— Questo non può essere vero. Mia madre non ha basso animo, e non fa male a nessuno. Mi accorgo che si tenta di condur me a rivelare quel nome. Io dichiaro di non saperlo, e quand’anche mi fosse noto, non lo paleserei neppure sotto la tortura.
— Voi siete una testolina calda, conchiuse il presidente, un piccolo temerario imbevuto di cattivi principii, avviato a diventare un facinoroso, come era vostro padre. Tanto peggio per voi se non metterete giudizio.
IX. Il Carceriere pietoso.
Restituito alla sua prigione, Faustino pianse amaramente. La distruzione del paterno sepolcro, e la disperanza di unirsi alla madre avevano desolato senza rimedio la sua anima. Egli passò quasi un mese non trovando più modo di divagarsi nè col pensiero, nè colle solite occupazioni materiali. Un giorno il carceriere entrò per prendere gli utensili del pranzo, e vide che il fanciullo aveva mangiato pochissimo.
— Oggi non ha fame? domandò egli raccogliendo i tondi e piegando il mantile.
— No, non ho fame, rispose Faustino che sedeva sulla sponda del letto in atteggiamento di mestizia.
— E sì le vivande sono gustose, e dovrebbero stuzzicargli l’appetito. Vorrei che facesse onore alla mia cucina particolare, giacchè la sua signora madre ha ottenuto di servirsene per sè e per suo figlio. Mia moglie è una brava cuoca, e non lo dico per vantarla. Io lascierò qui ogni cosa, e il signorino mangerà più tardi con suo comodo.
— No no, portate via tutto. Io non voglio più nutrirmi, e così morirò d’inedia.
— Morire d’inedia! Che malinconie gli saltano adesso in capo?
— Io non posso più sopportare il mio tristo e troppo prolungato isolamento. Nessuno ha compassione di me.