Riguardo al bestiame la massima importanza l'hanno i bovini, di cui, secondo l'ultimo censimento, in tutta la zona esistono 10409 capi. Data la natura orografica dei luoghi, è logico abbiano assoluta prevalenza le vacche, sfruttate al doppio scopo di ottenerne latte e vitelli, mentre buoi e cavalli non si trovano che sul fondo delle valli e dove la non eccessiva pendenza del terreno permette il traino di carri e di slitte. Per influenza della situazione geografica e delle relazioni storiche e commerciali coi territori limitrofi si incontra in questi bovini la fusione, in misura diversa da luogo a luogo, di variati caratteri zoologici, innestati sopra un fondo comune, di origine svizzera e diffusosi fino a qui da tempi anteriori ad ogni registrazione, che appartiene al tipo alpino-iurassico, con prevalenza di caratteri alpini: tipo a statura piccola, a sviluppo organico tardivo, con buona attitudine lattifera. Strabone già al suo tempo accennava alla ricchezza di latticini che gli abitanti di questi monti scambiavano, commerciando, coi prodotti del piano. Ma l'industria zootecnica non vi ha seguito i progressi fatti altrove in Friuli: trascurata completamente è la praticoltura, pur dove crescono naturalmente foraggi preziosi per aroma e sapidezza; empirica nè sempre rispondente alle esigenze del bilancio fisiologico l'alimentazione; poco oculata la scelta e irrazionale l'impiego dei riproduttori; infine la stabulazione è permanente ed ha luogo, quasi ovunque, in ambienti malsani e senz'aria: tutto ciò ha portato al decadimento del bestiame bovino qui dove potrebbe essere massima fonte di ricchezza[178]. Nè sembra che nel lungo periodo di tempo intercorso fra gli ultimi due censimenti pastorali il medesimo sia aumentato sensibilmente, se nel distretto di S. Pietro da 6296 capi è salito appena a 6480 e nei comuni di Platischis e Lusevera da 2777 a 3188. Molti montanari, con errato criterio economico, preferiscono ancora vendere i foraggi all'aumentare i redditi della stalla!

Nelle parti più elevate dei comuni di Platischis, Lusevera, Tarcetta, Rodda, Savogna si pratica la monticazione, conducendo per circa 90 giorni l'anno 1145 capi grossi ai pascoli alpini che gli Slavi dicono planine. Queste differiscono dalle casere carniche non solo per differente costruzione, scopo e disposizione dei grossolani e primitivi edifici che servono di ricovero ad uomini ed animali e vengono detti casoni — numerosi sono specialmente sopra Mersino Alto e presso Montemaggiore di Platischis a Srednjobardo — ma anche nel sistema di sfruttamento del pascolo che ciascun proprietario fa per proprio conto, mentre collettiva è solo la lavorazione del latte, primo passo verso il più perfetto tipo di azienda cooperativa della maggior parte dei pascoli dell'alpe[179]. Del resto le latterie sociali, come ogni altra forma di cooperazione, sono difficili ad attecchire in tutta questa zona, trovando il principale ostacolo nel temperamento della popolazione slava, diffidente per natura, oltrechè nel pregiudizio diffuso in montagna che la sottrazione del latte alla alimentazione diretta sia causa di deperimento fisico, specie nelle donne e nei bambini: quindi anche l'industria del caseificio è in condizioni assai arretrate e ogni famiglia si lavora da sè il proprio latte ottenendone un burro mediocre che si vende sul mercato e consumandone essa o facendone consumare alle bestie i residui[180].

Gli equini nel distretto di S. Pietro sono appena 146; non più di 10 negli altri tre comuni della zona; ed è naturale, trattandosi di paesi montuosi. Non presentano caratteri di razza locale, venendo acquistati sui mercati del piano, alimentati da importazione austriaca di varia provenienza. Tipico è il cavallo caporettano, vigoroso, di forme massiccie e tondeggianti, atto al tiro pesante rapido, che viene allevato nell'alto Goriziano ed è frequente anche nei distretti di Cividale e S. Pietro[181].

Di pecore (724) e capre (254) in oggi il numero è assai limitato. Le prime appartengono nella proporzione del 60% al tipo O. A. asiatica e alla cosidetta razza slava, con lana lunga, di color bianco e di color nero bruno: sono numerose anche in pianura, essendo dotate di molta virtù di adattamento. Se ne fa esportazione dalla nostra regione oltre i confini della Provincia, fino a Treviso, Venezia e Padova. I caprini, ancora men numerosi, vengono allevati nei luoghi più alpestri, dove possono usufruire di erbe irraggiungibili al bestiame bovino. Esse perciò prevalgono nelle più sterili e rocciose parti dei comuni di Lusevera (262), Platischis (276), Tarcetta (161): sono in numero affatto insignificante negli altri comuni. Queste due specie di animali domestici sono destinate a scomparire dai nostri paesi. Basti dire che, secondo il censimento della Repubblica Veneta del 1766[182], le pecore erano in numero di 5985, le capre di 4025 nelle due sole parrocchie di S. Pietro e S. Leonardo, cioè nell'attuale distretto di S. Pietro, non compreso il comune di Drenchia. Gli è che in allora buona parte dei terreni di questa zona erano proprietà dei comuni. Intorno al 1851-2-3 furono divisi e passarono in proprietà dei privati: il numero degli ovini e caprini venne quindi progressivamente riducendosi fino allo scarso numero d'oggi e plaghe già nude, o con rari cespugli, si ricopersero grado grado di un ricco mantello vegetale palesando la loro attitudine alle più svariate coltivazioni e produzioni.

Quanto al sistema di conduzione delle terre, gli abitanti di questa zona sono tutti minuscoli proprietari che se le coltivano da sè. Ma i metodi di coltivazione sono ancora primitivi. Manca l'istruzione agraria, causa l'isolamento in cui gli Slavi sono sempre vissuti finora; mancano i capitali perchè sia resa possibile l'introduzione delle macchine agrarie; mancano strade d'accesso, e animali da soma perchè si possano importare i concimi chimici necessari a correggere le deficienze dei terreni, i quali vengono ingrassati quasi unicamente collo stallatico e colla poca cenere di legno che le singole famiglie riescono a produrre. Le condizioni degli abitanti non sono però cattive: non conoscono vera miseria; generale è un certo benessere economico, sebbene relativo e guadagnato a forza di lavoro costante, sudato, coraggioso. Oggi l'emigrazione verso l'America settentrionale è un grandissimo aiuto alle già esclusive risorse dell'agricoltura.

La zona collinesca

La zona collinesca. Corrisponde questa allo sviluppo dell'eocene arenaceo-marnoso ed è separata dalla precedente da una linea che da Magnano per Sammardenchia raggiunge la chiusa del Torre a Ciseriis, indi costeggia il monte Bernadia fino a Torlano, passa a nord di Cergneu, Attimis e Faedis, raggiunge il Natisone sopra Cividale[183] ed, attraversando il Judrio, abbraccia anche la maggior parte del Collio austriaco che si protende fino all'Isonzo. Le appartengono parte dei distretti di Tarcento (comuni di Magnano in Riviera, Tarcento, Ciseriis, Nimis) e di Cividale (comuni di Attimis, Faedis, Torreano, Cividale, Prepotto, Buttrio, S. Giovanni di Manzano, Manzano, Ipplis e Corno di Rosazzo), nonchè i comuni austriaci di Bigliana, Brazzano, Dolegna, Cosbana, Medana, S. Martino di Quisca, Podgora e S. Floriano, compresi fra il Judrio e l'Isonzo[184]. Questa zona per la natura del terreno è tutta feracissima, salvo poche aree calcaree.

Intorno alla linea di falda dei colli, sono poi strisce di terreni argillosi pure assai fertili. Essi hanno sviluppo specialmente nelle insenature laterali delle valli, come lungo il Natisone a Vernasso, Purgessimo e Guspergo, e dove perciò le acque furon costrette a stagnare; come a piè dei colli di Gagliano dove il conoide di deiezione del Natisone stesso originò una serie di bassure parallele ai medesimi; ai piè degli isolati colli di Buttrio e Rosazzo intorno ai quali pure le alluvioni formarono una zona leggermente depressa[185]; nel piano di Savorgnano, Marsure e Ravosa su cui il conoide del Torre produsse già un ristagno delle acque del Malina[186]; parallelamente ai colli che si protendono da Tarcento a Gemona; in qua e in là anche nel piano dove le acque ebbero modo di stagnare più o meno a lungo.

In questa zona i colli, pur tanto fertili naturalmente, sono debolmente popolati, lo sfruttamento dei medesimi facendosi piuttosto dal piano. Vi predomina il bosco ceduo — in cui le principali essenze sono il castagno, la quercia e l'invadente acacia: meno frequenti il frassino, la robinia, il carpino, l'ontano, il noce, il nocciuolo, il corniolo — che insieme al prato stabile, l'uno e l'altro di scarso prodotto, occupa i 2⁄4 della intera regione. Tra i cereali, non molto coltivati, prevale il maiz che in alcuni luoghi è in rotazione biennale col frumento. Gli spazi piani, periferici o interposti alle colline, nei luoghi argillosi e umidicci sono abbandonati a prato stabile. La maggior parte del terreno rimanente, costituito di alluvioni più o meno minute, mediocremente fertili, per 1⁄3 della superficie è coltivato a frumento, 1⁄3 a granoturco, 1⁄3 ad erba medica ed è arborato e vitato.

Ciò premesso, la produzione generale di granoturco in tutta la zona nel 1907 fu di quintali 101.119 con una media di circa 27 quintali per ettaro[187]: quella del frumento di quintali 41.075, ossia di 17.03 per ettaro, cifra relativamente molto elevata: sono coltivate le varietà: nostrana, cologna, noè, rieti[188].