Francesco sentiva nel suo animo questa verità, come debbono sentirla tutti gli onesti. Ma pure avrebbe desiderato di udire un’altra sentenza, almeno dal fanciullo per amore del quale era trascorso all’assassinio. Egli non avrebbe dato gran peso a tale sentenza, perchè non cercava una giustificazione al suo delitto, ma solo un compatimento ed un sollievo momentaneo alla sua coscienza. Essendogli mancato questo refrigerio, volle procurarselo in altra guisa indipendente dall’opinione e dal giudizio altrui. Dopo una transazione di discorso, entrò a dire:
— Mi sembra che la sua signora madre non abbia ancora riacquistato il colorito e l’aspetto prosperoso di prima.
— È vero pur troppo. Io temo sempre che si ammali.
— Questo poi no; la gran burrasca è passata. Non è un bel complimento ma anche il signorino ha tuttavia la ciera alquanto sparuta.
— Me lo dice pure lo specchio. Gli effetti di una dura prigionia non si cancellano così tosto. Ah, se abbiamo penato!
— E senza il conforto di stare insieme, e farsi animo a vicenda. Come sarà loro parso lungo il tempo.
— Ti lascio immaginare.
— Chiuso in un piccolo spazio murato, colle finestre sbarrate di ferro, doveva essere un supplizio per lei avvezzo al moto libero e all’aria aperta della campagna. Non avere neppure un libro per occupare il pensiero. E poi la privazione di tutti i loro comodi.
— Anzi delle cose le più necessarie. Ti dico la verità che mi sono augurato molte volte di morire.
— E perchè sottomettere alla pena dei malfattori due anime degne invece di benedizioni e di felicità? Perchè vollero possedere gli avanzi mortali della persona che più amavano al mondo, della persona iniquamente uccisa dagli autori medesimi dei loro tormenti.