Mettiamo pure, intanto, che la cosa sia allo stato di dubbio. L’Alvisi aggiunge che un commissario del campo in una memoria scritta pel Varchi narra che il capitano Garaus, spagnolo, fu il primo a colpire il Ferruccio, e il Nerli conferma che appunto i capitani del morto principe d’Orange uccisero il Ferruccio in vendetta della morte del loro duce. E questa è la versione ammessa dall’Alvisi (p. 166). Quanto alle altre relazioni che accusano Maramaldo dell’uccisione, si spiegano pensando che il fatto accadde lontano da Pistoia e da Firenze, di notte, nel tumulto della vittoria e con pochi testimoni. Certo il Ferruccio fu condotto al Maramaldo, dove poi fu ucciso dagli uomini del principe; ma l’esser stato condotto innanzi al Maramaldo, dovette in quella confusione far credere che il Maramaldo stesso fosse l’uccisore; per certo in quel tumulto si disse prima, che il Ferruccio fu ucciso per volontà del Maramaldo, essendo stato ammazzato sotto a’ suoi occhi; poi che il Maramaldo lo fece ammazzare, poi che lo ammazzò: ed ecco la leggenda bell’e fatta, tanto che il Callofilo la mette in ottava rima l’anno dopo, e dopo ventidue anni la copia il Giovio. Così l’Alvisi dal dubbio passa ad una certezza positiva, affatto contraria alla leggenda come finora fu narrata ed ammessa.

Cominciamo al rovescio. Prima di tutto la relazione dello Sperino, quella cioè che parla del capitano Garaus e che nel libro dell’Alvisi è il documento 189 (a pag. 167 per errore di stampa è notata 188) è scritta assai tardi. Ma anche fosse scritta un’ora dopo l’eccidio, non fa che confermarlo. Nel testo bisognava riferire l’intero brano della relazione che dice a chiare lettere (p. 413): «Le fanterie del principe ruppero Ferruccio et le sue genti et lo fecero prigione. Et fu ammazzato, secondo la pubblica fama, da Fabritio Marramaldo colonnello napolitano, ma il vero è ch’egli non fu il primo che gli dette, ma un gentil’huomo spagnolo detto Garaus ecc.» O dunque? Lo Sperino conferma la pubblica fama che attribuiva e attribuisce al Maramaldo l’uccisione; solo aggiunge che Maramaldo non fu il primo a ferire. Ma come l’Alvisi non ha visto che le parole dello Sperino cresimavano vero lo sdegnoso detto: «Tu ammazzi un uomo morto»? Tanto è vero, che il Varchi, pel quale lo Sperino scriveva, accusò Maramaldo e inscrisse la frase del commissario morente nella sua storia. Questa relazione dello Sperino torna dunque contro l’assunto dell’Alvisi: diametralmente contro.

Non resta che il Nerli, della cui veridicità non voglio dire quel che il Giannotti scriveva al Varchi. Certo però a quello storico accanitamente mediceo non si poteva chiedere che accusasse apertamente un amico de’ suoi signori forse ancora vivente. Certo è poi che la frase, sulla quale poggia tutto l’edifizio dell’Alvisi, è vaga e scritta in modo che mostra come il Nerli poco si curasse di mettere in chiaro la cosa. Egli accusa gli uomini del principe, e quanto alla causa dell’uccisione non la sa e non la cerca. Qui sopra vedemmo come lo Sperino chiami fanteria del principe quelle che erano sotto gli ordini del Maramaldo. Costui era infatti un uomo del principe che comandava in capo, e la imprecisa frase del Nerli non esclude la versione comune. Ad ogni modo poi il testo dice chiaro che il Nerli o non seppe o trascurò di dire quel che sapeva. Quando narra che gli uomini del principe ammazzarono il Ferruccio «o pel dispiacere della morte del loro signore o per qualsivoglia altra cagione», dice chiaro che a lui non importa punto cercare o dire la precisa verità del fatto.

Ad ogni modo, stabilito così, che, delle testimonianze recate dall’Alvisi in favore della sua tesi, una la contraddice e l’altra è dubbia, o per lo meno sola e vaga, che cosa resta? Restano le molte, esplicite ed attendibili testimonianze che accusano precisamente il Maramaldo. E intanto l’ipotesi (poichè è una ipotesi) fatta dall’Alvisi sulla formazione della voce che sullo stesso campo di battaglia attribuiva al Maramaldo la morte del Ferruccio, non pare che corra tanto liscia. Il fatto avvenne, è vero, lontano da Pistoia o da Firenze, ma tuttavia in mezzo a parecchie migliaia di combattenti. Non era notte, poichè la conclusione del fatto è messa da testimoni di persona tra le ore 20 e le 24, cioè tra le 3 e e le 7 del pomeriggio, e in agosto in quell’ora ci si vede bene.

Non potevano esser pochi i testimoni presenti, poichè, secondo tutte le versioni, da quella del Giovio a quella dell’Alvisi, l’eccidio accadde in piazza, dove certo possono stare parecchie centinaia di persone.

E secondo la versione comune, il Maramaldo, il capitano vittorioso, non poteva esser là solo, o con pochi; mentre, secondo la versione stessa dell’Alvisi, gli uccisori furono parecchi; ed in ogni modo, conoscendo i luoghi, si vede che tutto doveva gravitare intorno alla piazza. E finalmente la confusione della vittoria, per grande che fosse, non potè fare che dal campo, quindici ore dopo la morte del Ferruccio, un segretario del vicelegato di Bologna scrivesse al suo padrone a chiare lettere che Ferruzzo fu morto per mano del signor Fabrizio, senza esser sicuro di quel che diceva, quando il suo stato l’obbligava invece ad assicurarsene gli porgeva insieme la facile maniera di farlo.

Il fatto è che alla frase dello Sperino che ammette la stoccata del Maramaldo ed all’equivoco periodo del Nerli, si possono aggiungere non una, ma parecchie lettere scritte dal campo stesso, poche ore dopo al fatto, le quali concordano tutte nell’affermazione fondamentale: Fabrizio ha ucciso il Ferruccio. A quella di Martino Agrippa segretario del vicelegato di Bologna or ora citata, possono aggiungersi quella del Torelli ambasciatore del duca di Ferrara, che dice: Fabritio Maramao... lo amazzò: quella degli Anziani di Lucca, che dicono lo stesso, la lettera da Lucca, riportata dall’Alvisi al documento 122, dove si dice: Fabrizio di sua mano schannò il Feruzio: quella del Giovio, scritta sei giorni dopo il fatto, ecc. Non concordano nelle ragioni dell’uccisione, ma questo non infirma punto il fatto fondamentale. Anche oggi dopo un omicidio difficilmente si concorda nel designarne la causa, ma ciò non toglie la verità dell’omicidio e la concordia del designare l’assassino. A che si riducono, in faccia a queste affermazioni esplicite di persone che potevano sapere, e, volendo, vedere la cosa, a che si riducono le vaghe espressioni del Nerli? Ahimè, a nulla!

E, per finire, perchè il Maramaldo disse che il Ferruccio morì in battaglia? (pag. 169). Se non l’aveva ucciso lui, o che bisogno aveva di mentire, poichè quella, secondo tutte le versioni, è menzogna?

Stabene che gli storici fiorentini abbiano copiato dal Giovio; ma costui, sei giorni dopo la battaglia e ventidue anni dopo, con le stampe del Torrentino, disse che il Ferruccio era stato ucciso dal Maramaldo. E se variò nei particolari, nelle cause cui attribuì l’effetto, nelle fonti da cui attinse la parte drammatica e accessoria del fatto, sostenne però sempre che il fatto era accaduto a quel modo. Dal Roseo e dal Callofilo tolse parecchie frasi, ma quelle sole che confacevano al suo assunto, o tutt’al più che lo adornavano. Cambiò, variò, ricamò quanto si vuole, ma l’affermazione fondamentale è sempre quella, dal 1530 al 1552.