La repubblica si preoccupò nondimeno, del grave disagio che aveva prodotto gli eccessi, e durante tutto il secolo XVI e XVII malgrado l'opposizione del parlamento friulano, la Signoria emanò una serie di leggi a favore dei rustici, per impedire ai signori di togliere alle comunità rurali i compascui di cui godevano, per fissare le mercuriali delle derrate dei canoni livellarî, per rendere gli attrezzi, le masserizie e gli animali da lavoro dei coloni insequestrabili, e sopratutto per costituire, con larghezza di vedute unica in Italia, ai contadini una rappresentanza separata che ne difendesse le ragioni, ne esigesse le imposte e custodisse le armi delle cernide, togliendo tutto ciò ai signori feudali. Questa rappresentanza detta dei sindaci generali della contadinanza, era eletta dai sindaci dei varî villaggi del Friuli diviso in otto quartieri, quattro di qua e quattro di là del Tagiiamento. Con essa si può dire che ai tre membri del Parlamento: clero, castellani e borghesi se ne aggiunga un quarto: quello dei contadini. Anche il territorio di Cividale separatosi, come s'è detto nel 1553, ha il suo corpo della contadinanza coll'arrengo cui partecipano anche i villaggi delle valli Slave ordinati in un consorzio a capo del quale sta in luogo di un sindaco generale, una magistratura detta la banca di Antro e di Merso. Queste provvide disposizioni fecero cessare in buona parte il malcontento dei rustici, mentre a poco a poco la pace risanava le gravissime piaghe che le guerre, i saccheggi, la peste, le carestie avevano recato alla desolata provincia[317].

D'un certo benessere son prova le arti che fioriscono con notevoli monumenti. Dal '500 al '600 il Friuli dà una bella serie di artisti specialmente alla pittura. Pellegrino da S. Daniele, Giovanni da Udine, il Pordenone, l'Amalteo abbelliscono coi loro pennelli famosi non solo chiese delle cittadette friulane, ma anche romite cappellette di campagna, che si fregiano di bei trittici di legno scolpiti da scultori pure locali, mentre anche le case private si adornano di mobili intagliati con fine gusto e sovente mostrano facciate frescate da abile mano. Il movimento letterario si accentua anch'esso: nella prima metà del '500 la poesia friulana può finalmente noverare un nome egregio: Erasmo di Valvasone mentre altri letterati come Scipione di Manzano, Ermanno Claricini, e una pleiade di antiquarî e scrittori di cose patrie come il Nicoletti di Cividale, il Pittiano di S. Daniele ed altri meno noti fecero riscontro nelle nostre piccole città, al bel movimento di Udine. Ed anche più tardi quando il marasmo del '700 colpisce le nostre non meno che le altre città venete le lettere continuano a dare qualche bel nome come l'arcivescovo Giusto Fontanini bibliofilo e antiquario di S. Daniele, il diligente raccoglitore di patrie memorie Giuseppe Bini di Gemona, e la pleiade di nobili scrittori che vanta la scuola dei Somaschi apertasi nel 1705 a Cividale fra cui Iacopo Stellini, il gran filosofo, e il matematico G. B. Pisenti. Cividale dava pure in quel tempo al Friuli il suo maggiore storico Bernardo Maria de Rubeis, cui seguiva di poco nello stesso arringo l'acuto G. G. Liruti signore di Villafredda presso Tarcento[318].

La decadenza del secolo XVIII. La venuta dei Francesi.

La decadenza del secolo XVIII. La venuta dei Francesi. Per contro tutte le istituzioni pubbliche nostre volgono a piena decadenza via via che ci avviciniamo alla fine del '700: il parlamento si riduce un'ombra di sè ed è continuamente sorvegliato nella sua attività dai magistrati veneti; i Luogotenenti erano sovente invisi alle popolazioni, le giurisdizioni feudali non davano alcuna garanzia di giustizia ed erano quasi sempre strumento d'oppressione. Le comunità non avevano còlta l'occasione di rinnovarsi col ristabilire le antiche assemblee a larga base, ma al contrario o avevano serrato l'arrengo riducendolo a poche famiglie, come a Gemona, ovvero l'aveano soppresso addirittura accogliendo poche famiglie plebee fra i nobili di consiglio, come accadde a Cividale. Anche la benefica rappresentanza dei contadini istituita, come vedemmo, dalla repubblica veneta, ha poco effetto per i brogli e le corruzioni e la trivialità dei sindaci. Non che il Friuli fosse in condizioni peggiori delle rimanenti provincie venete e di molte altre italiane, anzi sotto qualche aspetto aveva progredito. L'industria della seta p. es. dava circa un milione di libbre di bozzoli di cui buona parte era esportata in Germania, e circa 120.000 libbre di sete lavorate; filature e tessiture, specie verso la fine del '700, sorgevano qua e là nella provincia[319]; l'agricoltura migliorava per le sapienti cure di teorici e pratici come lo Zanon, l'Asquini, il Canciani ed altri, ma il marasmo dovuto alla neghittosità dei ricchi, all'ignoranza generale e più alla natura stessa delle istituzioni era così grande che contro di esso si spezzavano vanamente in buona parte questi sforzi generosi e ciò non poteva a meno di generare malcontento in special modo contro i privilegî dei nobili e contro l'inerzia dei poteri costituiti. Non mancava poi il lievito delle dottrine democratiche, venute dal di fuori delle quali si faceva banditore persino qualche veneto magistrato. Non era dunque interamente impreparato l'ambiente in cui le armi rivoluzionarie di Francia portarono ad un tratto vita nuova.

Nel Marzo 1797 il Friuli fu conteso fra l'arciduca Carlo comandante le truppe austriache, e Napoleone Bonaparte capo dell'esercito francese: Venezia assisteva impotente alla lotta che doveva decidere le sue sorti. Il 17 i due eserciti si scontrarono sul Tagliamento e gli austriaci ebbero la peggio; il 20 tutto il Friuli fino all'Isonzo era in potere dei Francesi che dal Pulfero e da Pontebba movevano ad inseguire gli avversarî. La provincia e particolarmente il cividalese patì gravissimi danni dai belligeranti: requisizioni senza pietà, incendi, saccheggi, donne violate e contadini costretti a seguire coi carri ed i buoi l'armata francese fin nell'interno dell'Austria, tutto ciò doveva riuscir molto duro a popolazioni che la lunga pace aveva ormai rese ignare degli orrori della guerra; ma ben maggior danno preparava poi la politica egoistica della repubblica francese che tolse al Friuli l'indipendenza nazionale e lo cedette all'Austria colla pace, detta di Campoformio, il 17 Ottobre 1797 insieme alle altre terre venete fino all'Adige, in compenso della parte dei Paesi Bassi che l'Austria a sua volta cedeva alla Francia. Questa proclamava per se stessa i diritti dell'uomo, ma mercanteggiava gli altri popoli come torme di schiavi.

Il Friuli rimane così soltanto, per pochi mesi, sotto la signoria francese: nel maggio partirono i magistrati veneti, e il generale Bernadotte costituì a Udine il 26 giugno un Governo centrale di 23 membri in parte udinesi, in parte della provincia. Dopo Campoformio costoro dovettero cedere il campo ai governatori austriaci che per brevissimo tempo restituirono gli antichi ordinamenti ma poi li mutarono a somiglianza di quelli che reggevano gli stati ereditarî. Il parlamento friulano si riunì per l'ultima volta nel febbraio 1798, poi la provincia fu sottoposta ad un consiglio di Governo sedente a Venezia ed a un capitano provinciale; naturalmente cadevano le divisioni precedenti della provincia che assicuravano l'autonomia a Palma ed a Cividale.

L'Austria tenne allora il Friuli per sette anni; perseguitò i liberali, ed accarezzò i nobili e gli ecclesiastici, ma la provincia stette tranquilla sotto la pesante burocrazia Absburghese; il brevissimo periodo di libertà del 1797 era stato macchiato da troppi errori perchè il ricordo potesse destare qualche fremito di ribellione. Nel 1805 questo torpore fu scosso dai generali di Napoleone; il 16 novembre Massena era a Udine, il 17 a Palmanova e gli Austriaci si dileguavano nuovamente. La pace di Presburgo (25 dicembre 1805) diede al Regno italico la destra riva dell'Isonzo; la convenzione di Fontainbleau del 1807 doveva però restituire all'Austria parte del territorio fra l'Isonzo e lo Judri che diviene nuovamente, come al tempo veneto, confine fra i due stati. Le sorti della provincia dovevano esser disputate di nuovo fra Napoleone e l'Austria nel 1809. L'Arciduca Giovanni comandante l'esercito austriaco moveva fra il 10 e l'11 aprile di quell'anno da Cividale verso il Tagliamento: il vicerè d'Italia Eugenio l'attendeva alla Livenza e dopo il combattimento sfavorevole di Fontanafredda doveva ritirarsi sul Piave. Intanto però le vittorie che la grande armata napoleonica otteneva in Germania mutavano le sorti della guerra: l'Arciduca iniziò nel maggio la ritirata e dopo un combattimento avvenuto a S. Daniele, le sue truppe erano costrette ad abbandonare il Friuli per il canale del Ferro. L'armata d'Italia lo inseguiva e doveva poi colla splendida vittoria di Raab rivendicare il suo onore. La pace di Vienna assicurò a Napoleone per quattro anni non solo il Friuli veneto, ma Gorizia, Gradisca e Trieste. Il Friuli alla sinistra del Tagliamento costituì il dipartimento di Passeriano, il Goriziano appartenne invece alla così detta provincia illirica: tutte soggette però al Vicerè d'Italia.

Il periodo 1805-1813 ha importanza decisiva per la storia Friulana, perchè rinnovò, si può dire, in gran parte lo spirito della provincia. L'abolizione dei privilegi nobiliari, l'applicazione del codice civile, la soppressione delle corporazioni religiose, l'aver abituato nuovamente tanti giovani alla milizia accendendo nell'animo il sentimento della gloria e facendoli uscire dal ristretto e mortifero ambiente locale, la costruzione di grandi strade che rendevano rapide e sicure le comunicazioni, l'aver fatto risorgere fortemente l'idea dello Stato soffocando la prepotenza di tanti tirannelli locali sotto l'impero di un'amministrazione ferma ed inesorabile, ed infine il gran nome (ed era poco più) del Regno d'Italia, tutto ciò suscitò anche tra noi pensieri, speranze, entusiasmi gagliardi che la caduta del gran Corso doveva far tacere repressi, ma non spegnere interamente.

Nell'agosto 1813 scoppiate le ostilità fra Napoleone e gli alleati, l'armata d'Italia attraversò il Friuli per attaccare gli Austriaci che furon respinti dapprima sulla Sava e sulla Drava. Più tardi, alla fine di settembre, in seguito alla defezione della Baviera che minacciava le retrovie del Vicerè, questi decise di ritirarsi sull'Adige. Fra il 17 e il 24 settembre le divisioni dell'armata italiana attraversavano per l'ultima volta il Friuli; alla fine del mese tutta la provincia era in mano degli austriaci ed il tricolore sventolava soltanto ad Osoppo ed a Palmanova. Vi doveva esser abbassato anche là nell'aprile dell'anno successivo per l'armistizio di Schiavino-Rizzino: il 12 giugno 1814 le provincie lombarde e venete furono costituite in Regno a vantaggio della dinastia lorenese.