«E la Società non sarà sola a bene accoglierlo, dice Wilde raccogliendo in qualche parola l'essenza stessa della sua estetica. L'arte, evasa dalla prigione del realismo, s'affretterà innanzi a lui e bacierà le sue belle labbra menzognere, sapendo bene che lui solo possiede il segreto delle sue manifestazioni — il segreto che la Verità è assolutamente e interamente questione di stile. E la Vita, stanca di ripetersi a profitto di Spencer, degli storici scientifici e dei compilatori di statistiche, la Vita lo seguirà umilmente e cercherà di riprodurre nella sua maniera semplice e inalterabile qualcuna delle meraviglie ch'egli narra».
Tutte le regioni della sua sensibilità sono illuminate da questo pensiero costante, interamente personale, coesistente alla virtù adunatrice di verbi, onnipresente ad ogni manifestazione della sua individualità fino talvolta ad acuirne il senso sottile. Per Wilde, come per Platone, come per Fichte, il mondo reale non è che pura concezione del nostro spirito, e le cose non sono che apparenze delle nostre idee.
Egli andava nella vita esultante, recando nelle mani la sua anima sacra di Poeta. Non era Giacinto che veniva a parlare delle rive del lago di Tiberiade; era l'ombra di Orfeo vittoriosa degl'inferni.
Si esprimeva per apologhi, pensava in brevi significazioni narrative bagnate di un'atmosfera magnetica che permetteva allo spirito un prolungamento e una suggestione indefinita. E la voce era di una musicalità fine e dolce, quasi un accompagnamento avviluppante la frase elegante e perfetta. Parole speciose, silenzi enigmatici, suggestioni, musiche...
E quando egli taceva, tutti lo ascoltavano ancora, commossi e sorridenti, simili a quei marinai delle navi greche, ai quali la voce insidiosa del mare recava il mormorio sommesso delle sirene.
Ma attraverso i più seducenti arabeschi dell'immaginazione e del linguaggio, l'idea era sostenuta ad un'altezza paradossale e logica. Una giuntura sottile e segreta fondeva strettamente l'emozione dell'esteta e l'emozione dell'uomo; e il metallo sortiva puro, lo stilista non aveva che da cesellarlo, gioiello d'arte e di vita, con quella flessibilità intellettuale che può prendere tutte le maschere, insinuarsi in tutti gli atteggiamenti, vivere insieme e volontariamente vite diverse e contradittorie.
A questo punto della sua vita Oscar Wilde è completo; personifica la propria vita e la propria leggenda assaporando la voluttà profonda d'associare degli opposti. Il segreto meraviglioso della vita è suo. Egli può veramente dirsi «re della vita»: The King of the life.
Ma a questo punto comincia una fine e quasi impercettibile deteriorizzazione progressiva. Il soffio del dionisiaco, moderato fin qui come in un concerto il lirismo del solista è sottomesso al bisogno preciso della misura, adesso si fa elemento dominante ed esasperante. L'affermazione della Vita stessa nei suoi problemi più strani e più ardui, la volontà di vita che sacrifica i suoi tipi più elevati a beneficio del proprio carattere inestinguibile, quello insomma che Nietzsche ha chiamato «dionisiaco», sale, si svolge, si diffonde, si esalta.
Egli, giustificò Henri De Régnier, credeva vivere in Italia ai tempi del Rinascimento o in Grecia ai tempi di Socrate...
Lo spaventoso amore ch'egli provava per la vita e per la bellezza della vita, era come una virtù demoniaca che lo innalzava su tutti i culmini e lo profondava in tutti i baratri. Sottili desiderî, voglie squisite, volontà fosche, aberrazioni incredibili, un fervore epicureo da cui s'alza fatidico e quasi rabido l'antico monito pagano: coronemus nos rosis, cras enim moriemus.