«Ma questo conte sarebbe egli ridotto a limosinare?

«Qualche cosa di somigliante. Qui nei dintorni egli aveva un palazzo, al presente trasformato in una filanda, nel quale il compratore gli lascia godere due camerette finchè vive, non so se per contratto o per compassione. Il povero diavolo va a desinare ora dal parroco, ora dal sindaco, ed ora da qualche altro benevolo possidente. Alle volte riceve un soccorso di danaro da certi suoi amici di Rovereto e di Trento, che si ricordano di lui.

«E come sopporta la sua miseria?

«Piuttosto coll'indifferenza dello spensierato, che colla rassegnazione dell'uomo mortificato e pentito che conosca i proprj torti. Mi dispiace il dirlo, ma io sono persuaso che se gli toccasse per miracolo un altro milione, tornerebbe da capo a divorarlo. L'inclinazione ai piaceri, e dirò anche ai vizj, è in lui irresistibile. Non potendo far altro, guarda le donne con occhio bramoso, giuoca all'osteria un boccale di vino col primo che gli capita, e si reca come spettatore ai balli campestri che succedono per nozze, o per altre occasioni di allegria. Lo crederebbe? Egli è capace perfino d'immischiarsi nelle danze.

«Come appunto ha fatto nella festa di jeri sera. Egli non ha dunque nessuna dignità, nessun sentimento della propria nascita e del proprio decoro.

«La poca educazione, le male pratiche, e la scompigliata sua condotta lo hanno degradato e avvilito per sempre.

«Quantunque vi abbia rotta una gamba, voi gli fate del bene, maestro Giacomo. Io ho udito testè, senza volerlo, come un ricambio di parole fra il benefattore e il beneficato.

«In quanto alla gamba rotta, io gli ho già perdonato da un pezzo, e non me ne ricordo più. Circa il fargli del bene, io non sono in grado di dar molto, ma pure di quando in quando gli do un pajo di fiorini, o presso a poco. Inoltre gli aggiusto le scarpe rotte, e gliene regalo un pajo di nuove a Pasqua e a Natale. È un tributo che io gli pago in riguardo alla memoria del suo buon padre. Per lui medesimo è poco degno di essere beneficato, ma forse otterrebbe egualmente il mio piccolo beneficio. Se si dovessero soccorrere soltanto quelli che meritano, una gran parte dei bisognosi morrebbero di fame. Il conte è infelice, e tanto basta. La sua indifferenza potrebbe essere studiata per non dare altrui lo spettacolo della sua tristezza, e per parere un filosofo che sa portare in pace l'avversità. Quando si trova solo nelle sue squallide camere, deve pensare, voglia o non voglia, alla sua misera condizione. Egli deve confrontare il passato col presente, e, viva il cielo, non si scappa ai tormenti di questo paragone. Sicchè io lo compiango, e lo ajuto come posso. Quando poi lo vedo all'osteria con quelle sucide carte in mano giuocare colla gentaglia, io dico fra me per cacciare la stizza, che egli ha la testa matta, o che si comporta così a fine di stordirsi sui proprj mali.

«E come avete cominciato a beneficarlo? La vostra carità è domandata o spontanea?

«Ecco qua il fatto. Un giorno egli venne a chiedermi in prestito otto lire, dicendo che me le avrebbe restituite alla fine del mese. Passato questo tempo, egli ricomparve, non già per fare la restituzione, ma per domandarmi un'altra piccola somma, aggiungendo che mi avrebbe rimborsato il tutto entro la settimana. Allora io gli risposi che non voleva nessuna restituzione, e che anzi, se si degnava di accettare, io gli avrei fatto di tempo in tempo qualche dono secondo che permettevano le mie deboli forze. Egli non ricusò, ed io da quattro anni e mezzo non manco alle mie promesse.