— Forse la signora non pensava così avanti la morte di suo marito.

— Il signor consigliere mi fa torto; il mio odio è antico. L’assassinio che mi ha vedovata è un lutto di famiglia, un dolore a parte che io metto appena nel cumolo delle patrie miserie. Chi ama il suo paese piange lo strazio che si fa di esso più che i mali suoi propri. Benchè grave e miseranda la mia sciagura, che è in confronto delle pubbliche onde gemono cinque milioni d’Italiani? Io posso quietarmi alle volte sul mio affanno privato, ma non mai alla considerazione delle calamità moltiplici e diuturne che pesano sulla patria, non mai al pensiero della sua oppressione, della sua schiavitù, della sua infelicità.

— Potrebbe darsi che la signora esagerasse il suo amore di patria e la sua avversione al governo per acquistarsi una tal quale celebrità nel mondo dei liberali, disse il presidente con un sorriso beffardo. L’ambizione alle volte suggerisce i più strani partiti, compreso quello di sacrificare sè stessi alle lusinghe di essere ammirati e glorificati.

— Il signor presidente vorrebbe offendermi con questa maligna osservazione, ma io gli rispondo con calma che non esagero l’amore di patria nè l’abbominio all’Austria. Sono due sentimenti sinceramente professati fra noi, e così debiti e generali che non destano alcuna attenzione, come avviene delle doti comuni. Che vi sia un ostentatore di essi per vaghezza di rinomanza non si può credere, giacchè costui non arriverebbe a distinguersi dalla folla, nè a farsi un merito. Non mancano, è vero, anche i disamorati della patria e gli amici della mala signoria tedesca, ma si restringono a pochi venduti, che sarebbero pronti a mutare bandiera quando si rinnovassero gli avvenimenti dell’anno passato.

Il presidente suonò il campanello, e comparve una guardia che ricondusse la signora Elisa alla sua prigione. Indi a poco il medesimo tribunale ebbe dinanzi Faustino. Il fanciullo era destinato a servire di accusatore e di testimonio contro la madre. I giudici, profittando della sua inesperienza, dovevano trargli di bocca la rivelazione di fatti a lei pregiudizievoli, quando ve ne fossero stati. Per averlo pronto a questo perfido e snaturato ufficio, lo facevano intanto addolorare in carcere. Tale era la moralità e l’eccellenza della giustizia austriaca. Faustino aveva stabilito in cuor suo di voler essere impavido e superiore a sè stesso, ma il solenne apparato del luogo e l’imponenza dei giudici fecero svanire il suo proponimento. Sgomentato e peritoso, abbassava gli occhi e balbettava le risposte. Ci voleva lo stimolo dell’amore filiale e quello dell’indegnazione per fargli alzare il capo e sgombrargli dall’animo lo sbigottimento. Al rifiuto della sua preghiera di poter vedere la madre, si sentì mutato interamente.

— O crudeltà inaudita! proruppe egli acceso in volto. Dividere il figlio dalla madre, chiuderli separatamente, negar loro il sollievo di abbracciarsi! Di che siamo noi colpevoli per farci tanto soffrire? Povera madre mia!

— Calmatevi, disse il presidente, e rispondete con sincerità alle nostre interrogazioni. Questo è il solo mezzo per cui possiate sperare di riunirvi a lei. Quali amicizie, quali relazioni ha la vostra famiglia in Brescia?

— Io credo che prima di me avranno interrogato mia madre. Se ella ha risposto, è inutile che risponda io; se ha taciuto, io pure mi taccio.

— Voi cominciate male per meritarvi la consolazione che bramate.

— Non debbo acquistarmela col nuocere altrui.