Industria della seta.

Industria della seta. Che l'abbondanza di materie prime sia stata quasi unica causa fino ad oggi del sorgere di ogni industria in mezzo a noi, dove mancavano in passato condizioni naturali speciali atte a favorire la lavorazione di materie importate, ce n'offrono un'altra prova le industrie tessili. Allorchè nel secolo XVI si diffuse sempre più la coltivazione del gelso e l'allevamento del filugello[220], ebbe principio in Friuli quella trattura e filatura della seta cui nel secolo XVII diede forte impulso G. B. Zamparo, e nella prima metà del XVIII Antonio Zanon, il quale coi suoi scritti di Agricoltura, Arti e Commercio[221], precorse i tempi odierni e, propugnatore di ogni altro interesse economico del Friuli, molto contribuì pure all'incremento della nostra gelsicoltura e bachicoltura. Da una serie di provvedimenti presi dal Municipio e dal governo veneto in Cividale negli anni 1620, 1655, 1681 e 1695 relativamente al commercio e ai dazi sulle galette, si ricava che già in allora forte doveva essere la quantità del prezioso prodotto in quel territorio[222], tanto che nel 1703 lo Zamparo sopra ricordato vi teneva aperta una filanda in borgo S. Pietro. Oggi, favorite dalla mano d'opera abile e a buon mercato esistono filande, oltrechè a Cividale, a Buttrio, Gemona, Tarcento, Segnacco, Colloredo di Montalbano, Venzone, Dignano. Vi sono adibiti 1200 operai — la maggior parte donne — e 588 bacinelle con riscaldamento e movimento a vapore. Inoltre a Bulfons (Tarcento) e ad Artegna da parecchi anni sono attivi due grandi stabilimenti fondati ed esercitati da una Società con sede a Milano, per la filatura dei cascami di seta, in cui sono impiegati oltre 1200 operai.

Fig. 16ª. — Cascamificio di Bulfons (Tarcento).

I prodotti ne vengono smerciati a Milano, Vienna, Lione, Basilea, Zurigo, Crefeld e nell'America settentrionale. Questa industria della seta, rifiorita dopo un breve periodo di decadenza a cui l'aveva ridotta la malattia del filugello (atrofia parassitaria o pebrina), rimane ancora la principale del Friuli come quella che è alimentata da abbondanza di materia prima (oltre 3 milioni di kg. di bozzoli l'anno) e impiega il maggior numero di operai, avendo insieme adottato i macchinari più perfezionati e redditivi. Purtroppo però ora di bel nuovo è seriissimamente minacciata dalla finora invincibile diaspis pentagona che, specialmente nella zona pedemontana, va guadagnando spaventosamente terreno ed ha già ridotto di molto la forza produttiva dei gelsi.

Industria della lana. Tessitura. Cotonifici.

Industria della lana. Tessitura. Cotonifici. L'allevamento delle pecore, che tanta importanza già ebbe da noi[223], fin dal 1410 fece sorgere in Cividale un lanificio al cui uso erano adibite le acque della Roggia di S. Pietro. Nel terzo decennio dello stesso secolo si cercò dare maggiore incremento all'arte della lana con vietare l'esportazione di quella greggia; e nel 1459 si composero gli statuti per l'arte stessa e nuovi provvedimenti in favore della medesima vennero presi successivamente. Senonchè nel secolo XVI, come tutta l'economia pubblica, anche questa industria decadde in Cividale, nè dopo risorse più, poichè frattanto l'allevamento delle pecore venne riducendosi progressivamente. A. Zanon già al suo tempo scriveva che, data la gelosa cura che in Friuli si aveva ormai della vite, bisognava sempre più impedirne la moltiplicazione[224].

Nel 1748 un carnico, il Foramiti, che la città riconoscente più tardi si aggregò alla nobiltà, fondava in Cividale un impianto per la tessitura con telai a mano. Tale industria in poco tempo prese sviluppo così grande che l'intiera contrada di S. Domenico vi si applicava, tanto da venire chiamata borg dei Çhargnei. Oggi però le grandi fabbriche con telai meccanici, sorte a Pordenone, Udine e nella stessa nostra zona a Gemona, l'hanno uccisa quasi totalmente e viene ancora debolmente esercitata in qua e in là come industria famigliare. Nel 1890 vi erano ancora 115 telai a mano in distretto di Cividale, 249 in quel di Gemona (la maggior parte nel comune di Buia, 135), 150 in quel di Tarcento, 85 a S. Daniele e 32 a S. Pietro[225]: attualmente sono ridotti complessivamente a circa 150[226]. Centro dell'industria cotoniera nella nostra zona oggi è diventata Gemona ove esistono tre opifici meccanici di cui uno impiega da 400 a 500 operai nella filatura del cotone, un altro circa 300 nella tessitura e torcitura dello stesso, un terzo, minore, 70[227]. Questa industria è quasi l'unica che venga alimentata da materia prima importata e deve il suo fiorire alle stesse cause per cui ha preso sviluppo quasi in ogni altra parte del mondo. Connessa colle tessili è l'industria delle tintorie, di cui esistono parecchie, sparse un po' dappertutto, come a S. Daniele, Majano, Coseano, Tarcento, Osoppo, Tricesimo, Remanzacco e, più che altrove, fiorenti a Cividale e Gemona.