Quando un aereo è costretto a scendere davanti ad uno di questi luoghi di passaggio, le popolazioni lo accolgono trionfalmente. Le nebbie improvvise gettate dal Po, dalle valli di Comacchio, nascondono talvolta la via del ritorno. Il mutamento di scena è quasi istantaneo. Ondate di foschìa turbinano intorno al velivolo. Il panorama si vela, diviene ambiguo anche traverso le particolarità più prossime. Gli edifici sparsi lungo la costa si scorgono solo a distanza di poche centinaia di metri. Poi tutto è nebbia. A bassissima quota il pilota, per non trovarsi improvvisamente contro la costa, volge la prua, in base alle indicazioni della bussola, verso l'alto mare. A due o tre metri dall'acqua egli distingue appena vaghe striature di onde morte: s'abbassa con precauzioni infinite, come in volo notturno, perchè in tali circostanze la visibilità dell'acqua è quanto mai problematica.

Con l'aiuto della bussola il pilota, dopo aver ammarato, torna verso la costa. Nella nebbia minuscole ombre di uomini sulla spiaggia, una palizzata, un semaforo.... un'imbarcazione.... Fermato il motore, l'idrovolante è rimorchiato nel porto-canale. Sulle rive prima deserte s'improvvisa una folla dominata da veneziane, da scialletti. Quante interrogazioni nostalgiche, quante soavi missive agli aviatori: «Vienlo da Venezia? Come xea? Cara, benedeta, co bea che la xe! El me la saluda tanto. El ghe daga dei basi.»

Quando allo spuntar del giorno si torna da una missione su una città, le vie, le piazze prima candide, deserte si ricoprono rapidamente di puntini neri i quali procedono da sotto le case al mezzo delle strade e delle piazze e poi restano fissi. Le finestre dei piani superiori, gli abbaini si animano pure di lineette variopinte e gesticolanti. Il pilota, costringendo il suo apparecchio ad abbassarsi, vede salire vertiginosamente campanili, terrazze, fumaiuoli come una massa di edifici lanciata da una potenza sismica. Egli ridona tutta la forza al motore e riprende la salita riempiendo di fragore la città.

Questo il ritorno da una missione. Ma i preparativi di essa sono meno semplici. Se si deve effettuare in una zona nemica mai esplorata, si presenta circonfusa dalle attrattive e dalle preoccupazioni dell'ignoto. Allorchè l'aviatore riceve ordine di prepararsi ad un'ardua missione, una luce spirituale si sprigiona nell'animo suo dalla compiacenza di essere stimato capace di un eccezionale sforzo, dalla convinzione intima di riuscire, dalla prospettiva di svolgere un servizio utile segnalato nei comunicati, dalla speranza di meritare una distinzione.

Poi un senso di depressione emana dall'esame particolareggiato delle difficoltà. In una lunga traversata di mare — quattro ore di volo — è sufficiente che il motore pianti perchè la missione fallisca e la vita dell'equipaggio sia messa a repentaglio nella solitudine dell'alto mare. Di qui un accurato esame del motore, degl'istrumenti di precisione. Altra difficoltà: necessità di oltrepassare isole nemiche prima di essere sulla mèta. Studio della carta geografica per girare possibilmente gli ostacoli. Ma se si allunga il percorso si rischia di rimanere senza benzina al ritorno. Meglio conseguire un'alta quota. Ma la stagione è fredda ancora: una permanenza di un'ora a 4000 metri può minacciare di congelamento l'equipaggio. Alcuni giorni prima due aviatori erano scesi col naso congelato per essere rimasti venti minuti a 3600 metri. Non bisogna prescindere poi dagli effetti del derapamento; la costa nemica nel centro dell'Adriatico si presenta con precisione solo dopo un'ora e mezza di volo, quando cioè sarebbe troppo tardi a correggere la rotta in base alla configurazione del panorama. All'osservatore il delicato compito di tener fedelmente d'occhio la bussola.

Seguono le possibilità di essere attaccati da apparecchi da caccia, di restare coinvolti da una tempesta, data l'estrema volubilità meteorologica dell'Adriatico. I vari quesiti finiscono per restare risolti o diminuiti di gravità. Presi molti provvedimenti — il piccione viaggiatore da lanciare e i viveri da consumare in caso di forzato ammaraggio, la bomba incendiaria con cui distruggere l'apparecchio e una scorta di monete d'oro qualora fosse inevitabile cader prigionieri, l'unguento con cui coprirsi il viso per combattere il gelo, e l'apparato elettrico di riscaldamento — presi questi provvedimenti subentra uno stato d'animo soffuso di serenità e alimentato da dissertazioni filosofiche.

Poichè tecnicamente la missione è già pronta, anche nello spirito occorre approntarla. È vero — ragiona l'aviatore — che si rischia di cadere prigionieri, di essere abbattuti dai caccia, di scendere in alto mare e trascorrervi chi sa quante ore, di essere travolti da una buriana (tempesta), ma che valore morale, che bellezza psicologica offre la vita se non è temprata dai cimenti, se non è migliorata da continue ascensioni verso un sempre più schietto, puro disinteressamento? La vita dell'aviatore non è forse tutta protesa alla conquista di una superiorità morale, dal primo volo con l'istruttore, al primo volo da solo; dal primo brevetto, alle prime evoluzioni; dalla prima cannoneggiata missione di guerra, al primo combattimento? Sotto l'influenza di queste vigorose meditazioni si diventa più fieri, più sdegnosi del consueto persino con gli stessi camerati, per il solo fatto che costoro non sono stati incaricati o non hanno chiesto di eseguire la missione.

Essendo le condizioni meteorologiche le arbitre della situazione, si seguono con assiduità i venti, le nubi e il mare, si arzigogola su gli effetti della bora, dello scirocco, del grecale, si vive in intimo contatto con il mare, il cielo, mentre la fantasia si abitua a vedere le cose panoramicamente da 4000 metri d'altezza. Quanto è estraneo alla missione, infastidisce. Le vicende normali di vita, le preoccupazioni minute mediocri di coloro i quali sono sicuri della loro esistenza, costituiscono un tutto disprezzabile per l'aviatore saturo ormai di energie eccezionali, divenuto normale nell'anomalia del suo gran volo in preparazione. Come da un'alta quota i particolari panoramici rimpiccioliscono sino a scomparire, così l'elevazione spirituale porta a non scorgere più, a non apprezzare i piccoli valori della vita.