Certo è che questi popoli, costretti ad abitare in piccoli gruppi e discosti fra loro nelle caverne, non poterono dare alcun impulso al vivere sociale; come è pure certo che nelle Prealpi nostre, poco carsiche, non poterono essere numerosi come nel vicino Litorale, tutto foracchiato di grotte delle più varie dimensioni. È da presumere anzi che presto uscissero ad abitare all'aperto, vuoi per l'accresciuto numero, vuoi pel molto bestiame che dovevano possedere in regione ricca di rivestimento vegetale e nella quale viveva forse anche l'uro (confr. Urusperg = monte dei Bovi, presso Sanguarzo). Per ragioni di vicinanza e di analogia col prossimo Litorale è lecito argomentare che anche qui le prime dimore sorgessero in luoghi elevati e atti ad essere difesi dai nemici, dando origine a quelle costruzioni cui si dà il nome di castellieri: nome veramente improprio e che vale a indicare dimore rese forti naturalmente dalla elevata posizione, fortificate artificialmente mediante valli o muri.
Di esse, per dir vero, nessuna esplorazione ancora venne fatta nella nostra provincia, ma è certo che, come parecchi ne sorsero nel piano, a giudicare dalla toponomastica o da caratteristici accidenti del terreno, come ad Orsaria a Firmano e altrove[120], in numero non meno grande dovettero esistere nella regione collinesca e montana delle Prealpi, lieta di ubertose pendici, coperta di verdi pascoli, atta ad allevare una popolazione di pastori, importante per le vie di comunicazioni tra la zona litoranea e la regione transalpina. Probabilmente, oltre i già ricordati, ve ne fu uno sul m. Berda presso S. Pietro al Natisone, dove uno scavo praticato recentemente mise in luce avanzi di rozze costruzioni[121]; un altro presso la chiesa di S. Antonio di Cravero a poca distanza dalla quale sulla cima del monte vi sono tracce di muri che un'incerta tradizione dice essere già appartenuti a un convento; così presso Prapotnizza in quel di Drenchia v'è una vetta che chiamano Fortin (m. 708), e sopra Subit un'altra è detta Na-grad; nè mancano località coi nomi di Grad, Gadis-ce, Na Gradu. Similmente si hanno motivi di ritenere vi fossero castellieri presso la chiesa di S. Andrea di Erbezzo, e dove oggi sorge il santuario di Castelmonte colle annesse abitazioni[122]. Anzi io son d'avviso che alcune delle numerose chiesette, tutte antiche, le quali in questa regione sorgono per ogni dove sulle vette dei monti, siano state fabbricate sul posto di antichi castellieri, forse già preesistendo come delubri pagani, convertiti poscia in sacelli cristiani, in epoca, secondo me, non molto antica, il cristianesimo essendo qui penetrato lentamente solo dopo che s'era già diffuso per le città e pel piano. Ed anche parecchi dei castelli medievali è probabile abbiano approfittato di posizioni già indicate e rese adatte, almeno in parte, da castellieri preistorici. Comunque, è tendenza di tutti i popoli primitivi il cercare sedi in luoghi sicuri contro fiere e nemici: quindi nella nostra zona sulle vette dei colli e dei monti; nei paesi piani sulle palafitte in mezzo ai laghi e alle paludi.
Ma frattanto è avvenuto l'insensibile passaggio dell'età della pietra a quella dei metalli. Il bronzo apparisce già verso la fine del neolitico tra gli abitanti delle grotte: abbiamo accennato all'ago a cruna rinvenuto in quella di Robic. È certo che questo metallo venne diventando sempre più comune nei castellieri e nelle stazioni all'aperto, pur continuando accanto ad esso, che in allora dovea essere di gran costo, l'uso degli oggetti litici.
E qui merita osservare che nei castellieri isontini v'è accenno in quest'epoca a uno sviluppo di civiltà assai superiore alla neolitica e che non può essere spiegato coi progressi locali, ma fa pensare a un'immigrazione di genti nuove. Donde queste venissero, forse col tempo sapremo: la maggioranza degli scienziati d'oggi ritengono siano immigrati dall'Asia Minore, attraverso gli stretti fra il Ponto e l'Egeo, alla Penisola Balcanica prima, e poscia da questa ai nostri paesi. I primi arrivati, forse all'inizio del secondo millennio a. C., dovettero essere l'avanguardia di più recenti immigrazioni, ed appartennero alla famiglia dei popoli illirici e precisamente a quel ramo d'essi cui si dà il nome di veneti. È probabile siano giunti qui alla spicciolata, o in più riprese, o con moto forse continuo, prolungatosi per secoli, insediandosi pacificamente accanto ai neolitici non molto numerosi, occupando luoghi ancora disabitati, crescendo via via di numero fino a cambiare completamente la fisionomia etnografica della regione, assorbendo la gente primitiva e imponendole la propria lingua e civiltà. Che siano penetrati in via pacifica, lo si argomenta dalla scarsezza di armi che si trovano in tutti gli scavi relativi a quest'età.
I quali scavi, almeno quelli finora eseguiti, ci provano anche che questo popolo dovette fiorire nei nostri paesi specialmente durante il II e III periodo dell'età protoferrea (VII-VI sec. a. C.): epoca in cui aveva già qui occupato tutta la regione alpina e subalpina coll'intera pianura veneta e fuori d'Italia la Croazia, la Dalmazia, la Carniola, anzi la maggior parte dell'Europa media, come si può stabilire in base al ricco materiale epigrafico ed archeologico scoperto in dette contrade.
Senonchè fra i varî gruppi di così estesa popolazione vi dovevano essere differenze più o meno sensibili; anzi, confrontando tra loro i vari trovamenti, differenze abbastanza notevoli esistono fra le stesse nostre necropoli pur così vicine le une alle altre. E il curioso è che fra Darnazacco e S. Pietro, vicinissime, tali differenze sono assai più accentuate che non fra quest'ultima e la valle dell'Isonzo. Ciò, a parer mio, non deve sembrar molto strano se si pensi che anche oggi fra Cividale e S. Pietro, a pochi km. di distanza, v'è assai maggiore differenza etnografica che non fra S. Pietro e Caporetto-Tolmino.
I Celti.
I Celti. Ed ecco che sullo scorcio di quest'epoca le Alpi e buona parte dell'Italia superiore venivano invase dai Celti: solo i Veneti poterono conservare contro di essi la propria autonomia, pur subendone più tardi largamente l'influenza, come sappiamo da Polibio. Quale importanza abbiano avuto nella nostra provincia, non è facile stabilire: è probabile vi siano penetrati di buon'ora dalla Carinzia e dalla Carniola, dove lasciarono larghe tracce di sè in numerose necropoli, pei passi di Saifnitz e del Predil: è probabile anche ne occupassero tutta la regione montana col nome di Carnia, che ancora oggi si conserva. Se non stabilmente, almeno temporaneamente dovettero scendere nel piano, dove a 12 miglia da Aquileia fondarono un oppidum. Lottarono coi Veneti con varia fortuna, ora spingendosi fino al mare, ora rigettati di là dell'Alpi, onde le incertissime e spesso contradittorie notizie tramandateci dagli scrittori antichi intorno ai luoghi da essi occupati. Certo è che nell'idioma friulano esistono parecchi fenomeni fonetici ritenuti celtici, perchè caratteristici dei parlari sonanti su le labbra gallo-romane, comuni a quasi tutti i territori primamente celtici: ad esempio, il palatinizzarsi di ca o ga proprio a tutte le favelle ladine che ricorre parimente nel francese (tranne nel picardo) e nel provenzale settentrionale, ossia anche in territori sicuramente gallo-romani, sebbene nei dialetti gallo-italici dell'Italia superiore vi siano altri indizi celtici che non occorrono nel friulano. Ora noi sappiamo che il friulano fu parlato a Trieste, che Strabone disse borgata carnica, ed in Istria donde scomparve, non però interamente, per l'influenza civile di Venezia[123]. Degno di nota è pure il fatto che la maggior parte dei molti nomi locali in acco, suffisso che, quando però non si tratti di nomi slavi, si vuole d'origine celtica, sia o non sia dipendente da una diretta ragione etnica, sono a nord-est della Stradalta, sulla sinistra del Tagliamento, mentre che nella parte più bassa del Friuli mancano affatto o quasi (Turiacco, Noacco, Popereacco).
Nulla dirò qui degli altri argomenti che militano a favore dell'influenza celtica in Friuli, quali: la famosa epigrafe dei fasti trionfali che ci ricorda i Galli Karnei; il culto del dio Beleno in Aquileia che, forse, trova riscontro nell'odierno costume carnico de «lis cidulis»[124]; i nomi locali di pretesa, per quanto non sicuramente provata, origine celtica, e specialmente di quelli in cui entra la radice kar che, mentre si trova in paesi oggi abitati da Slavi, slava non è, ma sarà piuttosto, secondo pare assai verisimile, una sopravvivenza celtica nella lingua come nella toponomastica slava d'oggi[125]: soggiungerò soltanto che gli scavi archeologici di S. Pietro e Darnazacco non ci offrono prove seriamente dimostrative, poichè tombe celtiche non furon trovate, ma solo oggetti dispersi che accennano a influenze della civiltà celtica, la quale può essersi fatta qui sentire, come nel resto del Veneto, senza una vera e propria conquista dei Celti. Infatti nelle necropoli di S. Lucia e di Tolmino che pel loro contenuto appartengono all'ultimo periodo veneto, troviamo non pochi oggetti di carattere celtico, come fibule ed armi, in epoca nella quale i Celti non potevano ancora essersi qui stabiliti: è interessante anzi seguire quivi la graduale trasformazione della fibula Certosa sino a riuscire in quella tipica di La Tène. Di questa nella necropoli di S. Pietro si hanno solo scarsi esemplari, laddove in quella di Darnazacco essa rappresenta il 15% di quante ne furono scoperte. E ancora altri oggetti gallici, come spade ritorte e torqui, furon qui rinvenuti sparsamente sopra la necropoli paleoveneta: ma, ripeto, nessuna tomba propriamente gallica; oltrechè a quest'epoca le stesse necropoli venete si arrestano bruscamente. Ciò potrebbe significare che la regione, diserta da guerre contro quella gente feroce, rimase dopo d'allora per molto tempo spopolata: ciò potrebbe anche dipendere dal fatto che i sepolcreti gallici più recenti, occupanti gli strati superficiali del terreno, rimaneggiato più volte dai lavori agricoli, sono stati dispersi come lo furono i romani, frammisti alle cui reliquie si trovano oggetti gallici; ciò potrebbe infine essere indizio che, se pure i Celti si stabilirono in altre parti del Friuli, in questa zona prealpina dovettero essere rimasti poco tempo, conquistati e assimilati dai Romani assai più rapidamente che nella regione montuosa della Carnia.
È sperabile che nuovi scavi, ripresi con maggior lena e non in un sol punto della nostra plaga così ricca di storia, specialmente intorno ai maggiori centri abitati, che dalla stessa topografia vengono additati siccome i più antichi, portino nuova luce su questo argomento intorno al quale purtroppo ancora regna così grande oscurità, come del resto intorno a tutta la paletnologia friulana, di cui solo da pochi anni a questa parte si è cominciato a travedere qualche cosa di positivo. Si avranno così dei punti di partenza per ulteriori, più semplici e sicure conclusioni in mezzo alla faraggine di infondate, inutili e spesso puerili argomentazioni che troviamo in tutta la nostra passata letteratura.