Dio nella sua infinita misericordia mi libererà dalla tentazione di mettere il naso nel misterioso buratto; così egli mi tenga le sue sante mani sul capo e non permetta ch’io sia mai accademico di nessuna Accademia o cavaliere di nessun ordine. Lascio dunque a chi se ne intende il magro gusto di giudicare della bontà e serietà del Vocabolario e mi fermo a lodare le pubblicazioni curiose ed utili del Guasti, come quella delle lettere di Alessandra Macinghi degli Strozzi e questa dell’epistolario di ser Lapo Mazzei. Sbaglierò perchè, ripeto, sono volgo profano; ma mi pare che simili pubblicazioni dove le parole sono vive, dove si può dire, operano e significano nella continuità di un discorso quasi di uno che parli, siano più utili di quei lessici dove le parole sono morte, ordinate in classi ed esposte al pubblico come le farfalle e i calabroni infilzati negli spilli sotto le vetrine dei musei.

E, in queste lettere di ser Lapo Mazzei, c’è ben altro che parole. C’è una risurrezione meravigliosa di parecchie persone, le quali ci tornano davanti agli occhi dell’intelletto, non già solitarie come statue di monumenti che per miracolo si movessero e parlassero, ma col tempo loro, coi loro congiunti ed amici, colle passioni, le virtù, i difetti di ciascuno e l’azione e la relazione di ciascuno cogli altri. E’ insomma un frammento di società che risuscita col suo ambiente, i suoi colori veri, il suo sangue e la sua carne. E’ la Crusca mi bolli la parola, è la borghesia del Trecento che esce dal sepolcro, getta il sudario e si offre viva agli occhi, quasi al tatto, degli epigoni meravigliati. Davvero a legger quelle lettere del buon notaio si scorda che ora sulla via da Firenze a Prato ci corre il tramway (o Crusca, come si dice?), e par di vedere il buon Lapo trottare tranquillamente sulla sua muletta per salire al poderetto di Grignano a vedere come mettano le vigne.

Francesco di Marco Datini da Prato fu mercante ricchissimo ed ebbe banchi suoi in Firenze, in Avignone, in Pisa, in Genova, in Valenza di Spagna, in Barcellona ed in Maiorca. Venuto su dal nulla, il popolo adattò a lui la storiella del povero giovane arricchito per avere recata una gatta in una isola infestata dai sorci; storiella vecchia e cosmopolita, che la ballata inglese adatta al lord mayor di Londra, Dick Vittington, e dal suo gatto Puss. Buon cristiano quanto buon mercante, non avendo altri figli che una bastarda natagli da una schiavetta che teneva in casa, pensò di spianarsi la via del paradiso lasciando, come fece, tutto il suo ai poveri. Il Ceppo, istituzione del Datini, vive ancora; forse perchè il fondatore e il suo consigliere ser Lapo, con giudizio raro in quei tempi, misero ogni studio ad allontanare in perpetuo ogni pretenzione d’ingerenza ecclesiastica dall’opera pia: e colla istituzione vive ancora benedetta in Prato la memoria del benefico mercante. La buona stella che salvò il Ceppo dalle burrasche per cinque secoli, lo salvi da un prossimo rimaneggiamento delle opere pie.

In un sottoscala abitato dai sorci, dai tarli e qualche volta, pare, visitato dai ladri, gli amministratori dell’opera, più teneri della fortuna de’ poveri, forse, che degli archivi e delle cartacce, tennero ammucchiati fino a pochi anni addietro i documenti vecchi del Ceppo. Questa negligenza di cinque secoli chi sa se venne solo per nuocere? Chi sa se le carte preziose siano state più al sicuro nel sottoscala che negli armadi di qualche biblioteca? Lasciamo andare: basti che un bel giorno gli amministratori, forse presi da vergogna, pensarono a riordinare l’archivio, ed incaricarono della faccenda un tal sacerdote Benelli che, amico del Guasti, gli fece vedere le lettere di ser Lapo al Datini. Il Guasti è di Prato, e il pensiero di erigere al proprio benefico concittadino un monumento aere perennius, lo mosse alla pubblicazione del curioso epistolario. Pare che il Guasti abbia il felice istinto delle pubblicazioni utili sia alla storia che alla lingua, e basti quella delle Commissioni di Rinaldo degli Albizzi per darmi ragione.

Il carattere più curioso e, direi, più trecentista che si trovi in queste lettere, è quello dello stesso ser Lapo. Sembra tolto di peso da una novella del suo contemporaneo Sacchetti e ci si presenta con una tale evidenza che par quasi d’averlo conosciuto.

Ser Lapo era pratese anch’egli, ma fino si può dire dalla giovanezza stava a Firenze a fare il notaio. Ebbe dimestichezza con Coluccio Salutati e più con Guido del Palagio che gli parve il più compiuto tipo di cittadino e di cristiano possibile. Ne parla sempre con una rispettosa amicizia che si avvicina alla venerazione e vuole che anche il Datini lo ami, lo frequenti e gli scriva; e se il Datini non lo fa, lo rimprovera. L’amicizia stessa che porta al suo ricco compatriata è delle più affettuose e profonde. Se questi gli fa un qualche regalo, subito la sua delicatezza si spaura; ma quando può, gli presta i più fedeli ed importanti servigi senza nessun secondo pensiero, per candida e servizievole amicizia. Quando non può dargli la sua opera, gli dà consigli cristiani, gli parla di Dio con ingenuità di core e di fede, con fiamma d’amore, e gli procura la conoscenza di uomini riputati santi, come il beato Giovanni Dalle Celle ed il beato Giovanni Dominici. Si vede uno che, non potendo far altro, cerca di far del bene all’anima dell’amico al quale si è dato tutto, con amicizia sviscerata; e, sicuro della rettitudine propria, non teme di rimproverarlo quando lo crede necessario. Di queste amicizie, direte, non ce n’erano che allora. D’accordo, ma où sont elles les neiges d’antan?

E ser Lapo non era poi il primo mozzorecchi capitato. Anch’egli fu squittinato pel Priorato, fu notaio della Signoria e dei dieci di Balia, ambasciatore a Faenza, e notaio della importante ambasceria che a Genova nel 1381 trattò della pace col Visconti. Ma, come amava i cibi grossi, così non cercava gli onori e rimase contento all’esercizio della sua professione ed all’esser notaio dello Spedale di Santa Maria Nuova che amò più di casa sua. Era uomo di casa, ed amava la famiglia con una certa severità antica della quale ora non si troverebbe traccia che lontano, molto lontano dalle città. Ebbe più di quattordici figli da madonna Tessa (tacete, matti ricordi di Calandrino!) sua moglie, che ricorda di rado, quasi per caso, in queste lettere. Li amava alla sua maniera, facendoli imparare a leggere, scrivere e far di conto, poi avviandoli ad un’arte magari manuale, senza risparmiar nulla per loro ed avvenzzandoli al pensiero ed al bisogno di bastare a sè stessi colla certezza di nessuna eredità paterna. I notai de’ nostri giorni non avrebbero sicuro di queste idee.

«Educatore severo, con un cuore tenerissimo; che i fanciulli ruzzassero (e’ dice sfogar le pazzie) gli piaceva: un figliuoletto che pativa di mal caduco, detto allora mal maestro, teneva a dormire seco. Servitù non aveva. La donna, non sana, cuciva ai figliuoli i calzoni o, come allora dicevano, le calze; e la roba faceva venir da Prato per risparmio. Alla donna confessa che talvolta era amaro, ma dell’amor maritale conosceva la più pura sorgente e albero della nave chiama le madri.

«Amava la villa, e come che a Grignano non avesse che pochi campi (e’ dice un orto) e qualche stanza dove abitava la madre sua vecchiarella, là spesso andava, così a cavallo, per rivedere monna Bartola e far le faccende della ricolta e della vendemmia. Gran pensiero si dava de’ vini; la vigna accomodava di propria mano; un po’ di buon aceto voleva in casa. Cibi grossi preferiva e vestire di poca apparenza: d’essere i suoi venuti dal contado si teneva onorato, e Carmignano gli viene spesso sulle labbra per far capire ch’egli aveva modi villerecci e cervello sottile».