Ma il turco, ben visto dal proprio Sovrano,
Fu giusto per Pasqua promosso Pascià;
Pascià da tre code, che dopo il Sultano
È l'uom più codardo di quella città.

Fernando che il seppe, fu svelto e ci andiede
E incognito al turco si fe' presentar.
Un monte di ciarle d'intender ci diede,
Di modo che a pranzo si fece invitar.

Mangiato l'allesso, mangiato l'arrosto,
Il turco si fece portare i marron,
Sui quali Fernando buttò di nascosto
Dei torcibudella che avea nei calzon.

—«O Dio, che dolori! Chiudete la porta …
Chiamatemi il prete… più regger non so …
Io muoio!…» Ed insomma, per farvela corta?
Fu tanta la sciolta che il turco crepò.

Allora Fernando andò sull'altana,
Chiamò la sua bella, la fece scappar,
Ci diede i quattrini la Banca Romana
E a casa col treno potetter tornar.

Garzoni e donzelle che attenti ascoltate
La lieta canzone che pianger vi fa,
L'amore del prode Fernando imitate,
Però col permesso del vostro papà.

RISURREZIONE[*]

Suonate campane la Pasqua giuliva,
Prendete o fanciulli in mano la piva,
Fedeli soldati sparate il cannon!
Risorto è il giornale che dianzi moria,
Risorto è Pierino, risorta l'Argia,
La vergin che disse la casta canzon!

Pudiche fanciulle, dal pianto cessate,
La danza del ventre pel gaudio danzate,
La vostra Sbolenfi tra i vivi e tuttor.
E, vergine sempre, ritorna fra voi
Tirando più forte d'un paio di buoi
Il carro funesto del proprio dolor.

Deh, come, o fanciulle, deh come piangeste
E tristi nel letto solingo diceste
«La nostra Sbolenfi perchè non è qui?»
Ma mentre la bella defunta pareva,
La morte che in pugno già stretta l'aveva,
Dischiuse le dita e quella fuggì.