Da questi pensieri, era solo sopraffatto appena calmatasi l’emozione per l’insperata fortuna, appena lo stupore aveva ceduto il luogo alla riflessione. Tali pensieri gli erano stati compagni per tutto il viaggio in cui aveva incominciato a veder chiaro nella missione sanguinosa che gli era affidata. Certo se quella donna non era la Regina, e che ella fosse gli pareva impossibile, molto poteva sull’anima di lei, forse la sua influenza avrebbe pesato assai sugli avvenimenti che si preparavano: non avrebbe potuto lui influire alla sua volta perchè quella guerra pur mirando al suo alto scopo, riuscisse meno dannosa alle popolazioni? Non avrebbe potuto mercè l’amore di quella donna, che era pur sempre una ignota per lui, frammettersi fra l’ira dell’offesa maestà regia e i popoli infelici che ne avrebbero inteso aspramente gli effetti sanguinosi?
E l’anima sua che fin allora aveva esultato sol perchè un vasto orizzonte non mai sognato, aprivasi a sè dinanzi, incominciò a vedere in quella misteriosa avventura qualcosa di più che una sua personale fortuna. Forse egli era predestinato a far di quella guerra provocata dall’odio e dalla vendetta di una donna, un’alta impresa di giustizia in nome di un diritto e di un sentimento di nobile patriottismo: forse, raccogliendo intorno a sè tutte le sparse forze, ottenendone la disciplina, l’obbedienza, il rispetto per le leggi umane e divine, avrebbe riabilitato le bande sanfediste che tanti errori avevan commesso. E perciò non aspettando altro avviso, aveva divisato di avvalersi della carta di riconoscimento firmata dalla Regina per intendersi coi più famigerati capibanda che Pietro il Ghiro e il Magaro avrebbero convocati in nome della Regina.
Ma che avrebbe detto l’ignota sua protettrice? Non avrebbe creduto che troppo presto, e senza alcuna autorizzazione, aveva abusato della fiducia in lui riposta? Non si voleva da lui che ciecamente ubbidisse e senza mai indagarne le ragioni agli ordini che gli sarebbero giunti? Aveva egli dunque il diritto di far cosa che forse contrastava con gli intendimenti di colei che aveva scritto la lettera trovata nella valigetta? Accettando i doni, le vesti, le armi, i cavalli, il danaro non aveva fatto intera dedizione di sè all’ignota protettrice, non aveva accettato i patti che ella gli imponeva?
Era questo, questo il pensiero angoscioso che lungo il viaggio lo aveva tenuto incerto e turbato, era questo il pensiero che aveva messo del ghiaccio nel bollore del suo entusiasmo. Dunque lui non avrebbe dovuto aver volontà alcuna? doveva come uno schiavo ubbidire, come uno schiavo seguir la catena secondo il capriccio della mano che lo traeva?
E perchè quella donna, chiunque fosse, si reputava in diritto di far di lui un cieco strumento d’odio e di vendetta ai servigi della Regina? Perchè ella lo amava, perchè in una notte di folle abbandono gli si era data come vinta da un desiderio lungo tempo covato! E dunque anche lui in nome dello stesso amore, che se ancora non avvinceva le anime, avvinceva ormai il corpo, poteva pretendere che ella ne subisse la volontà, una volontà volta al bene, intesa a risparmiare più che fosse possibile, il danno, la rovina, la morte alle popolazioni fra le quali la terribile guerra imminente sarebbe stata combattuta. Ella dunque avrebbe compreso quanta nobiltà e insieme quanta fierezza fosse in lui non accettando del tutto il patto impostogli.
Ma come ed in qual modo far noto tale suo divisamento a quella donna, di cui solo in confuso ricordava la figura pur sentendone inestinguibile sulle labbra il fuoco dei baci, pur sentendone ancora fra le braccia la calda e morbida persona, pur sentendone ancora nelle orecchie la voce ineffabilmente carezzosa talvolta, aspra, rude, imperiosa tal’altra? Dove era in quell’istante quella donna di cui non sapeva il nome, e che gli appariva come circondata di nebbia?
Ed erano questi i pensieri che durante il giorno, mentre si lasciava portare dal cavallo cui abbandonava le redini, lo tenevano assorto tanto che non prestava attenzione ai discorsi dei suoi compagni; e la notte quando essi riposavano dai disagi della lunga via, lo tenevan desto fino all’alba, mentre l’immagine di quella donna, che aveva giaciuto a lui vicino riversa sul lettuccio, bianca, col volto bellissimo sfumante nella penombra nel serico volume della bionda capellatura, gli era sempre dinanzi allorchè andava per via, gli giaceva accanto nelle notti smaniose.
II.
La neve copriva gli alti pini del Gariglione come una immensa tettoia bianca su un fosco edifizio di nere colonne l’una alle altre allacciata dai folti roveti. Nel mezzo del bosco si stendeva una radura, che per capriccio del caso formava un’ampia rotonda alla quale mettevan capo gli innumeri viottoli del bosco sol dai pochi conosciuti che avevano avuto l’ardire di avventurarsi in esso ove l’estate non penetrava raggio di sole e d’inverno fiocco di neve, così intricati e densi erano i rami dei pini secolari. Era quello un tempo la sacra foresta, nella immensa foresta abitata da esseri misteriosi e terribili che ne vietavano l’accesso ai mortali. I taglialegne e coloro che intendevano ad estrar la pece e la resina si arrestavano presso al sacro ed impenetrabile luogo, poichè i temerari che avevano osato mettervi il piede non erano più tornati ai loro tuguri.
All’epoca in cui si svolge questa storia se non si credeva più che vi abitassero gli Dei degli antichi Bruzi, si teneva per fermo che vi tenessero le loro tregende i demoni dell’inferno che non meno gelosamente ne custodivano l’accesso, e non meno ferocemente punivano i temerari che vi si avventurassero. Gli spregiudicati però che non temevano i demoni se ne tenevano lontano sapendolo ricettacolo di lupi feroci ed anche perchè ben difficile sarebbe stato il ritrovar la via del ritorno nel viluppo inestricabili dei roveti. All’epoca degli Spagnuoli, Marco Berardi, gentiluomo venuto in odio al Governatore perchè si era fieramente opposto al Tribunale della Sacra Inquisizione che ei voleva istituire nelle nostre provincie, e che si era già istituito col condannare al rogo due povere femminelle accusate di stregoneria, raccolti intorno a sè ben cinquecento montanari, accovatosi in quel bosco impenetrabile aveva tenuto in iscacco gli agguerriti reggimenti spagnuoli che non poterono mai domarlo e dovettero limitarsi a bloccarlo, onde egli preferì morire di fame con l’amante in una caverna di quel bosco anzichè arrendersi all’odiato straniero. Ora l’insipienza dei moderni reggitori ha permesso che la scure diradasse il sacro bosco, che le altre dominazioni reputate barbare avevano rispettato, e fra i tanti danni della presente dominazione bisogna annoverare anche un tal sacrilego disboscamento causa delle alluvioni incessanti.