Signora Zia vi faccio sapere per questa mia qualmente io sono in tanto affanno che se soccorsa non sono dal vostro potentissimo aiuto, mi voglio dare morte con la mia mano, et di me stessa voglio divenir micidiale. Mia madre s'è disposta di volermi maritare ad un'huomo losco più di Philippo Macedone anzi (per dir meglio) ceco piu che Tiresia et piu che Antipatro: ha costui la pancia per Idropisia più grande, che non haveva Metrodoro philosopho & compagno dell'Epicuro: li colano del continuo gli occhi, quasi ch'egli sia un'Aristodemo, uno Eurito, & un novo Oratio: l'è piu zoppo di Damone, & di Androclida: Scilinguato piu che Batto et piu che M. Fundo. L'è furioso & maniaco assai piu di Aiace, di Pisandro, manda poi dal corpo un'odore di maggior schifezza che non era quello di Ruffino, di Gorgonio, & di Euripide, ne vi si po riparare ne col Nardino unguento ne col Malobrato, ne con il Narcissino: non si po spegnere questo suo maligno fetore con il calamo odorato, con l'Amomo, col Balsamo, col Telino, col Megalio, ò col Susino unguento: oltre che l'è pazzo piu di Corebo figliuolo di Migdone: hor vedete un poco a che partito mi ritruovo. Io non faccio mai altro che piangere & stracciarmi le treccie: parvi S. Zia che tal huomo mi si convenga essendo io servita et vagheggiata da tanti gratiosi & belli cavaglieri che fariano parer brutti Nireo, Narciso, Amaraco, Ippolito, & Hila? certo se non gli lo dissuadete a fatto a fatto, io mi impicherò per la gola, mi gitterò nel pozzo, mi segherò le vene: ò che me ne fuggirò di la dalli Sauromati: voglio piu tosto (per conchiuderla in poche parole) menar mia vita in chiasso, che unirmi con questo horribilissimo mostro, m'havete inteso, provedetegli, provedetegli, se punto vi cale dell'honore & della salute della vostra cara nipotina. Di Roma alli III. d'Aprile.
APOLLONIA ROVELLA A M. LEONORA DA VERTEMA.
Alli di passati, io vi scrissi due mie, d'un medesimo tenore, pregandovi, volessi transferirvi a Vinegia, dove havevamo un predicatore, dotato di tutte quelle eccellentie che desiderar si possono in huomo di tal professione: interpreta & spiana le scritture si santamente quanto Chrisostomo, si acutamente quanto faccia Origene, si dottamente quanto Basilio, & con tanta devotione quanto faccia il devoto Bernardo: non hà nel suo parlare quelle affettate delitie che in molti moderni si vegono, & è di piu lingue ornato, che non fu mai Mitridate, per la qual cosa, egli ci da da veri & propri fonti, tutto quel che noi desideriamo di sapere: l'è mirabile nell'insegnare, gratioso nel persuadere, & potentissimo nell'esortare. Non credo si trovasse mai, da che nacque Christo, il piu fedel dispensatore de divini misteri: la voce sua è simile a quella di un Cigno; & l'eloquentia varia secondo, che la materia richiede, alle volte l'è piu severa che non è quella di Gregorio Nazianzieno, & alle volte ancho parmi dolce & temperata al par di Cipriano: egli non storce le scritture, non interpreta malignamente, ne con passione alcuna, ma con gran candore et purità si come conviensi alla pietà christiana che nella sua venerabil fronte a tutte l'hore si scorge: non è gonfio, non è pettoruto, non sputa parole sesquipedali, non si vendica spirito di profetia, usa parcamente le allegorie conoscendo per il lor mezo, non potersi efficacemente insegnar i dogmi della fede, la qual cosa principalmente intende di voler fare; ne in quelle, è violento, come da alcuni si nota S. Girolamo: ma nelle allusioni è quasi al pare di Ambrosio: l'è stupendo nelle amplificationi, salendo sempre dalle cose inferiori, alle superiori: li essordij suoi, ò vero i themi son sempre tolti dal centro della scrittura, & non dalli altrui sogni & strane chimere, & li pronuncia con decoro gesto & con si grata maniera move le pallide labra, che mi par di veder quell'antico Roscio da M. Tullio si valorosamente difeso, si che venite, & venite tosto, se volete udir un'huomo che insegna che diletta, & insieme commove maravigliosamente li affetti nostri. vi prometto, se verrete, oltre l'utilità grande, che dal predicatore potrete riportare, darvi di piu la conversatione della moglie dell'Ambasciator di Mantova, & di quella dell'Ambasciator d'Urbino, l'una è tenuta l'honor di Pesaro, & l'altra, la gloria di Modona: non restate adunque di venire (se mi amate) che non mi potreste far cosa piu grata, non sol a me, ma anche al mio carissimo consorte. Di Vinegia alli III. di Febraio.
EMILIA RANGONA CONTESSA DI SARMATO ALLA .S. HIPPOLITA BORROMEA.
Domani (sel vi pare) anderemo a confessarci; cosi restamo alli giorni passati in conclusione (se ben vi ramentate) & vi faccio sapere, che hò fatto elettione d'un confessore, che ne saperà ottimamente pascer l'animo del pane evangelico: egli non è di quelli piu curiosi a investigar l'altrui vita, che diligenti in ammendar la loro: non è di quelli, che vi rendono la conscientia scrupolosa & perturbata: l'è di tanta autorita della chiesa ornato, quanta bastar puote senza haver ricorso ne a Vescovo, ne a Legato: l'è tanto taciturno che non si havrà da temere, ch'ei vada rivelando i fatti nostri, l'è tanto commodo & adagiato de beni temporali, chel non accaderà temere, che tutto'l giorno ti mandi a chieder delle torte, ne che ci vuoti con ingordi fiaschi le cantine nostre. l'è tanto accostumato che non si haverà da dubitare che con suoi ragionamenti contamini, & ammorbi le semplici fanciulle: l'è si vago della sollicitudine, che non cel vedremo con nostro rossore, tutto'l giorno davanti a gli occhi: l'è si discreto, chel non ci porrà in disperatione: l'è si compassionevole alla fragilita humana: ch'egli havrà pietà de nostri falli: l'è tanto esperto nelle sacre dottrine, che meglio di ogni altro saperà discernere tra lepra et lepra: l'è si devoto & verso d'Iddio fedele, che facilmente ci potrà impetrar la remission de peccati. resta sol che talmente preparate vi andiamo, che una sol volta ci basti, senza piu ritornar da capo: confessiamoci adunque senza hippocrisia & con fermo pensiero, che la confessione che si fa a Dio, purghi i peccati; & quella che si fa a gli huomini, n'insegni in qual maniera si purghino & scancelar si possino fra tanto state contrita & dolente, insieme con esso meco, del tempo, da noi si malamente dispensato: & della poca carità che n'habbiamo al prossimo nostro. Di Piacenza alli XXV. di Marzo.
GIULIA FERRETA A M. FLAMINIA ZOBOLA.
Mi è stato rifferito da persona, a cui piu credo che non fo all'oracolo di Delpho: che a contemplatione d'un certo goffo venutoci novamente dall'aratro, havete lasciato la musica della quale tanto già vi delettavate: deh che strana voglia & che maninconico pensiero è stato il vostro di abbandonar la musica tanto necessaria alle Republiche che piacque ad Aristotile darla alla gioventu Greca per suo peculiare studio: et il divino Platone tanto già la stimò, che con la mutatione della musica, pensò mutarsi insieme i costumi & le usanze (quantunque invecchiate) delle città: è possibile che l'essempio di David, il quale per virtù della musica raffrenava il maligno spirito di Saul, non vi habbi ritenuta? è possibile che il scorno che n'hebbe publicamente Temistocle di non saperne, non vi habbi fatto ravedere del pessimo consiglio che v'era dato? Adunque siete stata si sciocca, si fuor di voi stessa che rifiutato habbiate quel che la santissima Chiesa d'Iddio non sol non rifiuta, ma honora et abbraccia? Adunque siete stata si priva di giudicio che non vi siate avveduta esser la musica atta ad eccitar lo spirito, rallegrar il cuore, & infiammar l'animo alle valorose imprese: conoscendo il divino Ambrogio (quel dottor irrefragabile) di quanto frutto fusse, l'introdusse nella sua chiesa, per rasserenar i cuori di quei che afflisse già l'impietà di Arrio: & che farete voi quando per l'avenir vi abbatterete fra tante et tante signore che studiose ne sono? vi potrete star a raccontar delle favole con qualche rancida vegliarda, o che vi potrete star su le finestre à far la civetta, et che honor vi serà il star ociosa tratenendosi l'altre pari vostre in si honesto esercitio? deh ritornate (vi prego) alla santa musica altrimenti crederemo che qualche spirito fanatico v'habbi disorganizata, & in voi non sia piu armonia, ma ogni cosa lite & contraversia. state sana, che Iddio sia la guardia vostra, & vi conservi da male persuasioni. Di Vinegia alli X. di Settembre.
CATHERINA VISCONTE CONTESSA DI COMPIANO A LAMPRIDIA BELLAIA S.
Hò inteso figliuola mia, che vi volete far monaca: Io non so se mi vi debba riprender, ò pur se debbo lodare questo vostro pensiero: riprendendolo, et per mia cagione non essequendo voi, quanto nell'animo dissegnato già v'havete: io temo che da qualche novo Canone, io non fussi condennata à farmi monaca per voi: non oso ne anche di approvarlo, veggendo c'hoggidi si faccia ne monisteri delle suore si poco profitto nelle cose spirituali: poche nel vero, ne veggo io mortificate, poche ne veggo che vaghe non sieno delle secolaresche prattiche, et che non putino dal capo a piedi di sensualità con gli occhi al secolo rivolti; mai, ò di rado me ne vado a monisteri che non vegga i lor parlatoi & le lor grade piene di tante parole, che tante non ne hà un mercato, a tale, che chi vol sapere qualche cosa di novo, vada alle suore: ivi si saperà quanto tempo sia che il prete Giane dell'India non giacque con la sua moglie, ivi si saprà se Vinitiani armeranno quest'anno: se il Papa farà de molti Cardinali: se i Protestanti verranno al concilio: se li Svizzari fanno dieta: presso delle suore si contrattano i matrimoni delle malavviate femine & i divortij de non concordevoli mariti: se tu figliuola mia anderai nell'ordine minore, non potrai forse sofferir quella tanta mendicità alla quale, con infinita hippocrisia a fatica riparar si puote: nell'altre suore intrando, temo d'altri accidenti, come sarebbe della superstitione, & delle molte fattioni che fra loro sono non sapendo adunque che dirti, restami sol che a Dio ti accomandi, a quello ricorrerai tu per consiglio, à quello haverai refugio & da lui chiederai agiuto, imperoche l'è pieno di eterna sapienza, & di veracissimo amore verso noi cattivelli sempre abondò; ma se pur avviene che monaca ti facci, disponti al tutto di morir al mondo, di ammazzar le concupiscenze, di crucifiger la carne tua, di sottoporre all'altrui volere, il voler tuo, di soggiogar gli appetiti alla ragione, di ricever Christo nel cuor per tuo legitimo sposo & a quel mai non mancare ne di fede, ne di amore; haver fissi nel petto & ne gli occhi suoi santi precetti. Ricordati di quell'oracolo de lo Spirito Santo detto alla fedel anima. AUDI FILIA ET VIDE, INCLINA AUREM TUAM ET OBLIVISCERE, POPULUM TUUM ET DOMUM PATRIS TUE. questo è il vero monacarsi, governarsi secondo la parola d'Iddio, reggersi per quell'istesso spirito; dalla volunta d'Iddio sempre mai pendente stare morir con Christo & con esso lui per vivace fede resuscitare. Piu oltre per hora non mi diffondo: prego Giesù t'inspiri & illumini a far sempre cosa, che sia all'honor suo & a salute vostra. Dal Seno alli XXVI. di Maggio.