Io son beata allor che fra le gambe
Sento il rigido ordigno e in quegli istanti
Tendo le coscie e l'agitar d'entrambe
Lo spinge avanti.
AD UN OROLOGIO GUASTO
Poi che il pendolo tuo giù penzoloni
Non ha più moto ed impotente stà
E gl'inutili pesi ha testimoni
Della perduta sua vitalità,
Vecchio strumento, m'affatico invano
A ridestar l'antica tua virtù;
Inutilmente con l'industre mano
Tento la molla che non tira più.
Questa tua chiave, che ficcai si spesso
Nel suo pertugio, inoperosa è già;
Rotto è il coperchio e libero l'ingresso
Ad ogni più riposta cavità.
Deh, come baldanzoso un dì solevi
L'ora dolce del gaudio a me segnar
E petulante l'ago tuo movevi
Non mai spossato dal costante andar!
Quante volte su lui lo sguardo fiso
Or tengo e penso al buon tempo che fu.
Se almen segnasse mezzodì preciso…..
Ma sei e mezza!… e non si move più!
A LUI
Perchè, Mio Bene, se vicin mi siedi
Taci e rivolgi gli occhi ai travicelli,
Oppur ti osservi attentamente i piedi
Quasi credendo di trovarli belli?
Guardami invece gli occhi e leggi e vedi
Di quante fiamme il nuovo amor li abbellì;
Guardali, non temer, fissali e credi
Che prometton ben più ch'io non favelli.