi dicesse: Va, corri da quella poveretta che forse ha più bisogno di te. Mi ricordai di quel che avevo promesso al duca: compresi che una ben terribile scena aveva dovuto avvenire in casa del barone, al quale forse la sventurata non aveva potuto più oltre nascondere il suo stato: e mentre il parroco e la serva cercavano di soccorrere l’infelice che giaceva come fulminato sul pavimento io fuggii da quella casa per accorrere in casa del barone.

— Ben fatto, ben fatto! — esclamò Geltrude — davvero che non ti avrei creduto capace di una simile risoluzione, perchè so bene quanto sei incerto nelle tue cose tu...

Carmine non rilevò la malignità contenuta nelle parole della sua amica, e commosso dai ricordi continuò nel suo racconto.