Per qualche tempo egli fu così il simbolo di un nuovo Edonismo e andò nel mondo ebbro di arte, con la gola arsa di bellezza, con gli occhi bruciati dalla sua visione, con la febbre di squisiti peccati nel sangue, senza lasciar sfuggire un solo istante, cercando sempre sensazioni nuove, sempre, sempre... Ma il ritmo del pathos travolge e precipita. Incipit tragœdia.
La sventura, come già il piacere, è opera deliberata e necessaria di quel dover terribilmente godere.
«Io dovevo andare innanzi: l'altra metà del giardino aveva anche i suoi segreti per me». Ed egli fa di sè, della sua carne e della sua anima, una belva intelligente e voluttuosa.
Gli amici lo descrivono nei tempi immediatamente anteriori alla prigionìa, vagante per l'Europa e per l'Africa Settentrionale, in preda a non so quale inquietudine.
Ad Algeri, narrò ad Andrè Gide uno degli ultimi suoi miti delicati e sapienti; egli sfuggiva l'opera d'arte, non voleva più adorare se non il sole; il sole detesta il pensiero, lo fa indietreggiare e rifugiarsi nell'ombra, dall'Egitto alla Grecia, all'Italia, alla Francia, alla Russia, alla Norvegia.
L'adorazione del sole era l'adorazione della vita, lirica adorazione che si faceva via più feroce, terribile. Il Gide aggiunge: «Nietzsche mi stupì meno più tardi, perchè avevo inteso Wilde dire: Non la felicità! Sopratutto non la felicità. Il piacere! Bisogna voler sempre il più tragico».
E volle il più tragico.
La storia è nota. Fu lui che intentò il processo contro il più illustre dei suoi diffamatori, entrò quale accusatore in quella «Camera della giustizia degli uomini...». Fu preso, tonduto, vestito di sacco, ammanettato...
Pianse:
«A chi è in prigione, egli dice, le lagrime son parte della quotidiana esperienza: un giorno in prigione senza pianto è un giorno in cui si ha il cuore duro, non un giorno in cui si è felici».