L’arte del Metastasio è molle e sfibratrice? Ma è l’arte del suo tempo! Quando cesseremo dunque dal giudicare scindendo l’autore dall’età sua, dimenticando l’ambiente dove attingeva le sue ispirazioni, dove una data forma artistica gli si imponeva? Volete voi che l’Alighieri possa vivere e scrivere la Comedia al di fuori del Trecento, in mezzo agli abatini incipriati ed alle dame in guardinfante? Allora si pensava così, si sentiva così, e il Metastasio cantava necessariamente a quel modo. Si può deplorare che l’Italia della prima metà del secolo passato non sia stata la Grecia che debellò Serse, o la Francia rivoluzionaria che vinse l’Europa conservatrice: ma poichè l’Italia era così l’arte sua non poteva essere altro che così. La colpa non è del Metastasio, il quale a buon conto non ha ammollito o sfibrato i generali di Maria Teresa che lo applaudivano, non ha messo il latte e miele nelle vene di Maria Antonietta di Francia o di Carolina di Napoli che furono sue discepole, non ha avuto nè poteva avere alcuna influenza sui contemporanei perchè l’arte non ne ha, e non ne ha mai avuto: egli serviva al suo tempo e da quello era tratto, sforzato, a cantare a quel modo e non in altro. Bisogna giudicare il poeta cesareo, non coi criteri del Quarantotto o del Cinquantanove, ma con quelli del suo tempo. La storia non c’è per nulla? Credete che la causa di Sedan sia nelle Belle Hélène? Via, mettiamo le cose al loro posto.
Arte molle? Certo, dopo quella dell’Alfieri; ma al suo tempo, no. Imaginate voi gli spettatori delle opere del Metastasio? Credete voi che trovassero molle il poeta cesareo quelle dame e quei signori mollissimi che dovevano poi essere inchiodati come in una vetrina di museo nel Giorno del Parini? A loro doveva apparire più che forte il poeta che trascina Catone moribondo sulla scena e che davanti a Cesare gli fa proferire la parola romana,
altrove
Portatemi a morir!...
L’Attilio Regolo ha dei punti in cui c’è forza anche per noi che veniamo dopo all’Alfieri. L’ultima scena vi par molle?
Romani, addio! Siano i congedi estremi
Degni di noi. Lode agli Dei, vi lascio,
E vi lascio Romani. Ah, conservate
Illibato il gran nome e voi sarete
Gli arbitri della terra, e il mondo intero
Roman diventerà. Numi custodi
Di quest’almo terren, Dee protettrici
Della stirpe d’Enea, confido a voi
Questo popol d’eroi. Sian vostra cura
Questo suol, questi tetti e queste mura.
Fate che sempre in esse
La costanza, la fe’, la gloria alberghi,
La giustizia e il valore. E se giammai
Minaccia al Campidoglio
Alcun astro maligno influssi rei,
Ecco Regolo, o Dei! Regolo solo
Sia la vittima vostra, e si consumi
Tutta l’ira del ciel sul capo mio:
Ma Roma illesa... Ah, qui si piange! Addio!
Vi ricordate l’esclamazione del povero Leopardi:
L’armi, qua l’armi! Io solo
Combatterò, procomberò sol io!
Dammi, o ciel, che sia foco
Agl’italici petti il sangue mio!
E’ mollezza questa? E ricordate che il Metastasio scriveva, non dei drammi, ma dei libretti d’opera: ricordate che noi, i quali un secolo dopo gli rimproveriamo l’arte sua, gli contendiamo la gloria che gli spetta, tolleriamo il raggio lunar di miele, l’orma dei passi spietati ed altre splendidissime e fortissime minchionerie: ricordate che pubblico avessero lo cose del Metastasio e vedrete che l’accusa alfieriana deve esser molto attenuata. Al suo tempo egli doveva parer troppo forte, ruvido anche, ed è ingiusto considerarlo fuori del suo tempo. Certo non è modello da proporsi; ma lasciando anche che oramai modelli non se ne propongono più, chi proporrebbe da imitare il Petrarca? Eppure la sua grandezza non si discute.