Quanto ai gemelli, era risoluto a dar loro una buona lezione: per prima cosa si sarebbe seduto su di loro in modo da produrre l'effetto della soffocazione in sogno: indi, profittando della vicinanza dei loro letti, si sarebbe rizzato sullo spazio libero, con l'aspetto di un cadavere verde, freddo come il ghiaccio, finchè non fossero paralizzati dal terrore. Poi, gettato via il suo sudario, avrebbe fatto a quattro zampe il giro della stanza sotto forma di scheletro tutto bianco, rotando uno degli occhi nella sua orbita, in modo da rappresentare il «Daniele muto, o lo scheletro del suicida», parte nella quale in mille circostanze aveva suscitato grande effetto. Si riteneva ugualmente abile in questa parte, come in quella di «Martino il pazzo o il mistero mascherato». Alle dieci e mezzo sentì la famiglia che saliva per coricarsi.

Per qualche momento fu disturbato dai sonori scoppi di risa dei gemelli, che, evidentemente, con la loro pazza gioia di scolaretti giocavano prima di mettersi a letto.

Ma alle undici e un quarto tutto era tornato in silenzio e quando suonò mezzanotte, egli si avviò a compiere la sua vendetta.

La civetta volava contro i vetri della finestra; il corvo urlava nella spaccatura d'un vecchio tasso e il vento gemeva, errando intorno alla casa come un'anima in pena; ma la famiglia Otis dormiva tranquilla, senza neppure sospettare la sorte che l'attendeva.

Il fantasma sentiva perfettamente il russare regolare del ministro degli Stati Uniti, che dominava il rumore della tempesta.

Scivolò allora lungo il muro. Un sorriso cattivo increspava la sua bocca crudele, e la luna nascose la sua faccia dietro una nuvola, quando egli passò davanti alla apertura ogivale ove erano impresse in turchino e oro le sue armi e quelle della sua moglie assassinata. Camminava sempre come un'ombra funesta e pareva quasi che facesse retrocedere le tenebre stesse sul suo passaggio.

Ad un certo punto credette sentire una voce che chiamasse. Si fermò; era invece un cane che abbaiava.

Si rimise in cammino, mormorando strani giuramenti del sedicesimo secolo e brandendo di quando in quando nella brezza di mezzanotte, il pugnale arrugginito.

Arrivato finalmente all'angolo del corridoio che conduceva alla camera dell'infelice Washington, si arrestò.

Il vento agitava intorno alla sua testa le lunghe ciocche di capelli grigi, e faceva svolazzare, in pieghe grottesche e fantastiche, l'orrido sudario che recava addosso.