Quanti monumenti! Quanti centenari!

Le nostre piazze sono popolate di statue in toga, in brache corte, qualche volta nude: il bilancio dei municipi ha nelle categorie delle spese ordinarie, quelle per la celebrazione del centenario del paese. Una volta si spendeva per la festa del santo protettore; ora, poichè in Italia sentiamo sempre il bisogno di festeggiare qualche cosa, si spende per la festa del poeta, dello storico, del pittore, qualche volta pur troppo anche dell’uomo politico che nacque all’ombra del campanile. Nessun proprietario è sicuro che l’autorità municipale non venga un bel giorno a incastrargli un epitafio nella facciata della casa col suo bravo qui nacque o qui dimorò o qui morì l’illustre tal de’ tali. Comincia a diventare un incomodo, una servitù da tenere a calcolo nel contratto d’affitto. Vedremo degli avvisi così: Da affittare: appartamento composto di sei camere e cucina. Acqua dell’acquedotto: vista del giardino: non v’è morto alcun uomo illustre. Ma gli appartamenti in condizioni così felici saranno pochi. Qual’è la casa che non abbia oramai la disgrazia di avere ospitato un uomo celebre?

Ora è la volta del Metastasio, del quale a Roma fu celebrato il centenario mercoledì scorso. Sono già in vista molte altre consimili solennità, come il centenario di P. Ovidio Nasone; e coll’aiuto di Dio e dei Santi speriamo di vedere quelli di Orazio, di Ennio, di Pitagora e via via fino al padre Adamo, che, secondo me, ci ha più diritto di tutti. Che voglia di stare allegri fiorisce in Italia!

Sono pochi anni che il Metastasio era vituperato come l’Offenbach italiano. Vi ricordate che dopo la batosta del 1870 la Francia, con un acume straordinario, riconobbe la causa delle proprie disgrazie nelle operette dell’allegro maestro tedesco. Allo stesso modo l’Italia, dai disinganni del 1815 fino alla fortunata aurora del 1859, fu convinta che la sua fiacchezza derivava dai versi del Metastasio. Vittorio Alfieri, lo scrittore di ferro, aveva così duramente calcata la sua forte mano sul mite poeta, sullo scrittore delle dame incipriate! E poi il Metastasio era stato poeta cesareo, e gli si imputava questa qualificazione come se egli avesse apostatato servendo poesia italiana all’imperatore austriaco. Non si badava ai tempi: la repulsione del povero abate era istintiva, patriottica, e forte delle teorie e degli esempi alfieriani. Pareva che il Metastasio dovesse essere cancellato dalla gloriosa nota di ridicolo come il Querno, o d’infamia come l’Aretino. Invece gli fanno il centenario!

Egli è che l’Italia si è ricreduta di molti giudizi che in altri tempi le erano suggeriti dalla passione, santa ma cieca. Allora era necessario, giusto quasi, il declamare contro al poeta che ad ogni modo era stato servitore di chi poi ci oppresse così duramente: oggi non più. Se la Corte Imperiale di Vienna avesse ancora la bizzarra idea di chiamare un poeta italiano ai suoi servigi, molti biasimerebbero chi accettasse, un po’ per quei sentimenti democratici che ci hanno fatto democratizzare perfino la nostra Corte, un po’ pel resto delle vecchie idee, per lo strascico delle vecchie formule retoriche dalle quali i popoli si lasciano trascinare all’entusiasmo ed al martirio e che, esaminate dopo che il tempo ci ha raffreddati, appaiono così meschine. Ma tuttavia disapprovando energicamente chi accettasse, non potremmo a meno di fare delle considerazioni benevole sulla cosa in sè, dalle quali altri potrebbe anche esser tratto ad applaudire chi accettasse.

Infatti, si direbbe, quale onore per la nostr’arte, per la nostra nazione! Hanno bisogno di noi! La Grecia, vinse Roma; noi liberi, vinciamo i Teutoni: ed altre belle e sonanti frasi come queste. Un professore che sia chiamato a insegnare di là dai monti ci par sempre tanto più bravo di quelli che rimangono a casa. Un pittore che stia a Parigi deve essere migliore di un altro che stia a Napoli. I nostri libri non sono accettati come buoni, le nostre poesie non sono degne di attenzione se prima non furono almeno tradotte in tedesco. Un uomo insomma, qualunque sia la sua professione, o medico o commediante, o ministro o cavallerizzo, non ci pare completo se non ha fatto il suo giro all’estero, se non viene di là con la laurea straniera. Mi pare dunque che si finirebbe a gloriarsi di fornir noi i poeti ai Teutoni ed agli Sciti, e che quella carica diverrebbe onesta per chi la tiene ed onorevole alla stessa patria, come nessuno rimproverò mai allo Spontini, al Cherubini, al Rossini, l’aver occupato cariche onorifiche sotto governi e sotto re stranieri.

Non dico se questo sia un male o un bene: dico solo che oggi, a sangue freddo, si può vedere che l’esser poeta cesareo nel 1730, non implicava quella idea di apostasia e di tradimento che si pensava trent’anni addietro: dico che se vediamo ora la perfetta onorabilità di quella posizione in quel tempo, resta distrutta una delle grandi cause di antipatia che l’Italia abbia fin qui avuto verso l’abate Metastasio, e, per quanto oramai i centenari ci abbian rotto le tasche, vada pel centenario.

Ma resta l’accusa alfieriana. La poesia del Metastasio è di latte e rose, molle, corruttrice, sfibratrice. Abbiamo bisogno di uomini forti, non di sdolcinati Licida; di forti madri, non di Fillidi inzuccherate. Ci bisogna Tirteo e non Anacreonte; la tromba e non la zampogna!

Lasciamo andare l’idea proudhoniana dell’arte utile e miglioratrice, poichè oramai le teorie di Bentham, che hanno tanta fortuna, e tanto sèguito altrove, dalla poesia furono volando. Ma chi vi ha mai detto che si voglia rifare il Metastasio? Si tratta di assegnargli il posto che gli spetta tra i nostri poeti, non di proporlo ad esempio agli scolaretti. Ha il suo posto il mollissimo Ovidio accanto al durissimo Tacito; perchè negare il suo al Metastasio. come se si temesse di mancar di rispetto a Vittorio Alfieri?