Sullo scorcio di luglio la signora Elisa andò a soggiornare in un’altra sua villetta situata fra Urago e Collebeato a quattro miglia da Brescia verso occidente. Don Aurelio accettò volentieri di tenerle compagnia, e così non interruppe l’istruzione di Faustino. Il giovinetto sentì rincrescimento di non dover ricevere per un pezzo le lezioni in casa del maestro. Luigia aveva saputo ciò che stava per accadere, interrogando Marta che allestiva un baule pel suo padrone. A tale notizia fu penetrata del medesimo rincrescimento di Faustino. Questi aveva preparato da alcuni giorni un biglietto, e per ricapitarlo aspettava l’opportunità, non senza temere che gli mancasse. Ma l’opportunità non mancò, e l’atto venne compito con mano tremante e con violenta pulsazione di cuore. Era per Faustino un ardire di nuova specie, una sorta di dichiarazione amorosa che metteva in quell’istante i suoi spiriti in tumulto. La fanciulla scomparve per leggere il biglietto così concepito. «Io desidero di tornare il più presto possibile a prendere lezione in questa casa, dove provo delle consolazioni... Il mio pensiero volerà qui infinite volte, e mi conforterò intanto colle sue illusioni. La saluto di cuore». Luigia ebbe carissimo questo scritto, e lo lesse replicatamente. Però le parve troppo breve, e non abbastanza chiaro. Avrebbe voluto trovarvi qualche cosa di più deciso e di più significante. Faustino doveva dire, per esempio, che le consolazioni gli venivano da lei, dirlo senza bisogno d’interpretazione. E poi che male ci sarebbe stato a mettervi qua o là la parola amore? Fu tentata di rispondergli, ma una voce interna l’avvisò di astenersene. Faustino aveva fatto bene a scriverle quella letterina, ma essa non doveva ricambiarlo, sebbene fosse persuasa che gli avrebbe con ciò ricambiato anche il piacere da lei provato. La ragione di tale ritenutezza non sapeva propriamente trovarla. In lei principiava l’azione di quel freno istintivo che in fatto d’amore contiene la donna al di qua della libertà concessa all’uomo. Fare dei sacrifici, molto sentire e poco manifestare, ecco la sua condizione, che spesso è salvaguardia di gravi errori. Luigia nascose il suo tesoretto in luogo sicuro, e il giorno dell’ultima lezione si trovò alla solita finestra quando Faustino partiva. Questa volta non vi era il sorriso sulle loro labbra, nè la serenità nei loro sguardi, prolungati oltre l’usato.

La signora Elisa villeggiava dunque alla breda. Con questo nome chiamano i Bresciani ogni podere poco vasto, situato nelle pianure circostanti alla città. La casa era fabbricata in un luogo piacevolmente solitario, alla quale si arrivava per un viale fiancheggiato di alti pioppi. Il terreno consisteva in duecento pertiche, diviso in vari pezzi coltivati a gelsi, viti e cereali. Don Aurelio sentivasi ringiovanire abitando alla campagna con quelle amate persone, di cui si studiava divertire le dolorose memorie colla sua conversazione quando spiritosa e quando erudita, ma sempre allettevole e sparsa di grazie. La signora Elisa ne ritraeva realmente un sollievo; la sua quiete non era tutta effetto di quella legge sociale che prescrive di non rattristare gli ospiti colla tristezza nostra. Le voci del dolore aspettavano a parlare in lei allorchè, per mancanza di distrazioni e di testimonj, la trovavano disposta ad ascoltarle. Tutte le sere, al rinfrescarsi dell’aria, i tre villeggianti facevano una passeggiata nei contorni, e specialmente sull’argine del Mella poco discosto dalla casa. Questo torrente nella stagione più calda rimane a secco, e soltanto in alcuni luoghi bassi contro le sponde conserva un po’ d’acqua lenta o stagnante, che ogni giorno va calando essa pure. Sicchè il Mella in estate sembra un immenso deposito di ghiaja e di ciottoli lucenti e infuocati dal sole. Chi avrebbe mai pensato che un mare di acqua dovesse scorrere sopra quel letto che il giorno prima si attraversava a piedi asciutti? Un mare di acqua precipitosa, che imperversando rabbiosamente soverchiò e ruppe i ritegni, versandosi ad inabissare i campi di cento comuni. Tanto accadde sventuratamente a rovina e lutto di una parte della provincia bresciana. La notte fra il 14 e il 15 agosto del 1850 si scatenò il più spaventoso uragano che ricordino le memorie di Lombardia. Enormi macigni, staccatisi dai monti, precipitarono nella Val Trompia dove passa il Mella, e sviarono col loro ingombro il furioso torrente già gonfio dalla tromba diluviale. Il ruggire del vento si confondeva con quello delle onde, il rumore del tuono con quello dei massi cadenti e rotolanti a precipizio. Lo schianto degli alberi, il crollare delle case, lo sconquasso e il travolgimento delle masserizie, le grida delle persone disperate, il muggire lamentoso degli armenti trascinati dalla piena accrescevano l’orrore di questo cataclisma rischiarato ad intervalli dalla tetra luce dei lampi. Ogni prova di coraggio e di abnegazione, ogni tentativo ardimentoso per mettere un qualche freno all’incollerito elemento riuscirono vani. La carità di ajutare i sommersi ne accrebbe il numero, vittime lacrimevoli le une non meno delle altre. Qual notte d’inferno! Ma venne il giorno ad illuminare quella scena in realtà più tremenda e più desolante di quello che in mezzo alle tenebre avesse potuto dipingersi alle atterrite fantasie. Allora si videro galleggiare cadaveri di persone e di bestie sopra le acque torbide e frementi tuttavia; si videro alberi, legnami, cumoli di strame, attrezzi rurali e suppellettili d’ogni sorta. Allora si videro ponti disfatti, strade franate e confuse coi campi, tutta la pianura sparsa di sassi e di macerie, ogni vestigio di coltivazione scomparso, un caos, un deserto generale. E quello era un giorno di solennità religiosa dedicato alla gran Madre di Dio, il giorno della sua assunzione al cielo. Quanti dei fedeli che lo avranno invocato preparati a celebrarlo divotamente si trovavano adesso senza tetto, senza vestiti e senza pane. Nei successivi giorni si manifestarono sempre più le conseguenze di questo fatale disastro, le quali dopo dieci anni non sono ancora dileguate interamente.

Affrettiamoci a far conoscere la situazione dei nostri personaggi nel frangente di quella notte spaventevole. Quand’anche avessero potuto prevedere l’imminente catastrofe, il vento turbinoso e la pioggia cadente a rovesci non permettevano loro di abbandonare la casa, che ben presto fu allagata fino all’altezza di due braccia. Si rifugiarono al piano superiore, dove li feriva lo strepito sordo e lontano del rovinio che abbiamo tentato di descrivere. A poco a poco lo udivano più distinto e commisto ai clamori dei pericolanti e alle grida di soccorso che partivano dalle case più prossime. Francesco, al principiare della tempesta, era accorso a qualche luogo più minacciato, ma vista l’impossibilità di giovare e pensando a’ suoi padroni, retrocesse indi a poco immergendosi nella piena fino alla cintura. Per verità i suoi padroni non correvano rischio in una casa edificata solidamente, intorno alla quale non potevano le acque molto alzarsi, avendo aperto lo sfogo della vasta e declinante pianura. Il giovane, in mezzo alla pietà del prossimo e alla costernatone per la sventura generale sentiva destarsi vivamente gli affetti del sangue, e stava turbato sui pericoli della sua propria famiglia. L’amore verso i suoi padroni non aveva in lui diminuito quello che portava alla madre ed ai fratelli. Ora il pensiero che essi abitavano là dove il Mella doveva avere più imperversato, lo rendeva sommamente inquieto. Non ancora ritirate del tutto le acque, egli volle recarsi al nativo paese di Tavernole, e vi giunse a fatica per vie quasi impraticabili, rattristando ad ogni passo lo sguardo sulle rovine, e udendo racconti di miserie estreme. La sua piccola possessione, la casa e la fucina erano guaste bensì, ma non al segno di tante altre del circondario. La madre ed i fratelli non ebbero a soffrire alcun male nella persona, dallo spavento in fuori. Dopo aver avvisato con essi circa il modo di riparare i danni, dopo averli confortati e regalati del risparmio sul suo salario, egli rifece il cammino fra il medesimo spettacolo affliggente.

A Brescia tutti i cittadini erano angustiati. Marta, da quattro giorni dopo il disastro, non sapeva ancora niente di Don Aurelio nè degli ospiti suoi. Luigia andava mattina e sera ad interrogarla con ansietà, e sempre udiva la medesima risposta d’incertezza. Oh Dio, se egli si fosse annegato! pensava la fanciulla, discolorando a quell’idea. Finalmente capitò Francesco a quietare la governante, che alla sua volta quietò Luigia. Egli si recava alla casa di città e a quella del ronco per radunare biancherie, coperte e capi di vestiario da distribuirsi ai danneggiati più bisognosi. Inoltre la signora Elisa fece elemosine considerevoli di danaro e di grano. La carità pubblica si destò e operò alacremente non solo nella provincia di Brescia e in tutta la Lombardia, ma in altre parti d’Italia e più nel Piemonte, che nutriva pei Bresciani una speciale simpatia. Il governo austriaco non diede un soldo del suo. Egli si degnò di permettere che si facessero collette nel nostro paese, ma negli altri dell’impero no. Eppure fu questuato parecchie volte fra noi per infortunj accaduti in Boemia ed in Croazia. Il Lombardo-Veneto doveva dar sempre, e non ricevere mai. Meglio così. Noi domandiamo se i Bresciani, nobilmente sdegnosi, avrebbero ricevuto volentieri la carità degli Austriaci.

PARTE SECONDA

I. Sguardo retrospettivo — La confessione — Il ritorno di Francesco.

La tessitura di questo racconto vuole che ora facciamo un gran salto sopra il tempo, e che prendiamo i nostri personaggi come stavano in autunno del 1857. Quanti nuovi mali percossero l’Italia in questo intervallo di sette anni! Con quale inasprimento di tirannia la trattarono i suoi nemici! Principiando dal Lombardo-Veneto, quante persecuzioni e crudeltà, quanti ladroneggi vi andavano commettendo! Il governo militare prolungato per anni, le imposte d’ogni maniera accresciute enormemente, violate e derise le promesse riforme, gravosi e stolti insieme i nuovi ordinamenti, deportazioni e patiboli per punire i generosi impazienti del ferreo giogo. I feudatarj dell’Austria si comportavano non meno iniquamente di essa. A Parma regnava un malarnese di duca spavaldo e prepotente, che divorava le sostanze dei sudditi per alimentare i suoi vizj. Caduto sotto il pugnale della vendetta, la vedova di lui tirava innanzi con un governo da donnicciuola, che alla schiavitù dei governati aggiungeva l’avvilimento e la vergogna. A Modena il degno figlio di Francesco IV, seguendo la fortuna dell’Austria, si restaurava sul trono paterno, reggendosi col sistema di prima, e moltiplicando, a danno del popolo impoverito, le sue già esorbitanti ricchezze. Il Granduca rientrava con male disposizioni, smentiva la sua fama di mitezza, e chiamava o sopportava in casa diecimila soldati austriaci. Questa insolita e lunga occupazione forestiera inasprì sommamente i Toscani, e li dispose contro la dinastia di Lorena ad un odio che portò più tardi i suoi frutti. Il Papa tornava anch’egli dalla fuga, protetto dalle armi straniere, e la reazione pretina faceva le sue vendette. Quel governo scompigliato e cieco non solo perdurò caparbiamente negli antichi errori, ma ne accrebbe la somma. Per non cadere di nuovo, gli fu mestieri puntellarsi colle bajonette francesi e tedesche. Finalmente il Borbone di Napoli, astuto e inflessibile tiranno, proseguiva a regnare col solito dispotismo feroce, disprezzando ogni buon consiglio da qualunque parte gli venisse dato. Egli giurò e spergiurò, come gli altri, una costituzione strappatagli dalla paura, fu bugiardo nelle amnistie, condannò al carcere ed all’esiglio un numero infinito di patrioti, e singolarmente incrudelì contro i Siciliani. In mezzo a tanta tristizia di governi e miseria di governati, il solo Piemonte camminava francamente nel suo libero reggimento, maturava i suoi disegni generosi, e teneva vive le speranze della redenzione italiana, che ora si va compiendo.

Faustino toccava il ventunesimo anno, ed era uno de’ più bei giovani di Brescia. Le grazie della persona e dello spirito, che abbiamo conosciute in lui adolescente, avevano raggiunto uno sviluppo ed una perfezione ammirabile. Egli presentava incarnato il bello ideale della scultura coll’animazione che essa non può dare. Fanciulle e donne lo guardavano un po’ troppo lungamente, e l’impressione che ricevevano del suo volto durava anche dopo sparito. Faustino ignorava di avere tanta virtù di attrazione e di essere l’oggetto di molte brame secrete, che avrebbe dipeso da lui il convertire in passioni profonde. Ma sapendolo pure, non ne avrebbe profittato, come giovane non inchinevole per natura alle lusingherie amorose, e non cercatore di galanti avventure. Amando sempre la sua Luigia, egli serbava per le altre donne l’indifferenza e quasi la ritrosia del Pastor Fido. In quanto all’istruzione, la possedeva ampia, moltiplice ed esatta per sola opera di Don Aurelio e di un altro insegnante privato; istruzione libera e sciolta dalle pastoje liceali e universitarie dell’Austria. Egli non voleva dal governo impieghi nè uffici di sorta. Le sue visite a Don Aurelio non erano più quelle dello scolaro al maestro, ma dell’amico all’amico, e conversando seco lui accresceva tuttavia il tesoro delle sue cognizioni.

Da lungo tempo Faustino e Luigia avevano cessato di vedersi in casa di Don Aurelio, e così bisognava fare. Benchè durassero i rapporti delle famiglie e l’occasione della vicinanza, non vi erano più dalla parte di Luigia le ragioni e le libertà fanciullesche per condurla di frequente, come una volta, presso l’inquilino. Ora doveva avere altre cure in casa propria, e andare da lui colla debita moderazione, e non mai quando vi potesse incontrare Faustino. I due giovani furono egualmente persuasi di questa convenienza, e vi ubbidirono. L’amore e la beltà crebbero in essi cogli anni, e pareva che la beltà e l’amore si fossero giovati a vicenda nell’incremento. Le loro anime si erano perfettamente intese. Ora si amavano colla pienezza d’affetto e di fidanza, che ha in sè tante gioie da supplire a quelle mancate del trovarsi insieme. Da supplire fino ad un certo segno, aggiungiamo. Il compenso sarebbe stato scarso quando non avessero avuto il modo di ricambiarsi tratto tratto una letterina e qualche occhiata in distanza. A dir giusto, quello delle occhiate in distanza non era un fatto nuovo, se il lettore se ne ricorda. Faustino aveva terminato di essere scolaro, ma egli passava ancora sotto quella tale finestra, salvo il mutamento dei giorni e delle ore.

Poteva l’amore del giovane rimanere sempre nascosto alla signora Elisa e a Don Aurelio? Poteva l’occhio della madre e quello dell’amico non leggere nel suo cuore? E Faustino medesimo non doveva finalmente confidarsi colla madre e coll’amico? No, essi non ignoravano il suo secreto, e ne tenevano discorso fra loro. Siccome l’amore pareva ben collocato, e molta la probabilità del matrimonio, così non ne erano inquieti, e fingevano di non addarsene, aspettando la confessione di Faustino. Un giorno di ottobre egli ricevette un foglio di Luigia, e tornò al ronco tutto consolato di quel dono, che mancavagli da qualche tempo. Era singolarmente strano il suo contegno in tale giorno. Discorrendo a tavola, passava di sbalzo da un soggetto all’altro, da una facezia ad un serio proposito, dal ridere al comporsi in gravità, dalla distrazione al raccoglimento. Tutto ciò perchè avrebbe voluto entrare in un certo tema, e non osava. Sotto gli sguardi fissi della madre si sconcertava di più e arrossiva. La signora Elisa indovinò il motivo di quell’impaccio, e si divertì nell’aumentarlo. Dopo pranzo Faustino la prese sotto il braccio, ed uscirono a passeggiare all’aperto.