— No, non volevo dir questo; ma non eran con lui Pietro, e se Pietro non è capace, il Magaro e il Ghiro che ruberebbero l’ostia consacrata? Dunque, sta a sentire, se non dalle vesti vede dal viso che è tornato diverso da quello che partì. Guarda che aria grave, che aspetto severo, e non ti pare che parli seco stesso? Ora si potrebbe farle valere le sue ragioni! Se nella lettera di sua madre che tu conservi, vi son le prove della di lui legittimità...

— Va, va, non occuparti di cose che non ti riguardano. Già fui io uno sciocco nel metterti a parte di un segreto sì delicato. Appunto perchè adesso è così pensoso, così turbato come se gli incombesse chi sa che gran peso, non bisogna distrarlo con una rivelazione tanto penosa e che lo metterebbe forse in maggior orgasmo. Eppoi, Pietro che la sa lunga, quantunque di apparenza così ruvida, Pietro che forse sa ben più di me, gliene avrebbe parlato, e Pietro sostiene che la lettera è un sacro deposito che dovrà consegnar solo al duca se torna.

— E perchè tu vuoi che il merito sia tutto di Pietro? Infine tu lo raccogliesti, tu lo nutristi, a te la madre lo affidò, a te diede la lettera, tu l’hai conservata finora...

— Va via vecchia, va via! — gridò Carmine seccato.

— Che vuole la vecchia? — disse il Ghiro che incominciava a infastidirsi della musoneria in cui si era caduti.

— Nulla, nulla — rispose Carmine posando sulla mensa la bottiglia.

Poco dopo i tre eran tornati al focolare, e sdraiatisi sullo zoccolo con i piedi al riverbero delle braci ardenti si erano addormentati. Su tutti era sceso profondo il sonno, meno su Riccardo che si era messo a giacere sul suo antico letticciuolo.

Ah, Pietro il Toro non aveva torto: come, come disciplinare quella gente senza un uomo che avesse saputo tenerla a freno e dirigerla ad uno scopo comune? Poteva esser lui un tale uomo, lui che aveva soltanto il prestigio del coraggio, della temerità fors’anco? Ma al par di lui valorosi, al par di lui temerari eran tutti i capi di quelle bande di cui però conosceva le funeste passioni ed i perversi istinti! Avrebbero combattuto è vero col nome di Dio e del Re sulle labbra, ma con l’intento di devastare, di uccidere, di rapinare travolgendo nella loro ferocia coi nemici de! Re e della Religione anche gli innocenti, e gli abitanti tutti dei villaggi e delle città abbandonati alla loro libidine di sangue e di distruzione. Chi sarebbe stato il capo di quella guerra, il condottiero supremo di quelle bande? Se non era valso il Cardinale, col doppio prestigio che gli veniva dal nome illustre e dalla porpora, ad impedire tante orribili nefandezze, sarebbe valso lui, povero avventuriere senza nome e senza fortuna se mai avesse vagheggiato di ambire qualche cosa di più di ciò che aveva ottenuto per caso e pel capriccio di una donna? Non poteva dubitare dell’autenticità della firma e del suggello reale in quella carta di riconoscimento in cui gli si dava il titolo di colonnello; ma colonnello di qual reggimento? Di quello stesso reggimento in cui il Cardinale l’aveva nominato capitano! Spensierato in apparenza e facile ad avventurarsi nelle imprese arrischiate, il giovane aveva per dir così l’istinto della realtà, vedeva le cose nel loro vero aspetto e perciò aveva potuto domare il folle sentimento che gli era sorto nel cuore per la figliuola del duca di Fagnano, domarlo e sentirne quasi vergogna, chè ben misurava l’insormontabile distanza che le condizioni sociali frapponevano fra lui e lei. Nato contadino, vissuto fra contadini, se ne sentiva diverso assai per indole e per aspirazioni sicchè talvolta, sapendosi un trovatello, gli era venuto il dubbio che sangue di signori scorresse nelle sue vene; ma poichè era quello il suo destino aveva cercato di acconciarsi a vivere come gli altri del suo stato frenando le ribellioni che di tanto in tanto gli fremevano nell’animo. Poteva egli dunque vagheggiare l’ambizione di divenir capo di tutta quella gente che già si apprestava ad insorgere non solo contro gli stranieri, ma anche contro i pacifici abitanti della città e dei villaggi? Non era questa, non era questa la guerra che avrebbe dovuto farsi! Aveva saputo il delirio destato dalle parole della Regina incitatrice alla strage, incitatrice allo sterminio, della Regina che lo aveva nominato suo emissario segreto col titolo di colonnello, ed era questo che lo spaventava, questo poichè chi sa quali ordini sarebbe stato costretto a trasmettere ai capi delle bande, ordini a cui forse la sua coscienza avrebbe dovuto ribellarsi.

Ah, perchè non era presente in quella notte! Non si sarebbe fatto imporre dal fasto e dal prestigio regale e avrebbe parlato non solo per evitare tanta rovina al reame che ancora risentiva degli orrori commessi dalle bande del Cardinale e di cui era stato testimone, ma anche nell’interesse della dinastia. La guerra, guerra ad oltranza, contro lo straniero invasore era santa e giusta, chè non la fratellanza, non la libertà muoveva i soldati di Francia contro il reame di Napoli, poichè si era ben visto quale caso le schiere dello Championnet avevan fatto della libertà e della fratellanza; ma brama di conquista, ma ambizione di dominio; pure a combattere i prepotenti invasori, e cacciarli dal regno non sarebbero valse le bande per quanto valorose se si sperperassero in sterili conati, di rovina alle popolazioni e di nessuna utilità all’intento supremo, mentre i Francesi uniti e compatti, che potevano far credere di combattere a difesa dei cittadini, avrebbero trovato in questi degli ausiliari potenti contro le bande devastatrici, che facevano della ferocia l’unica scienza della guerra. Questo avrebbe detto quella notte, e lui per il primo avrebbe riconosciuto come capo supremo il designato dalla regale volontà, lui per il primo avrebbe giurato di ubbidirgli e di non discuterne gli ordini.

Non che ei ne facesse un torto a quella donna, mentre i figli, il marito, i ministri si eran posti al sicuro in Sicilia, rimasta impavida contro l’uragano che si avanzava. Pur troppo aveva compreso dalle parole dei suoi compagni, i quali lungo il viaggio glielo avevan narrato, i particolari di quella notte del giuramento, che la Regina per non compromettere la sua dignità regia esposta alle grossolane intemperanze dei convenuti, aveva dovuto ritrarsi paga soltanto di averne acceso l’entusiasmo e comprendendo che non le sarebbe stato altrettanto facile di dirigerlo ad uno scopo che non fosse la vendetta, una atroce vendetta non solo sugli stranieri, ma anche sugli abitanti del misero reame. Lui lo sentiva, lui lo comprendeva, ma che doveva che poteva far lui che esser doveva emissario degli ordini regali?