— Siamo arrivati quasi alle feste di Natale, disse Luigia, alla stagione la più nemica dei fiori. Non è vero, signora Marta?
— È vero pur troppo, rispose la governante additando un bottone di rosa tristanzuolo che non poteva sbucciare. Veda, signorina, come l’inverno mi accomoda, per esempio, le mie rose del Bengala.
— Però in complesso non vi potete lagnare del vostro giardino invernale. Questi geranj, queste viole e questi gelsomini sono prosperosi, e spandono qua dentro un odore soave.
— Sì sì, ma è tutt’altro in maggio ed in agosto. Io dirò sempre: Viva la primavera, e viva l’estate.
— Sono del vostro parere anch’io. L’inverno piace a pochi, e principalmente questo che è freddo assai.
— Oggi quattro gradi sotto lo zero, dice il mio padrone che consulta il suo termometro appeso allo scaffale dello studio. Io poi non capisco come una macchinetta di legno e di vetro possa sentire il freddo, e indicarlo altrui. In quanto a me, io lo sento nelle mie ossa, e da ciò so misurarne la forza.
— Lo sentono ben più i poverelli mal vestiti, e che non hanno stufa nè caminetto nella loro camera. A proposito, chi sa mai se la signora Elisa e suo figlio avranno fuoco in prigione.
— Ah, temo di no. Essi patiranno anche di freddo, mio Dio.
— Sarebbe una crudeltà infinita quella dei loro carcerieri. Si dice che sia tanto buona la signora Elisa.
— Una benefica, una santa donna. Se fosse in libertà, molti bisognosi sarebbero provveduti di legna e di vestimenti dalla sua carità. Invece ella deve soffrire quella miseria che avrebbe riparata negli altri.