L'orologio suonò il quarto ed egli comprese che il momento era giunto. Fece a se stesso un ghigno e svoltò l'angolo; ma aveva appena fatto un passo che indietreggiò emettendo un gemito di terrore.
Dinanzi a lui si ergeva un orribile spettro, immobile come una statua, mostruoso come il sogno d'un pazzo.
La testa dello spettro era calva e rilucente, la faccia rotonda, grassotta e bianca.
Un riso orribile sembrava averne deformato i tratti in una smorfia eterna; dagli occhi usciva a fasci una luce rossa scarlatta. La bocca pareva un gran pozzo di fuoco, e un vestito orrido come quello di Simone stesso, drappeggiava il suo corpo dalle forme titaniche.
Sul petto era fissato un foglio con una iscrizione in caratteri strani, antichi; era forse un'epigrafe infamante, dov'erano iscritti tremendi delitti, una terribile lista di misfatti.
Finalmente nella mano destra teneva una scimitarra di acciaio luccicante.
Non avendo egli veduto fino a quel giorno fantasmi, provò naturalmente una paura terribile e, dopo aver gettato fuggivamente un secondo sguardo sull'orrido spettro, ritornò alla sua camera a grandi passi, inciampando nei lenzuoli in cui era avviluppato.
Percorse correndo il corridoio e finì per lasciarsi cader di mano il pugnale arrugginito sugli stivali alla scudiera del ministro, nei quali stivali venne ritrovato l'indomani dal cameriere.