Il giovanotto che aveva attirato l’attenzione del gruppo in cui era il compaesano del Vizzarro era balzato agilmente dal bianco cavallino che un contadino dal sinistro aspetto armato di scure e di carabina, teneva pel morso. Gettandogli le redini il giovanotto era passato vicino al gruppo che l’aveva seguito con lo sguardo. Le opulente forme muliebri nulla toglievano al vigore ed alla flessuosità del bel corpo che l’abito virile delineava nettamente. Dal cappello a cono di morbido velluto con ricchi nastri di seta usciva in riccioli la nera capellatura, nera come gli occhi che se nell’amore avevano sguardi di fiamma, non ne avevano mai avuto di dolcezza e di pietà. Era essa la degna compagna del giovane feroce che già da un anno imperava su i boschi ed i monti che si affacciano al Jonio lido.

Ella passò fiera e superba tra la folla ed entrò nel baraccato in cui i capi si eran raccolti.

— Perdio, che bella femmina! Ed è per giunta figlia di signori nobili e ricchi! Ma dunque può nascere una lupacchiotta in una mandra di pecore?

— La vedrete alla prova cotesta lupacchiotta! Non sapete che anche il Vizzarro, è tutto dire, cede quando quei magnifici occhi s’iniettano di sangue?

— Ma orsù, contaci la sua storia che è giunta a noi in confuso.

— Ve la dico in breve perchè non vorrei che ella venendo qui capisse che parlo di lei. Non vi avete visto lo sguardo che mi ha rivolto avendomi riconosciuto alle vesti che sono del suo paese? Dunque il padre di quella donna era assai ricco e teneva molti fittaiuoli al suo servizio. Uno di essi aveva raccolto un bimbo che era stato esposto su i gradini di una chiesa: il bimbo crebbe bello, forte e così irrequieto che poteva dirsi un diavolo incarnato. Il padrone lo volle al suo servizio e a poco a poco gli si affezionò tanto da trattarlo come uno di famiglia, a paro dei due figliuoli che esso aveva, oltre una ragazzetta che esser doveva quella donna da voi testè vista. Pare che il fanciullo non fosse stato neanche battezzato, perchè non aveva altro nome che quello di Vizzarro per la stranezza del suo carattere e della sua indole. Nè meno strana era l’indole di Vittoria, la figliuola del padrone che si era abituata a considerare il Vizzarro come suo eguale, pure imponendogli tutti i suoi capricci. Ne nacque ciò che ne doveva nascere...

— Un figlio? — dissero alcuni degli ascoltanti.

— No, ma certo non per un loro peccato di omissione. Ne nacque che il padre e i fratelli di lei si accorsero della cosa, e una notte li colsero...

— Che dicevano le orazioni?

— Già di quelle che popolano il mondo. Allora lui non fu più il compagno dei giuochi e delle diavolerie dei figliuoli del padrone che lo avevano trattato come un loro eguale; diventò di un tratto il figlio di una malafemmina, una immondizia raccolta sulla via. Gli furon sopra, lo legarono fino a farlo sanguinare e lo rinchiusero nel porcile ove or l’uno or l’altro scendeva per seviziarlo. Gli davano da mangiare la broda dei majali tanto perchè non morisse di fame, e bastonate il giorno, bastonate la notte, bastonate mentre dormiva, e poi sulle piaghe spargevano sale e polvere di fucile: insomma lo ridussero che pareva un cane scorticato. Lui però non piangeva, non pregava; stringeva i denti e diceva ai carnefici: Battete, battete, ma pensate ad uccidermi, chè se potrò fuggire ne farò della salsiccia delle vostre carni.