LA MORTE DEL FERRUCCIO
Fu, se non erro, nel 1880, che la controversia intorno alla morte del Ferruccio fece capolino e mise a rumore i giornali politici e letterari. Ferdinando Martini nel Fanfulla della Domenica annunziava che Edoardo Alvisi, giovane benemerito per parecchi importanti libri storici, stava compiendo un’opera dove, coi documenti alla mano, avrebbe provato che il Maramaldo non ammazzò il Ferruccio, o che per lo meno la faccenda era assai dubbia. Tutti ricordano lo strepito che ne seguì. Parve pensino che l’onore della patria fosse in pericolo e che il nome italiano dovesse diventare obbrobrioso, solo che si dubitasse dell’infamia del Maramaldo! I grandi amori sono corti di vista, e bisognerà rallegrarsi della grandezza dell’amor patrio che scattò fuori in quei giorni, tanto che alcuni divennero ciechi a dirittura. Andate a dire ad uno, che ami svisceratamente la religione, che Ponzio Pilato non fu poi quel birbante che ci dipinge la tradizione cristiana, e sentirete che risposta e che anatemi vi attirerà sul capo la proposta. Così avvenne quando nacque il dubbio di una possibile riabilitazione di Fabrizio Maramaldo, quel Gano ideale della tradizione italica moderna. Si disse fino esser opera iniqua distruggere la leggenda eroica del Ferruccio a profitto di un avventuriero spagnuolo; e Maramaldo fu italiano. Si gridò, si urlò, e tutti gli oratori che avevan ficcato per forza il Ferruccio nelle loro perorazioni innanzi alle turbe, tutti i poeti che avevano improperato il Maramaldo in versi sciolti o rimati, si sentirono come offesi personalmente, temettero per la immortalità delle loro opere complete, e invocando il santo nome della patria, scomunicarono l’audace che osava discutere simile eresia.
Il Martini, ingegno polemico de’ più arguti, si difese meravigliosamente, ma gli avversari furori così numerosi e la discussione degenerò così rapidamente in garriti politici, c’è egli finì, pare, con infastidirsene e rimettere la sentenza all’epoca della pubblicazione del libro. E il libro oggi è pubblicato[5].
Per me (poichè parlo solo in nome mio e non in nome della patria, come molti fecero e fanno in questa contesa) per me ero dispostissimo a credere erronea la leggenda di Gavinana, quando l’errore mi fosse stato provato. Oltre che l’incredulità, o per lo meno il dubbio, diventarono inquilini ostinati della mia zucca, Gavinana m’aveva spoetizzato la sua leggenda. In quel villaggio di montagna, non c’è di grande che un ricordo. Vorreste far parlare la vostra fantasia, ricostruirvi in capo l’ultima scena delle eroiche tragedie moderne, e finire col vedere il nome e l’imagine del Ferruccio diventati insegna d’un albergo. Mi ricordo che davanti al cimitero è un portico, sotto al quale è dipinta una Annunziata; e sotto all’imagine, una mano irriverente ha scritto col lapis: «Tra nove mesi nascerà il Messia»; uno dei versi più volgari del turpissimo Stecchetti. E tutto, fino l’album dove vi fanno scrivere il nome, è inquinato di questa volgarità buffa che vi toglie le illusioni e vi mozza le ali della fantasia. Se poi, che il Signore ve ne scampi, vi parrà impossibile che la buaggine umana possa far tanta pompa di sè in un luogo dove la patria segnò una delle stazioni sacre della sua Via crucis. Alle Termopili non è difficile, dicono, trovare i ladri; ma io credo che le illusioni resistano meglio alla perdita dell’orologio che alla perdita della serietà.
E più mi dava fiducia il conoscerà l’autore del futuro libro; poichè l’Alvisi è amico mio da un pezzo, fin da quando, circa dodici anni fa, perpetravamo con le forbici un giornale che il Panzacchi dirigeva quando se ne ricordava. So che ingegno criticamente acuto sia il suo e qual coscienza e infaticabilità rechi nelle ricerche. Conoscevo il suo libro intorno al governo di Romagna del duca Valentino, libro un po’ arruffato, ma pieno di fatti nuovi, importanti, e cercati con una assiduità quasi tedesca. Mi fidavo dunque, anzi mi rallegravo in anticipazione della sconfitta di coloro che parevano offesi personalmente quando si diceva che il Ferruccio poteva ben esser morto in un altro modo. Invece, benchè il libro dell’Alvisi mi paia meglio fatto di tutti i suoi precedenti lavori, non mi ha punto convinto; anzi, fino a prova contraria, mi fa credere che la leggenda abbia proprio ragione.
L’Alvisi ragiona così. Tutti gli storici fiorentini che narrano l’eccidio di Gavinana copiarono dal Giovio, il quale ne diede molti particolari nelle Historiae sui temporis, uscite alla luce 22 anni dopo il fatto, cioè nel 1552; o se non copiarono alla lettera, attinsero manifestamente da lui. In Firenze, prima del libro del Giovio non si sa e non si dice altro che il Ferruccio nella battaglia di Gavinana fu morto, senza che dall’uccisione si dia colpa a nessuna persona nominata. Dunque la leggenda viene dal Giovio che primo la racconta. Ma dove l’attinse egli? Da due poemetti: uno di Mambrino Roseo, edito proprio nel 1530, l’anno di Gavinana; e un altro di Donato Callofilo stampato l’anno dopo. L’Alvisi prova queste figliazioni, prova anche che alcuni storici fiorentini risalirono alle fonti stesse alle quali il Giovio aveva attinto; e si domanda:—Come avviene che gli storici fiorentini contemporanei, anzi quasi testimoni del fatto, ne ignorano i termini e quando debbono parlarne sono costretti a copiare uno storico forastiero, il quale alla sua volta copia di qua e di là da due autori senza autorità alcuna, e che spesso si contraddicono?—Di qui, per lo meno, il dubbio sull’esattezza del fatto come è narrato dal Giovio e copiato dagli storici fiorentini.