«Intanto che lavoro, se vuole ascoltarmi, io le racconterò la storia di quell'uomo, ed anche un poco la mia insieme.
«Molto volentieri, giacchè le storie sono la mia passione. Narrate pure, chè io vi ascolto senza perdere una sillaba.
Per difendermi i piedi dal freddo, li cacciai provvisoriamente in un pajo di grosse scarpe da montanaro, che stavano li disoccupate e malconce, aspettando anch'esse il rimedio alle loro ferite. Quindi mi rassettai sullo sgabello, e delle tre o quattro posizioni convenienti all'ascoltatore, presi quella che denotava maggiore attenzione. Maestro Giacomo principiò a dire così:
«Quando io era giovane faceva il cacciatore di professione, e circa il tirar giusto, pochi altri mi stavano al confronto. Non lo dico per vantarmi, ma io trapassava un cappello collocato sopra un ramo d'albero a cinquecento passi di distanza. Più di dieci volte riportai il premio al tiro del bersaglio. Se avessi poi in un cumulo tutto il selvaggiume che ho ucciso, basterebbe a riempirne…. che so io?…. la nostra chiesa parrocchiale fin sotto la vôlta. Ella ride? In verità, non l'ho detta grossa. Il prodotto delle mie caccie è stato assai grande, e d'altra parte la nostra chiesa parrocchiale è piuttosto piccola.
«Io credo benissimo al prodotto assai grande delle vostre caccie. Solo io rideva all'idea di una chiesa riempita di selvaggiume.
«Ah ah, sicuro, la cosa è proprio da ridere. Ma io non trovava subito un altro recipiente un po' vasto…. Dio mi perdoni la mescolanza delle cose sacre colle profane. Un giorno d'inverno io stava cacciando in un bosco del nostro distretto, quando, sulla strada che lo costeggia, si fecero udire dei gridi umani e degli urli di fiera. Presentendo qualche disgrazia, io corro sul luogo e vedo uno spettacolo terribile e meraviglioso insieme. Un cavallo ed il suo cavaliere erano assaliti da un lupo smisurato e rabbioso per fame. Benchè fossero due contro uno, l'assalto pareva più forte e impetuoso della difesa, e senza il mio ajuto chi sa come l'affare sarebbe terminato. Io lo terminai nel miglior modo possibile, cioè traforando il collo a quel demonio di lupo con una palla di piombo scoccata dalla mia carabina. Il cavallo tremava in tutte le membra come preso da convulsione, e sbuffava dalle narici un vapore di fuoco. Il cavaliere era più morto che vivo, ed ebbe appena fiato di dirmi il suo nome, e d'invitarmi pel domani al suo castello di Belvedere, che sorgeva a tre miglia del luogo della scena. L'uomo che io trassi da quel pericolo era niente meno che il conte Roberto G. di Trento, un gran signore che possedeva dei beni in diverse parti del Tirolo. Tutti gli uomini sono eguali, e le loro vite hanno indistintamente il medesimo prezzo. Ciò è vero senza dubbio, e quello che io ho fatto pel signor conte e pel suo bel cavallo, l'avrei fatto egualmente per un carbonajo e per la sua povera mula. Nondimeno io provai un piacere ed una soddisfazione che probabilmente non avrei provato nel supposto caso del carbonajo. Sono io perciò degno di biasimo?
«No, galantuomo. Giacchè confessate l'eguaglianza degli uomini, e le vostre disposizioni a soccorrere tanto il grande come il piccolo, io non vedo alcun male nella parzialità delle vostre compiacenze. Sapendo di aver salvato un conte, vi brillò nella mente la speranza di un premio, e la lusinga che il mondo avrebbe parlato con lode della vostra azione, la quale ove si fosse trattato di un carbonajo, sarebbe rimasta senza ricompensa, e quasi ignorata. La ricompensa di una buona azione sta nel pensiero d'averla operata, come dicono quelli che praticano la morale, e quelli che la predicano soltanto, in ciò siamo d'accordo; ma anche una ricompensa materiale non è da disprezzarsi, e l'idea di ottenerla ci fa essere contenti. insomma voi avete sentito secondo la natura umana, che, riguardo al nostro amor proprio e al nostro interesse, ci parla assai vivamente.
«Così è infatti. Egli pare che vostra signoria mi veda nell'animo, e sa spiegare la cosa come farebbe un libro stampato. Il giorno seguente io mi presento al castello di Belvedere, dove il conte m'accoglie con molte dimostrazioni di benevolenza, mi regala una somma di danaro, e vuole assolutamente che vada a star sempre con lui. Io gli espongo le mie difficoltà di acconsentire all'ultimo articolo. Il rinunciare alla libertà e all'abitudine di girare le selve per fare la vita del servitore, e sia pure del servitore favorito, era una risoluzione che non mi piaceva gran fatto. Ma il conte insistette fermamente, dicendo fra le altre cose, che il mio mestiere di cacciatore era pericoloso, e che egli aveva bisogno di vedere ogni giorno colui che gli aveva salvata la vita. Sicchè io mi lasciai piegare alla sua volontà, e mi posi al suo servizio in qualità di cameriere a condizioni molto vantaggiose. Io guadagnava assai più che facendo il cacciatore, e poteva così provveder meglio alla sussistenza de' miei vecchi genitori. Ma le mie armi e la mia vita libera e avventurosa mi stavano sempre nel pensiero. Io aveva venticinque anni quando lasciai il mio primo stato, e ci volle del tempo per accomodarmi al nuovo, e per cambiare la mia rozzezza nativa colle maniere garbate e proprie del servitore. Il conte però era con me la stessa bontà, e tollerava le mie goffaggini senza dar segno di avvedersene, o tutt'al più facendo un certo sorriso piacevole, che esprimeva il compatimento e l'indulgenza. Questo suo modo di sopportare la mia inettitudine mi spronò ad impiegare tutto lo zelo e tutta l'attenzione di cui era capace, e finii col diventare un abile servitore come qualunque altro. Il conte era vedovo con un figlio unico, da lui amato ciecamente, vale a dire di quell'amore che non lascia vedere i difetti della persona amata e ne crea in lei di nuovi. Questo suo idolo era cresciuto fino ai venti anni trascurato nell'educazione, e avvezzo a fare la propria volontà quasi sempre capricciosa e irragionevole. Egli era caparbio, impetuoso, amico dell'ozio e del darsi bel tempo. Ad onta di ciò, suo padre non cessava di carezzarlo e di compiacerlo in ogni desiderio. Qualche rara volta gli volgeva un'ammonizione od un consiglio, che tanto valeva come il farne risparmio. Pare impossibile che un uomo di senno su tutto il resto, fosse poi così imbecille su questo particolare. Eppure se vi è cosa importante nella quale si debba adoperare il proprio senno, è appunto nell'allevar bene i figli. Non è egli vero, signore?
«Anzi verissimo, e questo conte al quale voi attribuite del senno, io penso che non ne avesse punto se non vedeva, o vedendoli, non correggeva i cattivi andamenti di suo figlio.
«Mi rincresce che vostra signoria abbia tirato questa sfavorevole conseguenza, che d'altronde potrebbe essere giusta in generale. Io però debbo credere che il signor conte fosse debole e inavveduto come padre soltanto, perchè considerato come uomo, io ho mille prove del suo retto giudizio. E poi, come dice il nostro dottore, vi sono dei misteri e delle contraddizioni inesplicabili nella condotta e nelle affezioni degli uomini.