EGLOGA[*]

MELIBEO

Titiro, tu che d'un gran faggio all'ombra,
A gambe aperte, stravaccato[1] stai,
Mangiando allegramente una cucombra,[2]

Un canonico sembri e chi sa mai,
Chi potesse vederti le budelle,
Bollettario, anche te che sghissa[3] avrai!

Io stento invece e queste pecorelle
Sono ormai senza tetto e senza pane
E campan di polenta e di sardelle.

Hai forse avuto eredità lontane?
Hai rubato una pisside o un ciborio?
O ti fai mantener dalle sottane?

TITIRO

Amico Melibeo, questo è notorio
E lo san fino i sassi di Bologna,
Che tu sei sempre stato un tabalorio;[4]

Ma non sapevo, e il dico a mia vergogna
Perchè l'imparo adesso solamente,
Non sapevo che fossi una carogna.

Qual reo sospetto t'è venuto in mente,
Asino porco, sulla mia condotta?
Sono un pastore onesto ed innocente!