Sembra che le genti friulane subissero, accanto all'influsso romano quello celtico così nel dialetto, come nelle fogge del vestire e nelle forme artistiche: anche la religione mostra larghe tracce di tale preponderanza se non altro nel culto caratteristico di Beal il cui nome rimane in molte denominazioni di luogo della provincia, ed i simboli in numerosi monumenti. Delle grandi feste beleniche che si celebravano in tutto il mondo celtico nei solstizî di estate e d'inverno, rimase ancora nei nostri giorni un pallido ricordo nel getto di ruote infocate (cidulis) della Carnia e forse anche nei fuochi di S. Giovanni e dell'Epifania in tutta la provincia.

Il cristianesimo, le prime invasioni barbariche.

Il cristianesimo, le prime invasioni barbariche. Aquileja, dove affluivano genti così diverse, doveva però esser strumento al diffondersi di altri culti provenienti da lontane regioni: nei suoi monumenti si trovan tracce di religioni orientali, asiatiche ed egiziane. Anche il Cristianesimo[290] dovette introdursi abbastanza presto nella grande città e vi provenne forse direttamente dall'Oriente, poichè nelle altre sedi dell'Italia settentrionale esso si fece strada abbastanza tardi. Tali correnti orientali sembrano attestate dai numerosi martiri che di là furono introdotti nel martirologio friulano. Il primo vescovo della comunità cristiana aquilejese di cui si conosca il nome fu Ermacora che visse, come vuolsi, nella prima metà del secolo terzo; nei primi anni del quarto il vescovo d'Aquileja doveva esser grandemente cresciuto in importanza se lo vediamo intervenire a lontane riunioni come il Sinodo di Arles (314): dopo il riconoscimento del Cristianesimo, quale religione ufficiale dello stato, si tenne nel 381 ad Aquileja un Sinodo importantissimo contro gli Ariani cui intervenne S. Ambrogio. Aquileja dette alcuni martiri il cui nome fu celebre nella cristianità dei primi secoli, come Fortunato ed i Canziani, ai quali si intitolano ancora talune vetuste chiesette delle nostre vallate. Quale fosse la diffusione del Cristianesimo nei centri minori è difficile però dirlo. Certo il Forogiulio orientale, che pure col decadere di Aquileja verso la fine dell'Impero acquistò molta importanza, non ebbe vescovo, finchè nel VII secolo vi trasportaron la lor sede quelli dell'omonimo carnico: segno che la comunità cristiana non dovette esservi numerosa. Certo, nel 238, sulle cime dei nostri monti esistevano ancora le are delle Deità custodi d'Italia, e nella stessa Aquileja, proprio in quell'anno, la fantasia popolare vide Beleno, non già gli angeli cristiani, accorrere in soccorso della città assediata dall'atroce Massimino, ed oltre alle are pagane fatte ristaurare da Arbogasto alla fine del IV secolo sulle nostre Alpi, c'è da ricordare il timore, attestatoci da omelie antiche, nei nostri comprovinciali, di danni da parte dei gentili, che dovevano dunque esistervi numerosi. La definitiva vittoria del cristianesimo si deve soltanto a Teodosio I ed a suo figlio Onorio.

Intanto però precipitavano le sorti dell'Impero d'Occidente e con esse quella della provincia aquilejese. Dopo parecchi decenni di pace profonda dovuta agli energici provvedimenti degli imperatori della casa Antonina, che respinsero i marcomanni, giunti fin sotto Aquileja, le nostre terre dovevano esser messe a ferro ed a fuoco dalle sanguinose competizioni dell'Imperatore Massimo con il feroce Massimino, che perì sotto le mura di Aquileja, da lui indarno assediata. Pochi anni più tardi (252), la marea germanica traboccò una prima volta dalle Alpi e fu respinta da Gallieno: l'incursione dovette cagionare però infiniti danni ed incendî di cui ci parlano gli scrittori del tempo e ci resta testimonio negli strati di prodotti di combustione che troviamo negli scavi archeologici fra le vestigie romane.

Altre lotte intestine vide la provincia aquilejese: Costantino II, figlio dell'instauratore del Cristianesimo a religione dello Stato fu ucciso (a. 340) fra Aquileia e le prossime lagune. Alcuni anni più tardi il grande Teodosio decise due volte nel basso Friuli la supremazia della discendenza di Valentiniano: la prima nel 388 quando disfece ed uccise nei pressi di Aquileja Massimo, in favore di Valentiniano II, la seconda nel 394 quando sconfisse l'uccisore di quest'ultimo, il generale barbaro Arbogasto e la sua creatura, l'imperatore Eugenio, presso il Fiume Freddo, non lontano dal Vipacco, ed in seguito alla vittoria riunì insieme i due imperi, d'oriente e d'occidente. È da notare il fatto, interessante per la storia fisica della regione, che la vittoria molto contrastata, di Teodosio fu decisa dall'imperversare di terribili raffiche di Bora, che soffiava impetuosa contro alle truppe di Arbogasto.

La caduta di Aquileia e l'importanza assunta da Cividale. Il periodo dei Goti e dei Bisantini.

La caduta di Aquileia e l'importanza assunta da Cividale. Il periodo dei Goti e dei Bisantini. Ma ben altre sventure preparava alla nostra regione la minaccia barbarica che già da tanto tempo pesava sopra di lei, minaccia che ormai derivava così dai barbari di fuori, come da quelli di dentro che avevano in poter loro l'esercito. Nei primi decenni del V secolo il Friuli fu corso dai Goti di Alarico più volte, e per quanto Aquileja resistesse, ne andaron di mezzo, a quanto si dice, i territori del Forogiulio orientale e il concordiese; alcuni decennî più tardi invece fu la volta di Aquileja, e la distruzione che Attila arrecò colle sue orde efferate fu tale che la città non potè più risorgere con vigor di vita. Il fatto ha grandissima importanza per il tratto di Friuli di cui ci occupiamo giacchè la caduta di Aquileja e la distruzione del Forogiulio carnico, avvenuta pure in quel turno, per quanto non si sappia esattamente quando, fecero sì che il centro del governo, della difesa militare ed anche della economia della regione Giulia si trasportasse nella parte media che fin'allora era rimasta quasi nell'ombra, e più che altro nella città orientale di essa: Cividale[291]. Il disastro unnico non atterrò tuttavia interamente Aquileja. Ancora ottant'anni più tardi il prefetto del pretorio di Re Teodato in un decreto relativo a contribuzioni della provincia parla delle tre città: Aquileja, Concordia e Forogiulio; dunque neppure il terribile scontro fra Odoacre e gli ostrogoti, anche questo avvenuto nella pianura, al guado dell'Isonzo, divenuto campo di battaglia delle nazioni, aveva avuto per conseguenza la totale scomparsa dell'antica città. Piuttosto è da pensare che abbattuta e abbandonata in gran parte dopo l'incendio unnico, essa sia andata sfacendosi a poco a poco per la malaria derivata dalla mancanza di braccia che coltivassero il piano circostante, dal cessare del commercio cagionato dalle guerre barbariche che avevano tolta ogni sicurezza alle vie che dall'Adriatico mettevano nel Norico e nella Pannonia strumento indispensabile alla prosperità del grande emporio, e forse anche dal penetrare delle acque marine nella terra ferma per quel lento abbassarsi della regione che fu esiziale ad Eraclea, ad Altino ed a tanti altri celebrati luoghi del litorale. Anche le lotte lunghe e spietate tra bisantini e goti dovettero contribuire a tale decadenza, favorendo Grado dove molti profughi s'erano rifugiati, e dove la flotta bizantina aveva una delle sue stazioni.

Nel periodo gotico, il Friuli dovette esser diviso in tre zone: la più alta invasa dai franchi discesi dal Norico sotto specie di venir in aiuto dei goti, la media in possesso di questi fino agli ultimi tempi del loro dominio, la bassa infestata dai Bisantini. Certo Totila trovò aiuti in questi luoghi quando da Treviso mosse alla riscossa contro i bisantini: a Cividale fu scoperta nel 1500 nella casa Canussio (ora di Craigher) una lapide col suo nome, ora perduta, e quando poi Narsete discese coi suoi per domare questi ultimi avanzi gotici, dovette marciare attraverso le lagune, lungo il lido del mare, per evitare gli attacchi franchi e dei goti che dovevano, dunque, essere ancor forti nella regione.

La vittoria di Narsete diede l'ultimo tracollo al sistema di accordi fra romani e barbari che era stato già abbozzato dai generali barbarici della Casa di Teodosio e che ebbe il suo culmine nella monarchia di Teodorico. Ormai non s'ebbe, in Italia che pieno dominio di greci o pieno dominio di germani.