L'esercito austriaco, guidato dal Duca di Brunswik fece un tentativo contro Udine fra il 26 ed il 28 di Luglio fors'anche per soccorrere Pordenone che però fece dedizione a Venezia il 26; saputo questo il Duca si ritirò e rivolse invece tutte le sue forze contro Cividale. Fra il 28 e il 30 l'esercito austriaco abbruciò tutti i villaggi fra Cormons e il Natisone e smantellò la rocca di Rosazzo e poi si accampò sotto le mura di Cividale. La città, che aveva debole presidio capitanato da Federico Contarini, e fu poi soccorsa da una piccola ma valorosa schiera guidata da Antonio da Pietrasanta, venne bombardata per due giorni, e oppose validissima resistenza, non solo per la gagliardia del presidio, ma ben anche per la intrepidezza dei cittadini fra cui si distinsero Zenone de Portis, Annibale Salone e Girolamo Locatelli. Il 1.º Agosto Giampaolo Gradenigo provveditor generale dell'esercito veneziano in Friuli tentò di soccorrere la città movendo da Udine con un certo numero di stradiotti, la cavalleria castellana comandata da Tiberio Porcia, e le cernide di Antonio Savorgnan, ma, presso Remanzacco, fu sconfitto dal Co. Cristoforo Frangipane di Veglia. Intanto gli austriaci tentavano l'assalto per una breccia aperta dalle loro artiglierie. I difensori con disperata energia respinsero tre volte i nemici e l'ultima, usciti fuori dalla breccia li posero in tale rotta che l'indomani levarono il campo e si ritirarono verso Cormons. Difesa questa la cui fama si diffuse in tutta l'Europa.

La vittoria fu molto benefica a Venezia per la quale rappresentò un primo raggio di luce dopo i disastri dei mesi precedenti. Cividale però non ne trasse profitto dacchè, malgrado i suoi sforzi, perdette fra l'Agosto e il Settembre le chiuse di Plezzo (Flitsch) e Tolmino, possessi per lei importantissimi che le assicuravano il commercio della via del Predil. Tale perdita fu l'ultimo colpo alla prosperità dell'antica città friulana.

Fig. 26ª. — Una delle torri (la toratte) delle mura di Venzone.

La guerra continuò con alterne vicende, e continui saccheggi e desolazioni negli anni successivi. I Veneziani che in tanti disastri non potevano tener fermo dovunque e talvolta smarrivano l'animo, non seppero opporre valida resistenza dove più ne era il bisogno. Nel 1511 tutta la Patria cadde in mano del nemico: il 18 Settembre S. Daniele, il 20 Udine, nei giorni successivi anche Cividale e Gemona dovettero aprir le porte all'esercito austriaco, e, ciò che fu più dannoso, il 19 Settembre il presidio veneto di Gradisca cedette vilmente al nemico; Venezia e con lei l'Italia avevano perduto per secoli quel territorio così prezioso alla difesa dei confini orientali! Fra il 1511 e il 1514 le sorti furono alterne: alcune città, come Cividale nel 1513 rialzarono la bandiera di S. Marco; terre rigogliose subirono invece, come Buia in questo stesso anno, i danni del nemico; la lotta definitiva doveva però combattersi nella primavera del 1514 sotto le rupi di Osoppo. Il campo imperiale che aveva Gemona come base d'operazione strinse per quaranta giorni con diuturni bombardamenti ed assalti la fortezza di cui Gerolamo Savorgnan ed il connestabile Teodoro dal Borgo dirigevano con animo gagliardo le difese. Soccorsi di vettovaglie mandati animosamente da S. Daniele, e forse da altri luoghi vicini, dacchè come si disse l'animo delle popolazioni era profondamente ostile agli Austriaci, permisero ai difensori di tener fermo finchè gl'Imperiali, saputo che il generale d'Alviano era entrato in Friuli con buon nerbo di truppe veneziane e ripreso e messo a sacco Pordenone, si volgeva verso Udine, sciolsero il campo e per il canale del Ferro impresero la ritirata, che il Savorgnan e le sue truppe molestarono a più riprese[315].

Le città friulane, che ancora obbedivano all'impero, riaprirono, tutte, le porte all'esercito veneto e s'aprì così per la maggior parte del Friuli una lunga era di pace che doveva finire soltanto colla caduta della repubblica veneta. Soltanto alcuni luoghi del territorio da noi considerato furono turbati un secolo più tardi dalla nuova guerra fra la Repubblica e la Casa d'Austria, poichè tale guerra che fu detta di Gradisca (perchè l'obbiettivo principale dei Veneti era il riacquisto di questa fortezza che non si riuscì a strappare al nemico) si svolse nel basso Friuli intorno all'Isonzo. Non mancarono però anche qui episodî onorevoli per i Friulani, come la cacciata degli austriaci che avevano occupato Pontebba per opera di truppe friulane comandate dal prode cividalese Marc'Antonio di Manzano e di ausiliarî Venzonesi e Gemonesi capitanati da un Bidernuccio di Venzone (13 Agosto 1616). Lo stesso Manzano discese nel gennaio 1617 da Castel del Monte presso Cividale nella valle dell'Isonzo per tentar di riprendere Caporetto e le chiuse di Plezzo, ma non fu efficacemente aiutato dal generale veneto Giovanni de' Medici. Il valoroso cavaliere friulano doveva poi trovar la morte in un fatto d'armi presso l'Isonzo il 12 Luglio 1617. La guerra di Gradisca finì senza risultati. La repubblica che avrebbe voluto unificare i suoi possedimenti ed estendere il suo territorio dal Timavo alla Livenza, dovette rassegnarsi a rispettare i feudi austro-goriziani che ne interrompevano la continuità. Alla perdita del baluardo orientale, Gradisca, si doveva aggiungere quindi la conservazione in mano dell'Austria del territorio di Aquileia, di Castel Porpeto, di Gorizia, S. Maria e varii altri paesi nel centro del Friuli, di Albana sulla riva destra dell'Judri. Nondimeno la unificazione del Friuli si poteva dire molto più avanzata di quanto non fosse nell'età patriarcale per l'acquisto stabile di Pordenone e di Latisana e per la conservazione di Monfalcone, e la difesa assicurata con l'erezione della fortezza di Palma (1593) che chiuse per due secoli la fatale breccia orientale dei confini italiani.

Le benemerenze del governo di Venezia. La rappresentanza dei contadini. Il fiorire delle arti e delle scienze.

Le benemerenze del governo di Venezia. La rappresentanza dei contadini. Il fiorire delle arti e delle scienze. A queste benemerenze il governo veneto doveva poi aggiungerne altre per l'opera compiuta a vantaggio della pacificazione delle classi sociali. Il periodo 1500-1514 già così disastroso al Friuli per la guerra austro-veneta era stato pure funestato da un terribile movimento sociale. Abbiamo visto quali sorde ostilità covassero fra rustici e signori feudali, e fra il popolo minuto e la nobiltà cittadina. Antonio Savorgnan che negli ultimi decenni del XV secolo e nel primo del XVI, si può considerare per le grandissime ricchezze, la vastità delle clientele e per il predominio, esercitato con fredda audacia ed inumana crudeltà, quasi come un re non coronato del Friuli, trasse partito da queste inimicizie per muovere il popolo di Udine ed una torma di contadini delle cernide, da lui riunita nella capitale friulana col pretesto di minacce austriache, a trucidare i suoi avversarî della potente consorteria dei Turriani ed a saccheggiarne le case. Fu il celebre sacco del giovedì grasso 1511. Ma l'incendio non si arrestò qui: le plebi di campagna udite le novelle di Udine si affrettarono ad assaltare i castelli, a dar sacco alle abitazioni patrizie, ad incendiare ogni cosa[316].

Il sabato furono abbruciati e saccheggiati i castelli di Villalta, Brazzacco, Arcano, la domenica mattina si sentivano, dice un contemporaneo, in ogni parte tumulti e si vedevano accesi i fuochi che abbruciavano i Castelli di Susans, Colloredo, Caporiacco, Tarcento, Fagagna, S. Daniele, Spilimbergo, eran posti a ruba Morazzo, Zoppola, Cusano, Varmo ed altri, i castellani messi in fuga colle loro famiglie e costretti a rifugiarsi taluni in boschi od in spelonche, i più fortunati in qualche castello rimasto intatto come Pers, oppure a Venezia o nei luoghi forti d'oltre Tagliamento. Dopo il primo sbigottimento i castellani si rannodarono, la repubblica veneta mandò truppe, e degli atroci fatti fu tratta terribile vendetta specialmente quando Antonio Savorgnan, insospettitosi dei procedimenti del governo Veneto e delle proposte fatte contro di lui nel Consiglio dei X e più, forse, intimorito dalla debolezza dei presidî veneziani in Friuli, abbandonò improvvisamente l'antica fede e si diede alla nemica secolare della sua casa, l'Austria. Tradimento memorabile che, quanto alla famiglia Savorgnan fu lavato dal gagliardo Girolamo, il difensore d'Osoppo, ma che non valse ad Antonio l'impunità, dacchè egli fu ucciso poco dopo da gentiluomini friulani, parenti delle sue vittime ed il suo cadavere fu divorato dai porci per le vie di Villacco.