— Sissignore — disse freddamente Riccardo.
Mise la mano in tasca come per cercar la lettera e ne trasse una pistola che appuntò sulla fronte del vecchietto.
— Se non ordinate al capitano di sbarcare ciò che il bastimento ha di pane e di companatico, vi brucio le cervella.
Il vecchietto era divenuto livido e tremava a verga a verga, mentre il capitano, un rozzo marinaio dalla fisonomia schietta ed aperta, dopo il primo momento di sorpresa aveva dato in una risata fragorosa.
— Ve lo dicevo, vecchietto mio, che chi la tira la spezza! Giuro che il signore, chiunque sia, ha ragione. Anch’io mi permisi di osservare che era un far loro un cattivo giuoco di abbandonarli su una spiaggia, e mi rispondeste che si sarebbero ingegnati.
— Ma io non ho danari! — gemeva l’agente della Regina — appena appena ho potuto dare a ciascun di quei mascalzoni la caparra dell’ingaggio. Ci ho colpa io se prima d’imbarcarsi la sperperarono? Io non ho più del danaro, non ne ho più: questo dicevo testè al capitano che me ne chiedeva.
— Danari o non danari — disse Riccardo — bisogna che quei poveri diavoli abbiano del pane almeno, quindi è inutile far chiacchiere. Se mi conosceste, non dubitereste delle parole mie.
— Sicuro che vi conosco... siete il famoso capobanda che...
— Che ha sempre fatto quel che ha detto. Animo, sbrighiamoci.
— Del resto — disse il capitano contenendo il riso che gli gonfiava le guance — se non ha danaro può provarlo aprendo innanzi ai nostri occhi la valigia che ho visto nella sua cabina, la quale scuotendola manda un certo tintinnio dolcissimo all’orecchio.