IL GENTILUOMO MENDICO
REMINISCENZA DI UN VIAGGIO
DI
PAOLO BETTONI
IL GENTILUOMO MENDICO
Lungo un mio viaggetto pedestre nel Tirolo italiano m'incontrai al di sopra di Rovereto in un giovane artista, che viaggiava egli pure colla vettura di San Francesco. Due individui presso a poco della medesima età, che hanno entrambi una valigia dietro le spalle ed un bastone in mano, che portano una blouse ed un berretto, e che vanno per la medesima strada, sono obbligati di salutarsi e di entrare in discorso, giusta le leggi dell'attrazione umana e della fratellanza universale. Queste leggi si fanno sentire principalmente nella solitudine delle montagne, lungo i cammini disastrosi, vicino ai burroni e alle cascate d'acque, e più ancora dove non si vedono che nibbi e falchi svolazzanti, da una roccia all'altra, e capre pascolanti sulle aeree punte dei precipizi. Bisogna dunque assolutamente che i due individui così ravvicinati dal caso si facciano dei complimenti, e si chiamino fortunati di camminare in compagnia, a meno che uno di essi, o tutti due, non siano ceffi paurosi, o misantropi selvaggi. Nè l'uno nè l'altro di noi si trovava in queste condizioni antipatiche, e perciò fu subito aperta la conversazione, e dato luogo alle debite confidenze. Egli si dilettava di dipingere paesaggi, e peregrinava per copiare le bellezze della natura montuosa. Io aveva la smania di fare un erbolajo, e andava errando per raccogliere ciò che mi pareva nuovo o raro nel regno della vegetazione tirolese. Ah! vivaddio, che botanica follia, che delirio delle verdure scientifiche mi aveva invaso in illo tempore! Ora ne sono guarito da un pezzo, e rido pensando a quella farragine di erbe e di pianticelle di cui aveva piena una camera, quasi fosse stata un fienile. Non dico poi dei libroni che contenevano tra foglio e foglio le mie conquiste classificate e diseccate. Il mio compagno imitava le produzioni della natura, ed io toglieva alla natura le sue produzioni medesime. Ognuno vede che il mio lavoro era molto più facile e meno pregevole del suo. Ad onta però della distanza dei meriti noi diventammo amici, e per otto giorni facemmo vita insieme. Intanto che egli disegnava una rupe od una grotta, io strappava dai crepacci dello scoglio qualche tesoro vegetale ignoto alla mia scienza. Un giorno egli mi trasportò a colpi di matita e mi fece figurare come macchietta in un suo abbozzo, mentre io prendeva d'assalto una specie di cardo singolare che sorgeva nella frana d'un dirupo, audace ed eroica impresa. Questo tratto di bizzarria artistica e d'inspirazione confidenziale mise il colmo alla nostra amicizia. Era una ragione più che bastante per fare di noi un Pilade ed un Oreste.
Alla sera dello stesso giorno ci trovammo in un piccolo villaggio ai piedi della montagna, dove esisteva un'osteria insperata e miracolosa, alla quale domandammo alloggio e cena. O santa ospitalità, io ti benedico e ti esalto anche quando sei vendereccia e mungi la borsa ai pellegrini; anche quando imbandisci loro non altro che pane secco, pomi di terra e cacio pecorino; anche quando li metti a giacere sopra letti di equivoca nettezza e di durizia incontrastabile, esigendo nondimeno il prezzo che valgono i delicati mangiari e le morbide piume. Un tale trattamento è preferibile pur sempre al digiuno e alla stazione sotto la cappa dei cielo. Fortunatamente che vicino al male si trova il bene, e l'assioma si manifestò vero per la millionesima volta. Noi avemmo un compenso al nostro disagio. Mentre stavamo in cucina affrontando il gramo pasto, e pensando al giaciglio ancor più gramo da affrontarsi dappoi, ecco nella camera attigua un violino e un contrabasso che principiano a stridere confusamente colla buona intenzione di montarsi al medesimo diapason. Erano come due amici che gridano e contrastano più in apparenza che in sostanza, per fare quindi la pace e camminare d'accordo nella stessa faccenda. A questo miagolio disarmonioso tenne dietro una monferina tutta brìo da mettere in gongolo un piagnone, e snodare le gambe d'un paralitico. Potenza degli Dei, sarebbe mai vero che qui succede una festa da ballo? Era vero come il magro pasto che avevamo finito, e come il duro letto che ci aspettava. Noi balzammo in piedi, e il passare dalla cucina al teatro delle danze fu un volo. Quattro coppie di ballerini erano già in moto, e il sesso forte sgambettava e faceva salti da dare il capo nel solajo. Altri giovinetti e altre forosette sopraggiungevano mano mano finchè la camera fu piena. Quel giorno si era fatto uno sposalizio, e l'oste aveva prestato il locale per la celebrazione di una festa in onore di Tersicore montanina. I due orfei stavano sopra l'eminenza di una tavola collocata in un angolo, e di là diffondevano torrenti d'armonia, frase che io tolgo in prestito da una gazzetta teatrale. Colui che dava vita al violino era il sarto del villaggio; l'animatore del contrabasso era il sacristano della parrocchia, due genj sorprendenti, due personaggi meravigliosi che sapevano unire i talenti più disparati. Voi che ridete, trovatemi voi due uomini che trattano gli strumenti di Sivori e di Bottesini colla stessa disinvoltura con cui tirano l'ago e accendono le candele. Noi pigliammo parte al divertimento con una lena straordinaria in chi si è arrampicato tutto il giorno su pei monti. Ma la gioventù non sente fatica quando si tratta di ballare. Quell'idea di stringere la mano ad una fanciulla, di allacciarla mediocramente ai fianchi, di condurla in giro, e di specchiarsi nel suo visetto, è un potente rimedio contro ogni stanchezza. Ma qui non erano visetti pallidi e delicati che miravamo, nè personcine smilze e fragili che cingevamo, come succede nei balli sontuosi e profumati delle città. Erano pezzi di fanciulle rigogliose e massiccie, coi volti parte brunotti e parte impastati di rosa e latte, cogli occhi neri scintillanti, piene tutte di floridezza e di vigore, tipi insomma della bellezza alpigiana. Questo era per noi un'attraente novità, che aggiunta alla fortuna di lasciar vedovo per molte ore il nostro letto ci rendeva al sommo contenti. Noi ballammo lungamente e con tutte quelle care napee, compresa la bella sposa, che non faceva smorfie nè ritrosìe vere o affettate, ma che palesava una schietta letizia, velata alquanto dalle sue commozioni misteriose, e dal contegno pudibondo di chi è fanciulla per l'ultimo giorno. Una sorella di lei era per me la regina della festa, e aveva la preferenza nelle mie attenzioni e ne' miei omaggi di galanteria. Io le custodiva il posto da sedersi, e con premura la serviva di birra, il solo genere di rinfreschi circolanti nella sala da ballo. In fede mia quella ragazza mi avrebbe fatto fare pazzie, quando avessi continuato a vederla per molti giorni. Era fiera ed imponente come Diana, della quale aveva un poco i gusti e le abitudini silvestri. Tuttavia non mancava di mansuetudine, e rideva graziosamente mostrando un tesoro di denti bianchissimi, e facendo due pozzette che nulla di più vezzoso. Aveva nome Bettina, e ballava la forlana che era un incanto. Il mio compagno non si divertì meno di me, e inoltre come pittore e mezzo poeta ebbe delle idee e delle inspirazioni che a me non vennero. Quella rustica camera illuminata da quattro candele di sego, quel fermento dei giovani ballerini, quella lieta tranquillità dei vecchi spettatori, quelle voci di allegria miste ai suoni di quell'orchestra singolare, gli facevano l'effetto di un quadro animato di Van-Dick o di Rembrand. Io ebbi invece dei momenti di raccoglimento per fantasticare intorno ad un vecchio vestito di abiti signorili, ma logori e macchiati fino all'indecenza, che tutti chiamavano il signor conte, che mostrava infatti una fisionomia e modi distinti, che aveva ballato due volte con molta degnazione e allegramente come un giovinetto. Per mancanza di agio, di motivi sufficienti, e di persone di confidenza per farmi fare la sua biografia, rimasi per allora colla mia curiosità in corpo. Il divertimento durò fin oltre la mezzanotte, e quindi ognuno se ne andò a casa sua. Una camera qualunque, dove si è fatta una festa da ballo, appena rimane deserta, fa male all'immaginazione, ed inspira tristi e filosofici pensieri. Io stetti un poco sulla soglia in atteggiamento di meditazione a guardare quella camera vuota e silenziosa, che un momento prima echeggiava di suoni, ed era il campo di tanta gioja rumorosa. Fu allora che principiai ad accorgermi della fugacità e insufficienza dei piaceri umani, e mi sentii alquanto sconfortato. Ah, non è a ventidue anni che si fanno di queste gravi e barbute riflessioni. In gioventù quando un piacere fugge, ne intravediamo un altro nel domani, e ci consoliamo. La vera cagione del mio sconforto era Bettina, che non avrei più veduta, e che mi andava girando nella fantasia. Il mio compagno intanto mi chiamò dall'alto della scala di legno che conduceva al nostro dormitorio, il quale era una specie di granajo dove in mezzo ai fagiuoli, alle fave e alle patate sorgeva il nostro letto di Procuste. Il diavolo non è brutto come si dipinge. Una volta entrati fra le lenzuola, spento che fu il lume, e voltati che ci fummo cinque o sei volte sui fianchi, discese sopra di noi il sonno benigno, e quando si dorme ogni letto è buono. La mattina per tempo noi uscivamo dal villaggio, allorchè un ostacolo per parte mia venne a ritardare alquanto il proseguimento del nostro cammino. Io aveva le scarpe molto rotte. Questa disgrazia mi era nota da due giorni, ma il male era allora nel primo stadio, e si poteva sopportarlo. Un moralista qui direbbe: Noi dobbiamo riparare un male, qualunque sia, appena si manifesta, affinchè non diventi maggiore col trascurarlo. Un economo soggiungerebbe: Quando si rompe un punto ad una scarpa, correte subito al rimedio, altrimenti una piccola fessura si convertirà presto in uno squarcio. Mille grazie all'uno e all'altro, ma i saggi avvisi non sempre si possono mettere in pratica. Nel caso mio un pronto rimedio era impossibile, perchè al manifestarsi del guasto io non avrei saputo dove trovare un calzolaio. Eccomi giustificato della mia apparente incuria. Del resto niente di più naturale che il rompere le scarpe allorchè si viaggia a piedi tutto il giorno, e che per giunta si balla tutta la sera come disperati. Coloro che viaggiano in carrozza sono sottoposti al malanno di avere una ruota spezzata, ma è un caso molto più raro dell'altro, e perciò se potessi io vorrei sempre viaggiare in carrozza. Dunque come si fa quando le scarpe sono rotte? Quando non se ne hanno portate seco delle altre da sostituirvi? Diamine, la cosa è chiara per sè medesima, bisogna comperarne un pajo di nuove, oppure far rattoppare le vecchie a meno che non vogliate tirare innanzi così, e farvi credere un giramondo pezzente. Vi è anche la ragione di conservarsi i piedi asciutti, e di chiudere la via ai sassolini che entrano pei buchi a darvi fastidio. Lasciamo stare le scarpe nuove, io dico fra me pensando all'economia, e facciamo mettere le mezze suole a queste qui, che hanno ancora un buon tomajo. E poi dove trovare in questi luoghi delle scarpe che non sieno di materia e di fattura grossolane, e di peso enorme? Io mi guardo attorno, e vedo una botteguccia di ciabattino che ha per insegna due forme infilate ad una corda e penzolanti in aria. L'indicazione era equivoca, anzi del tutto falsa, poichè invece di fabbricare scarpe, sembrava che là dentro si fabbricassero forme. Suvvia, non andiamo a cercare la logica nè l'esattezza dei simboli sopra le insegne delle botteghe. Il barbiere tiene inalberato sulla sua tre piattelli di stagno o di ottone, e ciò non vuol significare che egli sia artefice di quella sorta d'utensili. Io entro dal ciabattino, e intanto il mio compagno va a copiare la chiesetta del villaggio, bellamente situata sopra un'altura, e poi un mulino a vento che sorgeva poco discosto di là, e che egli non prese per un gigante, come avrebbe fatto Don Chisciotte di piacevole memoria. Il ciabattino era un vecchiotto di circa sessant'anni, grasso, rubicondo e colla bontà dipinta in faccia. Aveva una di quelle fisonomie che si guardano volentieri, e per le quali si prova subito simpatia. Egli mi disse, toccandosi la berretta, che m'avrebbe servito nel mio bisogno, ma che non ci voleva meno di due ore a fare la fattura come andava fatta. Vi era in quella bottega un odor di pece e di cipolle che non rallegrava l'olfatto, ma i viaggiatori pedestri non debbono essere schizzinosi, nè cadere in deliquio al più piccolo disgusto dei sensi. Nondimeno, se avessi avuto un altro pajo di scarpe, sarei andato volentieri a passeggiare e respirare liberamente. Non potendo uscire di là, mi sedei sopra uno sgabello di paglia, e stetti a guardare l'opera e l'operajo. Maestro Giacomo (si nominava così) aveva principiato a battere il cuojo colla solita armonia dei ciabattini, quando entrò in bottega il conte che io aveva veduto alla festa da ballo. Il racconciatore delle mie scarpe si alzò premurosamente, e tutto ossequioso lo invitò a seguirlo in una stanza vicina. Colà si trattennero due o tre minuti, ed io senza volerlo intesi qualche cosa di quel breve colloquio, tenuto non abbastanza sommessamente. Maestro Giacomo chiamava illustrissimo il suo interlocutore, e gli dava non so quale danaro, scusandosi che fosse poco. L'illustrissimo diceva che era anche troppo, faceva i suoi ringraziamenti, e si protestava obbligato di tanta bontà. Quindi ricomparvero in bottega, e Giacomo, sempre riverente, accompagnò il visitatore fino all'uscita sulla strada. Allora io notai che il calzolajo era zoppo, e che rimettendosi a sedere aveva preso un'aria di tristezza mal confacente al suo volto sereno e gioviale. Egli tornò a battere il cuojo, ma con misura concitata e precipitata, non dicendo parola, e mandando qualche sospiro. Ecco l'occasione, io pensai, di cavarmi la mia curiosità di jeri sera, curiosità cresciuta infinitamente dopo ciò che aveva allora inteso e veduto.
«Galantuomo, voi siete turbato da qualche dispiacere, dissi rompendo il silenzio, e gettando via un ritaglio di pelle che io aveva foracchiato colla lesina come per baloccarmi.
«Non signore, soggiunse egli richiamando sul volto la serenità di prima. Io per me sono lontano da ogni fastidio, perchè ho buona salute, mezzi da vivere, e tranquillità di coscienza. Alle volte però mi dolgo dei mali altrui, e penso con rammarico a certe vicende umane…. Ha ella veduto quel personaggio di poco fa?
«L'ho veduto, e credo anzi che vi siate disturbato per causa sua.