— Affatto, mia cara Glady, — rispose la duchessa avviandosi verso la porta — io mi sono molto divertita ed il vostro chiromante è stato piacevolissimo.
II.
Dieci minuti dopo, col volto bianco di terrore, gli occhi pieni di tristezza, lord Arturo Savile si precipitava fuori di Beusinck House.
Si fece largo attraverso i valletti impellicciati, che attendevano i loro padroni sotto la tettoia. Sembrava non vedesse e non sentisse più nulla.
La notte era rigida ed i becchi del gas, lungo il viale, scintillavano ed oscillavano sotto le folate di vento; ma le sue mani avevano il calore della febbre e le sue tempie parevano infuocate. Egli andava qua e là, a caso, come un ebbro. Un agente di polizia lo guardò curiosamente mentre gli passava accanto, ed un mendicante, che si era staccato da una porta per chiedergli l'elemosina, indietreggiò spaventato nel vedere un volto che appariva più sventurato del suo.
Una volta lord Arturo si arrestò sotto un lampione e guardò le sue mani: credette vedervi traccie di sangue ed un debole grido uscì dalle sue labbra tremanti.
— Assassino! Questo aveva letto il chiromante nel palmo della sua mano.
— Assassino! La notte stessa pareva lo sapesse ed il vento ripeteva alle sue orecchie il grido orribile. Ogni angolo nero era pieno di questa parola.
Egli la vedeva ghignare perfino dai tetti delle case.
Entrò nel Parco, il cui bosco pareva affascinarlo: s'appoggiò ad una ringhiera, esausto di forze, e calmò l'ardore delle sue tempie sul ferro umido, rimanendo assorto nel silenzio misterioso delle piante.