«Voi siete un uomo di buon cuore, da quanto ho veduto; voi trattate ancora con ogni riguardo questo conte, che se ne mostra così poco degno.

«Io sono stato suo servitore, ed ho l'abitudine di praticargli queste rispettose esteriorità. Noi piccole genti non possiamo spogliarci mai di quella riverenza, e direi quasi venerazione, che c'inspirano i nobili ed i ricchi, quando pure non pregevoli per sè medesimi, o sieno decaduti dalla loro altezza di fortuna. Hanno un certo prestigio di superiorità imponente. Io ho un bel dirmi che il conte non è punto stimabile, e che io sono dieci volte più ricco di lui, ma non per tanto io potrei permettermi una parola od un atto che indicasse confidenza o dispregio. Non so capire il perchè di questa forza prepotente che mi domina mio malgrado.

«Ve Io dirò io il perchè. Quando vedete il conte, voi vedete insieme gli stemmi della sua nobiltà, e i ritratti de' suoi avi collocati in ordine sulle pareti. Voi vedete i mobili sontuosi, le argenterie, le dorature, il lusso e lo splendore del suo palazzo. Voi vedete i suoi cavalli e le sue carrozze, il suo scrigno, le sue ville, e quanto insomma formava la corona abbagliante della sua grandezza. Tutto ciò è dileguato, ma non importa; voi lo vedete ancora cogli occhi dell'immaginazione. Voi non potete separare il passato dal presente, nè l'uomo dalla cosa. Voi credete che sia il conte che v'impone riverenza, e invece non è altro che la sua passata fortuna, da voi incarnata nella sua persona.

«Per bacco, sono persuaso che il fatto sta come lei dice. Queste idee esistevano in confuso nella mia testa, ma io non avrei saputo disbrogliarle nè esprimerle debitamente. Ecco quello che ha guadagnato il conte trascurando la sua educazione, dandosi ai cattivi compagni, e battendo la strada dei vizj e dei piaceri. Egli non ha mai ottenuto nè stima nè amicizia presso i buoni, ha disonorato la nobiltà della sua stirpe, ha mandato in malora un ricchissimo patrimonio, e dopo una vecchiaja trista e deserta morirà probabilmente all'ospedale, ultimo rampollo della sua illustre casa. Laddove, se avesse pensato e agito da vero gentiluomo, si sarebbe sposato ad una degna fanciulla sua pari, avrebbe avuto dei figli che seguitassero le sue virtù, sarebbe stato utile e distinto nelle società, e finalmente sarebbe morto lasciando a' suoi posteri un nome onorato, e le ricchezze avute in retaggio da' suoi maggiori. Quando penso a quest'uomo, mi vengono cento buone inspirazioni sulla virtù e sulle regole della vita.

«Da bravo, maestro Giacomo, fatemi udire qualcuna delle vostre buone inspirazioni. Io sono avido d'imparare.

«Bella avidità veramente, ma qui non è ad una scuola da poterla saziare. Io sono maestro soltanto di calzoleria.

«E di morale ancora meglio. Voi siete capace di fare un sermone come un pajo di scarpe.

«Vostra signoria mi burla, non è vero? Ella sì che debb'essere un sapiente, sebbene in giovane età. Se non m'inganno, ecco un semplicista, una sorta di medico, uno che conosce la virtù delle erbe e ne compone dei rimedii salutari.

«Nulla di tutto questo. Io raccolgo erbe come un altro raccoglierebbe conchiglie, pel solo piacere di conservarle diseccate fra le pagine dei libri. Io non m'impaccio della loro virtù medicinale.

«Allora, mi scusi, non si può faticare nè perdere più inutilmente il tempo, che è tanto prezioso.