— E a lei nulla fecero?

— Anche a lei battiture fino a romperle le ossa e torture di ogni genere. Infine un giorno, che è stato, che non è stato? Il Vizzarro aveva roso coi denti i cordami che da due mesi lo tenevano avvinto ed era fuggito.

— Bravo! — esclamarono gli ascoltanti il cui numero era andato man mano crescendo.

— Per due mesi non se ne seppe nulla — continuò il narratore. — Chi gli diede ricovero? Chi ne curò le piaghe? Chi provvide ai suoi bisogni? Chi poi lo fornì di abiti e di armi? Nessuno il seppe con certezza: corse però una voce, alla quale io non credo... che a farlo fuggire, a curarlo, a provvederlo di tutto fosse stata la madre della ragazza, la quale voleva provare anch’essa il frutto proibito che era tanto piaciuto alla figlia...

— Ma di’ un po’, Serrese — disse uno degli astanti — ci racconti tu una romanza?

— No, no, mio caro: racconto una storia. Dopo due mesi, dunque che è che non è? Il Vizzarro era divenuto il capo di una banda che scorazzava allora sui monti di Soriano, e ben presto fu tale e tanto il terrore che sparse a sè d’intorno che bastava si presentasse in un paesello perchè tutti gli abitanti gli cadessero innanzi in ginocchio.

— E dell’innamorata che era avvenuto?

— Il padre, i fratelli, la madre stessa, riversarono su lei, dal giorno in cui il Vizzarro era fuggito, quella parte di battiture e di tormenti che sarebbero toccati al suo amante, sicchè ne ebbe il doppio. Ma anche lei non pregava, anche lei minacciava, e dopo la fuga dell’amante era con la madre che vieppiù la ragazza infieriva.

— Da questo dunque la voce che la madre...

— Forse da questo; che so poi, io? Sentite ora. Una notte la casa della ragazza fu assalita dalla banda del Vizzarro. La mattina allo svegliarsi gli abitanti del villaggio videro penzolare dai ferri del balcone i cadaveri dei due fratelli e del padre con una scritta che diceva: «Pena di morte: nessuno osi toccar queste carogne». E nessuno le toccò: stettero appese finchè le carni non si spappolarono...