In un angolo della radura si elevava un baraccato di vecchie tavole sconnesse che da secoli molti avevano resistito alle furie del vento ed all’imperversar delle lunghe nevicate. Fin dal mattino sbucando dal bosco, a brigatelle, a gruppi, alcuni a cavallo, ma tutti armati, più che un centinaio di montanari che l’abito diverso diceva appartenere a questa o a quella delle provincie del Regno si affollavano intorno al baraccato, e il bosco che da gran tempo al certo non aveva inteso parola umana, risuonava di voci, nelle quali si riconosceva il molle dialetto pugliese, l’aspro basilisco ed il reggino che aveva un marcato accento siciliano. L’aria era limpida; l’uragano degli scorsi giorni aveva spazzato le nubi e il sole sulle nevi del bosco ne traeva scintille che facevan lieto alla vista il paesaggio d’ordinario così cupo. Era una di quelle giornate in cui lo spirito si ricrea nella pace ammirando anche nelle cose la vita universale che ripullula dalla morte: i pini giganti che eran venuti su lentamente attraverso i secoli avevano la maestà della vecchiezza che ha visto l’avvicendarsi delle serenità e delle tempeste nella immutabilità del destino universale, mentre ai loro piedi la umana verminaia brulica punta dalle passioni che or su or giù la menano.

Ad ogni brigatella che usciva dal bosco se la folla riconosceva da lontano qualcuno in essa, eran grida ed urli e batter di mani, tanto più fragorosi quanto più i nuovi venuti avessero acquistato fama o nell’impresa del Cardinale o in qualche propria impresa. E che fisonomie truci ed ardite, che aria spavalda, che aspetti di uomini a cui finalmente sorrideva la fortuna! Ogni brigatella avea portato seco di che banchettare; nel fondo del baraccato alcuni volenterosi avevano improvvisata la cucina che consisteva in un largo fosso nel quale avevano ammucchiato della legna a cui avevan dato fuoco sicchè le fiamme si elevavano fumose mentre alcuni montanari attendevano a infarcir d’erbe alcune pecore e capre allora allora sgozzate che dovevano arrostir tutte intere in quel fosso dopo che se ne fosse stato estratta la brace, la quale poi si sarebbe accumulata sopra il terriccio che doveva chiudere il fosso. Ogni nuovo venuto metteva le sue provviste nel mucchio dei pani, dei formaggi, dei fiaschi col vino.

— Mi par d’essere tornato fanciulletto, allorchè andavo a scuola dal parroco. Facevamo così la scialatella — disse un barbuto omaccione che non aveva deposto le armi e se ne stava a contemplare coloro che attendevano alla cucina.

— A quale scuola sei mai tu andato, a quella degli arraffatutto? — gli rispose un bel giovanotto, che il frigio berretto posto di sghembo indicava per abitante della marina. Però i capi delle diverse brigatelle, che eran venuti quasi tutti a cavallo, smontati e lasciando all’aperto i seguaci erano entrati nella baracca dal punto opposto in cui ardeva il fuoco, visibilmente soddisfatti dell’accoglienza che tutta quella gente aveva lor fatto; e raccolti in crocchio si eran messi a confabulare, interrotti di tanto in tanto dalle grida e dai battimani che annunziavano un nuovo venuto.

— Ci siam tutti? — disse infine Parafante voltosi agli altri che già quella notte erano convenuti nella riunione indetta dalla Regina.

— Dei nostri parmi non manchi nessuno, ma veggo anche delle fisonomie nuove — rispose Benincasa.

— Son quelli che lavorano per loro conto: ho visto Taccone di Basilicata, il Boia, il Caporale, che mentre noi facevamo alle schioppettate insieme coi Turchi e coi Russi, facevano i loro affari comodamente.

— Pare dunque che si sia fatto d’ogni erba fascio?

— Pare anche a me.

— Io non ne voglio di codesta gente al mio comando — disse Francatrippa. Poi soggiunse, come se la cosa non potesse essere discussa. — Credo che mi tocchi il grado di generale!