Sois sage ô ma douleur et tiens toi plus tranquille.
Il dolore ha sempre ispirato poeti, moralisti, filosofi, e fatto dire, ahimè, molte sciocchezze. La filosofia del piacere è ancora da farsi. Ma il numero degli uomini che comprendono che il piacere è il migliore impiego della vita, è molto aumentato. L'assurda metafisica tedesca, la secca nozione del dovere astratto secondo Kant, ha fatto il suo tempo. Si comincia a comprendere che il primo dovere dell'uomo è di godere. Se no, perchè vivere? «Il mio dovere, diceva Wilde, è di terribilmente godere».
E godette terribilmente, con passione, con violenza, quasi con delirio. Ogni istante di vita era per lui un'offerta degli Dei. Non si può immaginare nulla di più pagano, di più anticristiano. Riempì di lirismo la sua vita fino all'orlo, come si riempie fino all'orlo una coppa di vino.
Aveva il genio, un nome illustre, un'alta posizione sociale. Pareva vivere con lo spirito di Apollo in una intimità profonda e irradiata. Aveva fatto dell'arte una filosofia, e della filosofia un'arte. I suoi scritti insegnavano un modo di pensare che stupiva, seduceva, incantava, dando alle cose altri colori ed altri profumi, avviluppandole di una veste di bellezza, mettendo una rosa ad ogni chiave della viola e ad ogni corda un colore dell'iride.
Dava alla verità ora il vero e ora il mendace come imperi legittimi, mostrando che il vero e il mendace sono semplici modi d'esistenza intellettuale. Faceva della poesia una realtà suprema, della sua vita una realizzazione poetica verso cui convergevano, come per incantesimo, tutti i raggi della gloria mondana... Era deliziosamente chino verso il sorriso. Salice e acqua insieme, un'acqua che diceva: «Ascoltatemi, ascoltatemi!» e poi se n'andava, con un piccolo fremito, a fare dei glu glu di narghilè in una qualche ironica Mongolia.
Favoleggiava:
«C'era una volta un uomo che la gente del villaggio amava, perchè contava storie. Tutte le mattine egli usciva dal villaggio, e quando vi rientrava alla sera, tutti i lavoratori del villaggio, dopo aver travagliato tutto il giorno, gli si adunavano intorno e dicevano: «Via! racconta: Che hai tu veduto oggi?». Egli raccontava: Ho veduto nella foresta un fauno che suonava il flauto, e faceva ballare una corona di piccoli silvani. — Racconta ancora. Che hai tu veduto? dicevano gli uomini. — Quando sono arrivato sulla spiaggia del mare ho veduto tre sirene a fior delle onde, che pettinavano con un pettine d'oro i loro verdi capelli. — E gli uomini lo amavano perchè contava storie.
Una mattina egli abbandonò come tutte le mattine il suo villaggio. Ma quando arrivò alla spiaggia del mare, ecco che egli scorge tre sirene a fior delle onde, che pettinavano con un pettine d'oro i loro capelli verdi. E continuando la sua passeggiata, egli vide, giunto presso il bosco, un fauno che suonava il flauto a una corona di silvani...
Quella sera, quando egli rientrò nel suo villaggio e gli domandarono come le altre sere: Via! racconta: che hai tu veduto? egli rispose: Non ho veduto nulla».
Nell'atteggiamento di Oscar Wilde non si suole vedere generalmente che un esasperato bisogno di stupire, d'irritare la curiosità del pubblico. Egli stesso, conveniamone, invitava ad un giudizio così superficiale, grazie alle spumeggianti qualità del suo spirito aristocratico, tutto trine e gioielleria. Ma dietro il brillante fantasma del dandy, dietro il gentleman prezioso, estremo, superlativo, ecco apparire il vero personaggio di Wilde, il fascinante favoleggiatore, il prestigioso datore di estasi, il Bugiardo, com'egli dice, il cui scopo è di sedurre e d'incantare. Ed ecco che sotto il suo alito musicale l'albero di Delfi rinfiora, e nella foresta si solleva il vento delle danze silvane, e a fior delle onde appaiono le sirene...