— Vostra madre è colpevole di aver corrotto persone che trafugarono il cadavere di suo marito.

— Ah, povero padre mio, egli doveva dunque essere interrato come un bruto sui bastioni della città dove subì l’orrendo supplizio?

— Voi saprete per opera di quali uomini ella riuscì a dargli sepoltura al ronco.

— Io non so altro se non che una mattina mia madre mi guidò sopra un terreno smosso di recente, e mi disse «Qui giacciono le spoglie mortali di tuo padre». Io mi prostrai affannosamente, e proruppi in lacrime dirotte. Quel giorno medesimo piantai sul sacro terreno alcuni fiori che presto germogliarono e crebbero, e che io seguito a coltivare con religiosa cura.

— Il vostro giardino è stato distrutto; il corpo di vostro padre non è più là.

Faustino restò muto di quel silenzio a cui una subita e grave ambascia costringe. Egli ebbe la stessa ferita che colpì sua madre all’udire lo stesso annunzio. Dopo un istante potè formare la parola, ed esclamò:

— Giusto Dio, vendicate la profanazione dei sepolcri, punite gli spietati che mi uccisero il padre, e che ora mi tolgono le sue ceneri, sopra le quali mi era dato di piangere e di pregare. Neppure questo misero conforto ci è lasciato.

— Vostra madre confessò di aver composto l’iscrizione che stava sulla croce, disse un consigliere.

— E che perciò? Doveva forse attribuirla ad altri, mentre era sua?

— Confessò pure il nome dello scarpellino che la incise.