—Adopera ogni precauzioni; affinchè nè tuo zio nè anima viva ti sorprenda con quei libri in mano. Sventura a noi se ti fossero trovati in casa!
—Sii tranquillo, e lascia fare a me. Tu sai pure che ho un nascondiglio sicuro dove tengo i miei contrabbandi. Io sfido il diavolo a scoprirli.
Faustino si ritirò nel suo appartamento, e lesse avidamente due novelle del Casti, infiammandosi la mente colle lubriche immagini e colle pitture allettevoli che abbondano in quelle pagine corrompitrici della gioventù. Quindi nascose il libro in una specie di guardaroba, serrata a chiave, dove stavano poesie, romanzi e racconti in gran numero, tutte sconcezze stomachevoli, tutte produzioni di laide fantasie. Vi era inoltre una raccolta d'incisioni e di miniature le une più lascive delle altre, un insieme di brutture degne dei costumi della Reggenza francese. Queste porcherie di libri e di stampe erano regali che Leonardo faceva di quando in quando all'ardente giovane, dopo avergliene con destrezza lasciato intravvedere l'esistenza, e dopo essersi fatto pregare per concederle. Faustino aprì un altro armadio che racchiudeva manicaretti e paste calorose, frutte macerate nell'acquavite, bottiglie di vini forastieri e di liquori spiritosi in quantità. Egli mangiò un pezzo di pane pepato, bevette un bicchiere dì rhum, e poscia si sdrajò sull'ottomana a fumare un sigaro. Quell'infelice aveva contratto tutti i vizi che istupidiscono l'intelletto e limano il corpo. Consumato che ebbe metà del sigaro, gettò via il rimanente, e si diede a passeggiare per la camera, pallido in volto e col capo torbido e dolorosamente esaltato. Ebbe bisogno d'aria aperta per riaversi, e discese in giardino. Quando un'ora dopo venne il professore di filosofia a dargli lezione, lo trovò distratto e sbadigliante come al solito. Gli parlò delle operazioni dell'anima in generale, e di quella del pensiero in particolare. Il discepolo ne approfittò per volare appunto col pensiero al convegno che avrebbe luogo la sera, e durante la spiegazione lo tenne rivolto intensamente a Marietta la bruna crestaja. Il professore, da quel bravo filosofo che era, se ne andò ripetendo in cuor suo: Egli è ricco, e non ha bisogno di filosofia. A me basta che si paghi esattamente il mio lauto stipendio mensile. Così dicevano presso a poco e con eguale rassegnazione i maestri di letteratura, di lingua inglese, di musica e di pittura, i cui precetti Faustino ascoltava col medesimo interessamento. Egli sentiva, è vero, di quando in quando alcuni rimorsi di coscienza circa le sregolatezze della sua condotta. Ciò è naturale in tutti, ma principalmente in un giovane d'indole buona, che s'informò di principj virtuosi, e che attese più anni all'acquisto di una savia educazione. Egli rammentava le pratiche del collegio, le massime dei maestri e quelle dei libri, gli avvertimenti di sua madre e di tutte le oneste persone colle quali aveva conversato, e paragonava questo complesso di bene coi cattivi andamenti della sua vita attuale. Ma erano riflessioni deboli e passeggere, fatte soltanto in certe ore di disgusto e di malessere dopo un eccesso d'intemperanza. Il pretendere che egli si ravvedesse di proprio impulso sarebbe stata cosa impossibile e fuor di ragione. Forse neppure i consigli e le ammonizioni altrui avrebbero operato la sua conversione. Come mai persuadere un giovane a frenare le proprie passioni una volta scatenate, e a rinunciare al piacere una volta gustato, quando a ricercarlo maggiormente lo spinge il suo temperamento e l'opera di un demonio che gli sta al fianco?
Fra le case situate in una contrada remota e poco frequentata, avvene una senza portinajo, e non molto purgata rispetto alla qualità e condotta degl'inquilini. Leonardo vi aveva preso in affitto due camere, e fattele mobigliare decentemente, servivano di ritrovo a Faustino colle sue amanze. Un ripostiglio praticato nel muro conteneva una ricca provvigione di commestibili e di bevande, provvigione che veniva rinnovata di mano in mano che si consumava. Quelle camere erano il teatro della corruzione e delle orgie di Faustino. In esse aveva dato l'addio alla sua innocenza. Quante ignote commozioni, e quanti arcani turbamenti vi provò la sua anima! Quai dolci tremiti, e quali ansie dilettose! Come arrossiva il suo volto alle carezze della prima donna da lui avvicinata! Gli inviti della voluttà contrastavano nel giovane colle ritenutezze del pudore. Era mille volte più bello della donna invereconda e provocatrice. Ben presto le timide esitanze del novizio fecero luogo all'arditezza dello sperimentato. Le più belle giovani di facile conquista si avvicendavano da un anno a' suoi piaceri, e avevano creato in lui, ciascuna coi propri vezzi particolari, una somma d'impressioni e di memorie, che sogliono accendere maggiormente la concupiscenza, e fare più acute le voglie. Ad un'ora di notte Leonardo e Faustino comparvero in queste camere, e si diedero a preparare la tavola per una delle solite cene. Indi a poco si presentò Marietta saltellando e canticchiando una canzone. Levatasi il cappellino e la mantiglia, lasciò vedere una chioma corvina di stupenda abbondanza e lucentezza, e due spalle paffutelle e graziosamente tornite. Questa creatura, di freschissima età, era il tipo della bellezza vivace, ardente e risentita, aveva la carnagione bruna, egli occhi neri scintillanti d'una spagnuola dell'Andalusia. Era gaja e folleggiante al modo delle giovani perdute, e Faustino la preferiva a tutte le altre. Il lettore, se vuole, dipinga a sè stesso questa scena colla propria immaginazione. Tre ore dopo, Leonardo dava il braccio a Faustino, che mal si reggeva sulle gambe, e lo accompagnava a casa, facendolo salire al suo appartamento per una scala secreta, affinchè i servitori non lo vedessero in quello stato di vergognosa ebbrezza.
V.
Da qualche tempo si era operato in Faustino un cambiamento, che molto sorprese ed inquietò i suoi due carnefici. Il giovane pareva stanco di piaceri, vi si abbandonava più di rado, e senza la brama e la smoderatezza di prima. Dinanzi alle sue belle era diventato freddo e quasi astinente, come sobrio dinanzi alle stuzzicanti imbandigioni. Egli stava pensoso, e mal volentieri usciva di casa. Poche volte si accostava al nascondiglio dei liquori spiritosi, e a quello delle stampe e dei libri disonesti. Eppure non era ancora malandato di salute, nè si lagnava di alcun male. Questo rivolgimento non si poteva dunque attribuirlo a cagioni fisiche, ma piuttosto all'influsso e agli avvisi di qualche secreto consigliere, oppure alle inspirazioni del cielo. Siccome il signor Fabio e Leonardo non credevano nelle inspirazioni del cielo, così pensarono che un mortale nascosto lavorasse alla conversione di Faustino, e tremavano di essere perduti. Invano Leonardo aveva interrogato più volte il giovane, e cercato di scoprire l'arcano del suo mutamento. Al fine gli cavò di bocca la confessione che era innamorato. Ecco l'avventura. Un giorno si affacciò ad una finestra della casa dirimpetto una giovinetta sedicenne di figura veramente angelica. Faustino vide dalla sua finestra quel miracolo di bellezza, e rimase estatico a contemplarlo. Un solo minuto durò la contemplazione, poichè la giovinetta, accortasi della presenza e degli sguardi di lui, si ritirò confusa e colorata del più amabile rossore. Ma quel solo minuto valse a commoverlo tutto quanto, e a stampargli nell'anima l'immagine di lei. Il sentimento che provò era affatto nuovo, e nullamente paragonabile a quello provato per le altre donne. Ogni giorno si appostava dietro le persiane socchiuse, spiando le sue apparizioni, che già succedevano con qualche frequenza, perchè essa pure era rimasta colpita dalla vista del giovane avvenente. Quando con un libro od un lavoro femminile in mano si presentava alla finestra e rimaneva delusa nel suo desío e sconfortata, Faustino era là nascosto a bearsi dei biondi capegli, dei vaghi occhi cerulei, e delle dolci e virginali sembianze di lei, comprimendo a fatica i battiti violenti del cuore. Egli non avrebbe mai voluto possederla al modo delle altre donne; da questa idea abborriva come dal più nefando sacrilegio. Vagheggiarla come cosa santa, starle da vicino per udire il suono della sua voce, e per respirare l'aria da lei respirata, ecco ciò che gli sarebbe parso il colmo della felicità. Faustino aveva conosciuto il puro e virtuoso amore. Nella speranza di farlo dividere, apriva alle volte le imposte e si manifestava alla fanciulla, che trasaliva e imporporava le guancie, ma rimaneva al suo posto. Quando i loro occhi s'incontravano, le loro bocche si componevano ad un lieve sorriso che destava in ambedue le più care vibrazioni di gioja. Le loro anime si erano intese. Faustino venne a sapere che la giovinetta si chiamava Luigia, che apparteneva ad una ragguardevole e ricca famiglia, e che usciva appena dal monastero nel quale era stata allevata. Per due mesi continuarono a vedersi dalle rispettive finestre, palesandosi il loro amore col muto ma eloquente linguaggio degli occhi. Il ricambiare parole non era possibile a motivo della distanza che li separava, e potendolo fare, non avrebbero forse osato. Una inclinazione del capo, od un cenno della mano erano i saluti che si volgevano al principio e alla fine delle loro tacite ma dilettose conversazioni.
Leonardo, appena ricevuta la confessione di Faustino, andò a rivelarla al signor Fabio, il quale così parlò al nipote: Tu hai fatto male ad innamorarti alla tua età troppo giovanile, quando non hai ancora compito la tua educazione. Tu devi accasarti, siamo d'accordo. Tu devi dotare il paese d'una nuova famiglia, che si distinguerà per decoro di meriti, per dignità, e per lustro di ricchezze. Senza dubbio ti è riserbato il destino di sposo e di padre felice, e già io principiava a volgermi attorno per iscoprire una fanciulla degna di esserti data a tempo debito per compagna. Meno male che nella tua imprudenza la fortuna ti ha guidato con benignità, facendo che tu non collocassi bassamente il tuo amore. Io non ti dico di soffocarlo, nè di abbandonare la speranza. Seguita pure a nutrire questo sentimento, ma colla moderazione di chi dubita di riuscire a buona fine. Io forò conoscenza coi genitori della fanciulla, m'informerò circa le qualità di lei, e vedremo se sarà possibile di conchiudere questo matrimonio. Sii però ragionevole, e non lusingarti molto, perchè l'affare può avere dei gravi ostacoli. Tu intanto farai un viaggio in Francia, che servirà insieme ad istruirti nella conoscenza del mondo, e ad impedire, colla distrazione, i progressi del tuo amore, progressi che sarebbero sconsigliati e pericolosi, finchè la certezza del matrimonio non venga a giustificarli. Leonardo ti accompagnerà.
I preparativi della partenza vennero fatti senza indugio. Faustino, che a malincuore intraprendeva questo viaggio, s'ingegnò d'informarne Luigia colla mestizia del volto e coll'azione della mimica, e vi riuscì perfettamente. La fanciulla comprese tutto, e s'immestì come lui. Ciò che Faustino avrebbe voluto farle sapere, ma che non tentò neppure per l'impossibilità del buon successo, erano le favorevoli disposizioni di suo zio, e le pratiche consolatrici che egli si disponeva a fare presso i genitori di lei. Troppo ardire parevagli quello di scriverle una lettera, e poi come fargliela pervenire? Si contentò dunque di pensare che un giorno ella avrebbe saputo per altro mezzo questa lieta novella, e le fece i suoi addio con tanta commozione d'animo, che le lagrime gli rigavano il volto. La giovinetta gli corrispose colla medesima tenerezza dolorosa, e recandosi agli occhi il fazzoletto per asciugarvi il pianto. Le finestre si chiusero, e dopo altri sguardi e saluti ricambiatisi attraverso i vetri, gl'innamorati disparvero colmi del più amaro affanno.
VI.
Parigi è certamente la città per eccellenza, dove l'amore dei piaceri trova uno stimolo violento, e insieme un pascolo agevole. Tutte le seduzioni e le raffinatezze del sibarismo, tutte le arti di allettare, tutti i ritrovati che accarezzano i cinque sensi e riscaldano le fantasie sono colà portati al grado di perfezione. Abbiate molta salute, molta inclinazione ai godimenti e soprattutto molto danaro in tasca, e voi vi create a Parigi un paradiso terrestre, colla differenza però che quello di Adamo conteneva più semplici e più innocenti delizie. Faustino serbava in cuore l'immagine di Luigia, ma offuscata dal fumo delle dissolutezze, cui si era di bel nuovo e con più lena abbandonato. Leonardo raddoppiava di furberia per nascondere sempre meglio il suo ufficio diabolico d'instigatore al vizio. Appena giunti a Parigi, egli tenne al giovane un lungo sermone morale, e gli tracciò la linea di savia condotta che sarebbe obbligato di seguire. Principiò col condurlo alla visita delle gallerie, delle biblioteche, dei monumenti, e di quanto sogliono occuparsi coloro che viaggiano per osservare e per istruirsi. Era un continuo passare da uno stabilimento all'altro, un discorrere di archeologia, di belle arti, di commercio e d'industria; un fare annotazioni sulle cose più interessanti e degne di memoria. Leonardo voleva annojarlo, e in capo a pochi giorni ottenne l'intento. Faustino, che realmente credeva d'aver fatto prevaricare quella specie di suo ajo, e che sapeva di poterlo condurre pel naso, dichiarò che non voleva sottomettersi ai patti stabiliti senza il proprio consenso, e che egli non era venuto a Parigi per fare la vita dello scienziato. Leonardo finse di opporgli una forte resistenza, mise in campo i diritti e l'autorità di cui era investito, la responsabilità che pesava sopra di sè, i rimordimenti della coscienza, e passò perfino a parere sdegnato, e a tenergli il broncio. Intanto le brame del giovane erano fatte dal contrasto vieppiù ingorde ed impazienti di ritegno. Egli passava dall'umile pregare all'imperioso volere, e finalmente Leonardo, come se cedesse a tante importunità, gli fece alcune concessioni, che in breve si allargarono senza misura. Faustino si paragonava in cuor suo al destriero che prende il morso tra i denti e mena dove vuole il suo cavaliere. Le più belle cortigiane maestre nelle blandizie, i pasti squisiti e copiosi presso i celebri ristoranti, i concerti musicali, gli spettacoli equestri del circolo Franconi colle sue amazzoni leggiadre, quelli dei balli dell'Opera colle sue ninfe succinte e voluttuose, e quelli delle danze popolari piene di movenze e di abbandoni indecenti occuparono per sei mesi lo spirito ed il corpo di lui, tanto che la sua salute ne fu rovinata. In sulle prime Leonardo non se ne diede per inteso, e allora soltanto che il giovane cominciò a deperire troppo evidentemente, egli aprì gli occhi e manifestò le sue inquietudini. Parlò di riposo, di medico, di consulti e di medicine, ma Faustino non volle saperne, e preferì di tornare in patria. Nella stanchezza dei piaceri e nel malessere in cui era caduto gli parlava più che mai la memoria di Luigia, e si sentiva spinto vivamente verso di lei. Leonardo scrisse al signor Fabio, e n'ebbe in risposta una lettera che pareva inspirata dal timore, dall'affanno e da tutti i sentimenti che prova un padre affettuoso al quale si annunzia la malattia di suo figlio lontano. Faustino leggendola, esclamava: Che ottimo cuore! Che uomo eccellente! Quanto mi ama! Abbandonarono Parigi, e dopo cinque giorni furono a casa. I disagi del viaggio avevano peggiorato lo stato del giovane, il quale scendendo di carrozza colpì di doloroso stupore coloro che stavano ad aspettarlo. Il signor Fabio medesimo, profondo scellerato com'era, non potè esimersi dalla compassione quando, nell'abbracciare il nipote, lo vide squallido, sfinito, cogli occhi infossati e colle labbra smorte; compassione che durò quanto l'abbracciamento. I malvagi e feroci istinti prevalsero subito alla pietà, della quale non rimase che le apparenze nella umanità delle parole e nella tristezza del volto. Il medico dichiarò che Faustino era tisico, e pur troppo si appose al vero. Ciò che il medico non seppe mai erano le cause della sua etisia. Il signor Fabio volle informarlo egli stesso, come a modo di diagnosi, sulle antecedenze del nipote, inventando falsità che potessero illudere la scienza e sviarla nelle sue ricerche. Secondo lui, Faustino nasceva da una madre debole, e morta di languore; il fanciullo partecipava della condizione materna, e più volte fece temere di non sopravvivere alla genitrice. In seguito parve fortificarsi, e venne posto in collegio, dove forse lo studio e il sistema di vita colà praticato gli furono di detrimento. Nondimeno vi stette per lo spazio di sei anni, abbisognando però di riguardi a motivo della sua gracilità. Quindi, nei due anni vissuti presso di lui, suo zio, aveva preso l'aspetto del giovane sano e robusto, con maraviglia di quanti lo conobbero nella sua fanciullezza. Ma ora che toccava l'età fatale ai disgraziati che covano il germe della tisichezza, era caduto con rapido progresso in tanto deperimento. Il medico fu pago di queste informazioni, non cercò di più, e si diede a tentare la guarigione dell'ammalato. Prima di mettersi a letto, Faustino aveva più volte riveduto Luigia alla solita finestra, e tenuto con lei le solite conversazioni di cenni, di sguardi e di sorrisi. Se non che gli sguardi ed i sorrisi erano diventati malinconici da ambe le parti, ed esprimenti il dolore. Luigia si affliggeva al vedere Faustino in quel misero stato, ed egli al vederla afflitta, e al pensare alla propria infermità. Tutti due poi si rattristavano di un amore che fino allora non aveva fondamento di speranze.