«Bravo il vostro dottore, e bravo anche voi che ripetete la sua giusta osservazione. Andate avanti.»

«Il conte aveva tolta di collegio e presa in casa sua nipote orfana, colla mira di maritarla un giorno a suo figlio, che viaggiava allora per divertimento in Inghilterra ed in Francia. Questa giovane era piena di bellezza, di grazia e di bontà, e credo che sulla terra non vi fosse una creatura più perfetta di lei. Donna Ernestina (la chiamavano così) non aveva più veduto il cugino dal giorno che ora entrata in collegio a undici anni, e ne contava allora diciotto compiti. Essa ignorava pure i difetti e la poco lodevole condotta di lui. Sapendo di essergli destinata in moglie, se lo dipinse nel pensiero come adorno d'ogni virtù, e dietro le reminiscenze della fanciullezza, bello di volto ed elegante di forme. In ciò aveva indovinato, perchè il contino Federico era, come si dice, un beniamino della natura. Quindi sulla fede di questa prevenzione essa lo amò anticipatamente, e quando lo vide tornato in patria, dopo venti mesi di assenza, ne rimase colpita, e il suo amore andò di galoppo. Anche il contino parve tocco amorosamente dalla vista di lei. Questo incontro ebbe per testimonio un personaggio, che badando al contegno dei due giovani, ricevette egli pure nell'anima un colpo improvviso, ma d'un genere tutto diverso. Qui io debbo dire che il contino aveva fatto amicizia con un certo cavaliere Giordano, uomo di trenta anni, senza beni di fortuna, ma capace d'ogni mala industria per procurarsene. Era costui di aspetto e di maniere piacevoli, abile parlatore, scaltro, simulato, e profondo nell'arte di adulare e di sostenere i più opposti caratteri. Al conte padre era gradito perchè divideva le sue opinioni politiche, giuocava con lui agli scacchi, e lusingava la sua passione per le anticaglie. Il contino lo aveva carissimo e non poteva vivere lontano da lui, che era, senza parerlo, il fomentatore ed il compagno delle sue sregolatezze. Io dico senza parerlo, perchè il briccone sapeva fare in modo che invece di seduttore compariva come sedotto. Guai allorquando un uomo di questa natura si mette al fianco di un giovane ricco, inesperto, e già inclinato alla dissipazione. Egli è perduto senza rimedio, come la preda che il serpente attortiglia nelle sue spire. Dio sa quale profitto avrà ricavato il contino, e quali divertimenti avrà gustati ne' suoi viaggi con un tale furfante che lo accompagnava! Tornato dunque in patria, come dissi, e vista la bella e graziosa cugina, egli ne restò incantato di ammirazione. Il cavaliere comprese subito il pericolo che il contino potesse innamorarsi seriamente di lei, e farla sua sposa. Ciò accadendo, si sarebbe cambiata la faccia delle cose, e lo scapolo disordinato avrebbe probabilmente preso la condotta di un savio marito. Questa idea spaventava il cavaliere, che vedeva così perduta la sua influenza e rovinati i suoi interessi. Bisognava dunque impedire questo matrimonio, e si pose all'opera con tutte le sue arti sopraffine. Vi era in Trento una donna famosa per le sue galanterie e civetterie, chiamata la Flora. Sebbene non fosse della prima gioventù, conservava ancora tanta bellezza e tanto brio da sedurre gli uomini ed allacciarli nelle sue reti. Il cavaliere era stato nel numero de' suoi amanti, e sussisteva ancora fra loro un certo legame che non saprei come qualificare. Era quell'abitudine di vedersi con indifferenza dopo gli amori dileguati, quella famigliarità ora satirica ed ora scherzosa di due tristi che si conoscono e si disprezzano a vicenda. Il cavaliere si concertò con lei, ed un giorno le condusse in casa il contino Federico, il quale morse all'amo e cadde nel trabocchetto. Sugli uomini viziosi e corrotti possono più, io credo, i vezzi artifiziosi d'una sirena, che le schiette attrattive d'una giovane innocente. Il contino non badò più alla cugina, e tutti i suoi pensieri furono rivolti alla Flora. Il padre non sapeva nulla di questa tresca, e vanamente andava sollecitando il figlio perchè si disponesse al divisato matrimonio. Dopo avere con varj pretesti menato la cosa per le lunghe, il contino dichiarò che non amava la cugina, e che ricusava di sposarla. Il padre montò sulle furie, e fu quella l'unica volta che io lo vidi seriamente in opposizione col figlio. Ma era troppo tardi per destarsi e far valere la sua autorità. Anche in questa occasione egli dovette cedere e sacrificare le proprie speranze. Donna Ernestina volle andare a nascondere in un monastero il suo infelice amore e l'umiliazione di vedersi rifiutata. Lo zio tentò indarno di distoglierla da tale proponimento, e di confortarla colla promessa che le avrebbe trovato un altro e più splendido partito. La povera signorina fu inconsolabile, e molte volte io la sorpresi che sospirava e aveva gli occhi rossi dal pianto. Ferma nel suo divisamento, essa entrò nel monastero della Visitazione, vi prese l'abito e pronunziò i voti delle suore professe. Certamente la è una bella cosa il consacrarsi a Dio, ma io avrei desiderato che donna Ernestina si fosse data pace del suo mal collocato amore per accenderne un altro più degno di lei, che era fatta per formare la felicità di qualunque uomo egregio. Il disperarsi poi e l'abbandonare il mondo a cagione di un poco di buono, è stata una stravaganza che io non le ho mai perdonata. È ben vero che dopo qualche anno diventò abbadessa del convento, ma io ripeto, che avrebbe fatto meglio a diventare sposa di un signore virtuoso, e madre di cinque o sei figli che somigliassero ai genitori. Dico io bene, signor mio?

«Dite benissimo, maestro Giacomo. Le belle e savie fanciulle devono maritarsi e procreare dei figliuoli per adempire ai voti della natura, ed ai bisogni della società. Vadano nei monasteri le difettose di corpo, e quelle che per vocazione speciale sono chiamate alla vita ritirata e contemplativa.

«Ho piacere che siamo d'accordo nella massima. L'anno medesimo della monacazione di donna Ernestina venne a morire il conte Roberto per un attacco violento di podagra alla quale era soggetto da qualche tempo. Per amore della verità debbo dire che, durante la sua malattia, il contino mostrò tutte le sollecitudini di un figlio affettuoso. Per quindici o venti giorni egli fece tregua colle sue sregolatezze. Poche volte usciva di casa onde rimanere presso il letto del padre, dando segni di tristezza quando il male imperversava, e rallegrandosi quando appariva qualche indizio di miglioramento. Questa dimostrazione d'amore figliale voglio credere che fosse sincera, e avrà servito a confortare gli ultimi giorni del vecchio conte, il quale spirò fra le braccia di lui, che lo pianse amaramente. Ciò mi conferma nella credenza che non avesse un cuore cattivo, e di più sono persuaso che in quella occasione egli si sarebbe convertito al bene, se invece del cavaliere avesse avuto per amico un uomo di proposito da consigliarlo saviamente. Ma dominato da quel pessimo arnese, non che convertirsi, andò sempre più ingolfandosi nel vizio. Anche il trovarsi padrone di una ricca sostanza e libero dalla soggezione paterna contribuì non poco a fargli rompere il freno alle sue voglie. Il lusso, il giuoco, le orgie e le donne fecero un gran guasto nella sua fortuna. La sola Flora gli cavò di mano la bontà di venti e più mila scudi, la qual somma io non ho scrupolo di dire che venne divisa col cavaliere. Costui aveva poi altre frodi e gherminelle per estorcere danaro dal suo zimbello. Per esempio lo barava al giuoco, andava d'accordo cogli usurai e coi fornitori di generi per giuntarlo, e fingeva bisogni e disgrazie onde mettere a contribuzione la sua liberalità. La casa del contino era il convegno di tutti i buontemponi e gli scapati della città. Ivi succedevano canti, suoni, feste da ballo, splendide cene, ed ogni sorta di divertimenti più o meno sbrigliati. La si figuri che spese rovinose per andare innanzi con queste corti bandite. Al contrario degli altri servitori, io non era ben veduto dal contino, perchè col mio silenzio e colla mia serietà io disapprovava la sua brutta e scandalosa maniera di vivere. Una sera lo incontrai che montava lo scalone colla persona in disordine e barcollando per ubbriachezza. Viva il cielo, egli avrà bevuto dello Sciampagna o del Lacrimacristi, ma era ubbriaco nientemeno di un plebeo che avesse bevuto del vino a dodici soldi ai boccale. Quello spettacolo vergognoso mi fece torcere lo sguardo e brontolare qualche parola di disgusto, che per mala sorte venne da lui intesa. Chiamatomi da vicino, mi disse due o tre parolacce poco degne della sua nobiltà, e poi mi congedò con un urtone, molto men degno ancora. Io perdetti l'equilibrio e caddi a rotolone giù per la gradinata. Dopo questo bel tratto egli entrò nelle sue stanze, ed io rimasi senza potermi alzare, finchè vennero i miei compagni di servizio ad ajutarmi. Il fatto sta che aveva una gamba rotta, e per coronar l'opera il chirurgo ignorante me l'aggiustò in modo che riuscì quattro dita più corta dell'altra. È ben vero che il contino si mostrò dolente della sua brutalità, e che volle riparare il danno con una borsa di danaro, ma io ricusai la sua offerta, e abbandonai il suo servizio, maledicendo il giorno che mi persuasi ad indossare una livrea. Collocarmi in un'altra casa per seguitare la stessa vita, era cosa che io non voleva fare. D'altronde, chi avrebbe voluto prendere un servitore zoppo, quando pure fosse stato dieci volte più galantuomo di un altro colle gambe dritte come fusi? I servitori delle gran case debbono essere svelti, appariscenti, e senza alcun difetto visibile.

«Sicuramente. Se hanno poi delle magagne nascoste, se sono furbi, immorali e maldicenti dei padroni non importa. Basta che facciano bella mostra delle loro persone, e che lusinghino per tal modo la vanità di chi li paga.

«Io presi dunque il partito di tornarmene qui nel mio villaggio, e di occuparmi in qualche altro mestiere. Alla caccia non bisognava più pensarci, perchè oltre al buon occhio, ci voleva ancora buona gamba, e poi i begli anni della gioventù erano andati. Laonde io misi nel cappello due pezzetti di carta rotolati, sull'uno dei quali era scritta la parola sarto, e sull'altro la parola calzolajo, e ne tirai uno a sorte. Così fu che diventai calzolajo, come sarei diventato sarto se la mano fosse caduta sull'altro pezzo di carta. Mi si dirà che per esercitare un mestiere bisogna averlo imparato a tempo debito, e che da un giorno all'altro non si acquistano le cognizioni. Io ne convengo, ma con un poco d'ingegno e di entratura si riesce presto in certe piccole faccende. Non si trattava già di trasformarmi in medico nè in avvocato. Dopo un mese di studio e di pratica sulle mie proprie scarpe, io fui in grado di racconciarne e farne di nuove ai miei compaesani, che per verità non sono di molto difficile contentatura. In seguito poi ho potuto perfezionarmi così che i miei lavori non temettero più confronti, e persino il sindaco ed il curato mi diedero la loro clientela. Guardi mo' se dico esagerazioni e millanterie. Una delle sue scarpe è finita; esamini un po' che solature coi fiocchi sa fare maestro Giacomo,

Egli mi porse la scarpa da esaminare. O amor proprio ingannatore! O cieca stima di noi medesimi! O ignoranza delle nostre dappocaggini! Quella scarpa era aggiustata orribilmente. Il nuovo non combaciava col vecchio, i punti erano lunghi e disuguali, la suola mal ritagliata e sporgente qua e là dal tomajo, un lavoro insomma da guastamestieri. Quella scarpa mi fece dubitare dell'antica perizia di Giacomo cacciatore. Non pertanto bisognava dire: va bene, tanto più che egli stava lì colla faccia ridente in aspettazione d'una parola di lode. Sebbene un poco stizzito, io non volli lamentarmi, nè distruggere la confidenza che egli aveva nella propria abilità. Io gli dissi dunque: Va bene, maestro Giacomo, in riguardo se non altro del piacere che mi procurava il suo racconto. Soddisfatto della mia approvazione, benchè non troppo ammirativa, egli continuò a dire.

«Io voleva avere un'occupazione; non tanto per guadagnarmi il pane quanto per fuggir l'ozio che è il padre dei vizj, giusta un proverbio colla barba. Grazie a' miei risparmj e alle liberalità del defunto conte, io aveva già comperato questa casetta con un pezzo di terra che vi è unito. Ah, così avessi potuto soddisfare un altro mio desiderio, che era quello, di sposare una giovane da me grandemente amata. Quando costei mi vide tornato al paese con questa mia imperfezione, cominciò a raffreddarsi nella corrispondenza, e finalmente non volle più saperne de' fatti miei. Guardi un po' che tristanzuola! Quasichè il zoppicare mi dovesse impedire di volerle bene e di essere un buon marito. Ella sposò uno che non zoppicava fisicamente, ma pur troppo nel senso dei buoni costumi. Così ebbe a passare con lui delle tristi vicende, e dopo tre anni di matrimonio morì di afflizione. Io non ho mai potuto dimenticarla, e anche adesso, vecchio come sono, me ne ricordo sempre con un misto di amore e di compassione. Ma io debba raccontare, più che la mia storia, quella del contino Federico, il quale d'ora in poi lo chiamerò conte a motivo della sua virilità incominciata. Io non era più con lui per vedere da vicino le sue follíe, ma la voce pubblica s'incaricò di farmele sapere. Ora si parlava d'una gran somma di danaro perduta alle carte, ora di un convito come quello di Baldassare, ora di due cavalli fatti venire dell'Inghilterra, ed ora d'una collana di diamanti regalata ad una ballerina. Un giorno si vociferò che avesse avuto un duello per un intrigo amoroso, e che fosse rimasto ferito in una spalla. Tutto ciò era la pura verità. Intanto il cavaliere diventava ricco a misura che il conte si rovinava. Quel mariuolo aveva già comperato delle possessioni, e collocato delle somme sopra la Banca dello Stato. Allorquando vide che l'amico si riduceva a mal partito, e che poco o nulla poteva più rubargli, andò a viaggiare in Germania sotto pretesto di qualche affare, e lo piantò. Un colpo di fortuna inaspettato rifece al conte le ricchezze che aveva dilapidate. Un suo vecchio zio materno, che abitava in Baviera, venne a morire, lasciando un solo figlio celibe di circa trent'anni. Costui, rimasto appena senza padre, cadde un giorno da cavallo e perdette sull'istante la vita. Non avendo fatto testamento, i suoi molti beni furono ereditati dal conte, che era il solo suo parente. Non sarebbe stata questa una bella occasione di aprire gli occhi sui proprj disordini, e di mettere giudizio? Ah, quando le male abitudini sono radicate, non si dismettono più! Egli incominciò a divertirsi come prima, anzi più di prima per compensarsi delle strettezze e delle privazioni in cui aveva vissuto forzatamente per qualche tempo. Il cavaliere, avendo saputo il fatto dell'eredità, fece ritorno dalla Germania e si rimise al suo fianco per pelarlo di nuovo. Così in pochi anni andò al diavolo anche il milione ereditato, e allora il cavaliere disparve per sempre. Ecco il conte ridotto quasi al verde, abbandonato dai parassiti e dalle donne, beffeggiato da tutti, e per giunta malandato di salute. Egli poteva ancora cogli avanzi della sua fortuna vivere mediocremente, ritirandosi dal mondo e contentandosi del poco. Ma questa buona idea non gli passò neppure pel capo. Al contrario gliene venne un'altra delle più stolide che si possano immaginare, e la pose in effetto. Vedendosi al limitare della vecchiaia e malaticcio, si persuase che non gli restavano tutt'al più che tre anni di vita. Quindi egli divise in tre parti le ottantamila lire che ancora possedeva, onde mangiarsele anno per anno, sperando che la morte verrebbe a coglierlo quando fosse rimasto senza un soldo. I tre anni passarono, e le ottantamila lire furono esattamente consumate, ma la morte non comparve. Anzi durante quell'epoca il conte ricuperò la salute, e già da cinque anni vive prosperoso nella miseria. Egli è quel personaggio che venne qui poco fa.

«Io lo aveva indovinato. E perchè in capo ai tre anni non andò egli a gettarsi in un fiume? Quando si assegna con tanta sicurezza il termine della propria vita, bisogna fare che la morte dipenda dalla nostra volontà.

«Oibò, il suicidio è un peccato, e il conte non avrà voluto commetterlo, sebbene per verità ne abbia commessi tanti altri. Non so se ci voglia più coraggio a uccidersi, o a vivere una vita infelice come la sua. Non c'è pitocco nel nostro villaggio che non stia meglio di lui. Almeno il pitocco non ha le memorie del passato splendore, non ha i rimorsi di aver dissipato un'immensa sostanza, e mangia il pane della carità senza arrossire.