Ma pur dal profondo dell'abisso egli si inebria delle bellezze che lo attendono oltre la porta della prigione:

«Io ho uno strano desiderio delle grandi e semplici cose primeve, come il mare, che m'è non meno materno della terra... Io tremo di piacere quando penso che il giorno stesso in cui lascerò la prigione, insieme il citiso e la glicine fioriranno nei giardini e ch'io vedrò il vento agitare in mobile bellezza l'oro ondeggiante dell'uno, e far che l'altro scuota la pallida porpora delle sue piume, così che tutta l'aria sarà Arabia per me».

Come Gautier, egli è sempre uno di coloro pour qui le monde visible existe. Pur nel profondo dell'abisso la sua anima rimane pagana e s'inebria di piacere, anche se amaro e pieno di pianto. Quello di cui arrossisce, non è quello che la Società gli rimprovera, il «Peccato», ma di essersi lasciato sorprendere per mancanza d'individualismo:

«Naturalmente, confessa Wilde, una volta che misi in moto le forze della società, la società mi si pose contro e disse: Come! tu hai vissuto fin quì sfidando le mie leggi, ed ora vieni ad invocar protezione a queste stesse leggi? Esse ti saranno strettamente applicate. Il risultato è ch'io sono in prigione».

Dalla prigione, egli scriveva a Robert Ross:

«Troppo lunga è stata la mia tragedia, passata è la sua crisi, meschina la sua catastrofe; ed io sono convinto che quando saremo sul finire io farò ritorno, come un ospite male accolto, nel mondo che mi rifiuta. Sarò un revenant, come dicono i francesi, uno dal volto fatto macro per lunga prigionia, affranto per lungo patire. Orribili sono i morti quando si destano dalla loro tomba, ma più orribili i vivi che tornano dalle tombe. Di tutto questo io ho piena coscienza.

Ben lo sapeva, egli che essendo in contatto con Ariel come artista, dovette lottare con Calibano. E Calibano lo vinse. «Avevo un'anima, non so cosa ne abbiano fatto», disse egli un giorno ad André Gide, con un tentativo di riso che aveva il suono di un singhiozzo...

***

«Ciò che il paradosso era per me nella sfera del pensiero — dice Wilde nel De profundis — la perversità lo divenne nel dominio della passione».

Il «paradosso» non è altro, insomma, che una verità poco familiare e che il tempo attenuerà in verità usuale e, forse, in luogo comune: il nome che gl'imbecilli danno alla verità — diceva Jean Moréas, quando lo accusavano d'esser paradossale.