Era già da un pezzo trascorsa la mezzanotte quando la Regina, accompagnata nelle sue stanze dal maggiordomo e dai valletti che reggevano i grandi candelabri d’argento, avendo con un gesto accomiatato le cameriste che l’avevano attesa nell’anticamera, si trovò sola, finalmente.

L’ampia camera con in fondo un’alcova era attigua al parco a cui si accedeva per una porta mascherata dalla tappezzeria; un’altra porticina, chiusa anch’essa, comunicava con le numerose stanze dell’appartamento. La Regina nell’entrare si era lasciata cadere su una poltrona, ed era stata un pezzo in ascolto. I rumori a poco a poco si andavano affievolendo: giungeva a lei qualche sbatacchiar d’imposte, qualche voce soffocata dalla lontananza; poi per la villa reale si stese il silenzio, un silenzio profondo, indizio certo che tutti erano andati a letto.

— Verrà — mormorò lei — verrà. Non ha mancato mai alla sua promessa.

Era bellissima nella magnificenza delle vesti: i ricchi gioielli scintillavano sul seno a metà discoperto, come ghiacciuoli sulla neve intatta. L’attesa del gaudio dava un molle languore al bel corpo abbandonato.

— Verrà, verrà! Bisogna riconquistarlo. Egli era per sfuggirmi. Colpa mia, non sua. L’amore non vuol rivali e le mie tante preoccupazioni mi avevano discostata da lui.

Trasaliva ad ogni lieve rumore. Infine si alzò. Volse uno sguardo alla grande specchiera in fondo all’alcova che rifletteva tutta la stupenda persona e sorrise soddisfatta.

— Gelosa di una scioccarella! — disse con un atto di spregio.

Corse alle imposte che si aprivano sul parco e le trasse a sè lieve lieve. Stette un pezzo in ascolto.

— Nessun rumore... Meglio così. Sarebbe stata un’imprudenza. Vi è ancora qualche servo in giro, qualcuno dei signori sveglio! Certo lui sarà nascosto dietro uno dei grandi alberi...

Lasciò socchiuse le imposte e tornò a sdraiarsi sull’ampia poltrona, sorridendo alle dolcezze che la fantasia le imprometteva in quella notte di gaudio.