— Questo biglietto posso portarlo, ma appena letto dalla signora, sarà distrutto sotto i miei occhi.
— Sì, sì, mi basterà che mia madre lo abbia letto. Ah, il bel pensiero! Permettete anche a lei di scrivere sul medesimo biglietto una riga di risposta, e poi lo distruggerete qui da me, dopo che mi sarò consolato del ricambio. Deh, mettete il colmo alla vostra bontà.
— Questo pure sarà fatto. A rivederci questa sera.
— Quanto v’invidio che potete comparire dinanzi a mia madre, guardarla in volto e parlarle.
— Da bravo, cominci a mangiare, chè sarà meglio, disse il carceriere uscendo e dando i chiavistelli.
Faustino si sentì contento all’idea di poter leggere e baciare i caratteri di sua madre. Gli si destò alquanto l’appetito, e prese a sbocconcellare.
La signora Elisa ebbe il biglietto del figlio, e ne fu dolcemente commossa, tanto più quando intese che poteva fargli una risposta. Questo era il primo conforto da lei ricevuto in prigione, dove il dolore le aveva stampato in viso le sue impronte fatali. L’anima può sopportare gagliardamente i patimenti morali, ma il corpo no che è fragile e non ubbidiente ai consigli della riflessione. La materia languisce e soccombe per la ragione medesima onde lo spirito rinvigorisce e trionfa. O sono leggere, o non sentite abbastanza quelle afflizioni che lasciano intatto il benessere della persona. Il carceriere mentiva dunque al figlio nell’assicurarlo che la madre godeva buona salute, ma egli doveva dire così. Il vero sta che la signora Elisa era mutata non poco da quella di prima, e che il decadimento della sua bellezza si faceva sempre più manifesto. In sei settimane di prigionia già trascorse non solo non aveva potuto vedere un parente, un amico, un servo, ma neppure ricevere novelle di nessuno. Ogni comunicazione a voce e per iscritto erale impedita. Ma la maggiore ambascia, la spina più acuta del suo cuore era la separazione dal figlio. Il conforto del biglietto fu di breve durata. Ella notò che Faustino non faceva motto della sua salute, e inoltre le parve che le parole fossero tracciate con mano tremante. Da ciò argomentando che egli fosse indisposto, si creava una nuova pena, e accresceva il suo struggimento di vederlo. La moglie del carceriere, che era madre anch’essa, pregò molte volte e indusse finalmente il marito a transigere, almeno per metà, col proprio dovere. Egli permise che la signora Elisa vedesse il figlio, ma nell’ora che sarebbe addormentato, affinchè il secreto di questa condiscendenza non fosse in balìa di un fanciullo. Nel profondo della notte Anastasio dischiuse piano piano la prigione di Faustino e v’introdusse la madre, cui balzava il cuore di tenera ansietà e di gaudio anticipato. Sulla punta de’ piedi si avvicinò al letto, si chinò sul dormente che giaceva supino e stette a contemplarlo con tutta l’intensità dell’amore materno. Il carceriere si fermò in distanza, tenendo il lume in modo che la scena rimanesse nella penombra. La madre s’avvide che il caro sembiante era alquanto sparuto, e la temenza pietosa venne a mescolarsi in lei cogli altri sentimenti. Chinatasi di più, lo guardò con occhio scrutatore, ascoltò il respiro, gli pose una mano leggera sopra la fronte, e poi si diede a baciarlo a fior di labbra sulle guancie e sulla bocca. Il godere sola di quella gioja le parve egoismo colpevole, e con fraude amorosa attribuì al caso ciò che avvenne per effetto del suo volere. Simulando tuttavia ogni precauzione, toccò di furto e vivamente una spalla del giovinetto, il quale fece un movimento e si scosse dal sonno. Chi può dire come egli rimanesse al trovarsi dinanzi la madre? Si sollevò a sedere, si fregò gli occhi, e persuaso che non sognava, imbietolì tutto quanto e pianse di dolcezza. Qui accadde un abbracciarsi lungo e fervoroso, un esclamare di giubilo, un bagnarsi di lacrime, un baciarsi senza posa. Il carceriere intenerito non poteva andare in collera come avrebbe voluto, nè gridare contro la violazione del patto. Dopo aver lasciato durare alcuni minuti quella effusione di santi affetti, intimò che era tempo di finirla. Egli disse alla madre nel ricondurla al carcere: Se il fanciullo si è svegliato per proprio impulso, è segno che Dio lo ha voluto; se fu la signora che apposta gli ruppe il sonno, io le perdono. Bisogna credere che Anastasio, a quello spettacolo affettuoso, si fosse molto impietosito, e che il suo animo avesse goduto al godimento altrui, poichè ogni cinque o sei notti introduceva la madre nella prigione del figlio, e così ripetevasi il piacere di tutti. Egli aveva detto a sè medesimo: Giacchè la prima visita non ha potuto rimanere secreta al fanciullo, tant’è che succeda allo stesso modo la seconda, la terza, e le altre che verranno in seguito. L’uomo non è una bestia feroce, e conviene che ubbidisca al cuore allorchè la sua voce parla più altamente di quella del dovere. Io spero che la mia colpa non sarà scoperta, ma quando pure lo fosse, l’aver mancato una o più volte farebbe lo stesso in questo caso. Potrò giurare però che i brevi colloqui della madre e del figlio furono soltanto espansioni dei loro affetti. I due prigionieri non parlarono mai di altre cose, nè io li lasciai soli un momento.
X. Rammarico degli amici.
Francesco era come fuori di sè stesso, e non trovava pace nè giorno nè notte. Aveva abbandonato il ronco, e abitava la casa in città per essere più vicino a’ suoi padroni, e per poter salire più presto e aggirarsi presso le mura del castello. Quante volte egli fece e rifece quella strada; quante volte passeggiò in vista del terribile edificio; quante altre si fermò al principio del lungo ponte di legno, e appoggiato al parapetto, fissò la tetra porta d’ingresso custodita dai soldati. Dio sa con che pensieri di affanno, di desiderio disperato, e di rabbia compressa egli si tenne colà immobile e dimentico d’ogni altra cosa. Ah, se avesse potuto passare quella soglia crudele, penetrare fino al carcere dei due infelici, e gettarsi ai loro piedi! Se avesse potuto almeno vederli da lungi, e salutarli con un cenno! Sovente si recava da Don Aurelio, sperando di avere da lui qualche notizia, ma l’ottimo prete sommamente afflitto egli pure, non ne sapeva più di Francesco. E sì, fino da quando i suoi cari furono arrestati, egli si era messo in moto e non aveva cessato di visitare e pregare magistrati, capi militari, ed altre persone considerevoli e influenti della città, onde procurassero la liberazione dei disgraziati. Ognuno prometteva più o meno caldamente l’opera sua, compresi coloro che avevano in animo di nulla tentare. Questi ultimi presentavano anticipatamente come difficile e pressochè impossibile la buona riuscita dell’impresa, e così mettevano al coperto la loro vigliaccheria di promettere senza intenzione di mantenere. Ma quelli ancora che si erano adoperati davvero e con zelo non ottennero che parole di speranza, e la cosa intanto andava per le lunghe.
La piccola Luigia aveva essa pure la sua afflizione, e tanto più sentita in quanto che doveva tenerla nascosta. La poverina comprendeva di non potere nè in casa sua nè presso Don Aurelio abbandonarsi alla tristezza, nè fare soverchie e premurose domande intorno la sorte dei prigionieri. A lei non conveniva mostrare un interessamento e una compassione al di là della misura che si tiene comunemente verso le sventure del prossimo. Quando era sola, si dispensava dal dissimulare. Immestita nel volto gentile e nei begli occhi cerulei, pensava a Faustino e se lo rappresentava in tutte le condizioni di patimento. Colla immaginazione inesperta e impaurita lo vedeva chiuso in una cella oscura e malsana, sdrajato sopra un pagliericcio, nutrito di scarso e grossolano cibo, e duramente trattato da’ suoi guardiani. Lo vedeva tristo e gemente passare i giorni sconsolati, e le notti insonni e più travagliose ancora. Si pentiva di essersi comportata verso di lui con apparente indifferenza, di non avergli lasciato intravvedere che gli voleva bene, perchè da questa idea egli trarrebbe forse nella sua miseria un conforto, e tanto più se avesse corrisposto al bene di lei. Per la signora Elisa, quantunque non la conoscesse, nutriva pure compassione ed un certo affetto, perchè era madre di Faustino e sua compagna nella sventura. Visitando Don Aurelio, entrava lieta e scherzosa, affettazione fanciullesca che ella credeva arte profonda per nascondere il proprio animo. Dopo una volubilità di discorso, domandava della signora Elisa e di suo figlio, volgendosi altrove e baloccandosi intanto. Don Aurelio era troppo preoccupato per badare minutamente al contegno di Luigia, e trovava poi naturale e dovuto che ella si componesse alla serietà del compianto, udendo che le novelle non erano buone. Conversando con Marta, la giovinetta non si studiava tanto nel dissimulare. Un giorno di dicembre la governante stava curando i suoi vasi di fiori in una stanza accomodata a guisa di serra. Luigia entrò proprio colla mira e colla voglia di parlare di Faustino. Ma prima che il discorso cadesse là, bisognava raggirarlo destramente per altre vie.