— Ebbene, andiamo. Io terrò conto anche di quest’altra prova del tuo amore.

— Eh, che conto! Dove pensa di recarsi?

— Nella Svizzera.

— Va bene. Io sono pratico dei luoghi, e vi arriveremo senza intoppi. La via della Valtellina è troppo lunga; piglieremo quella di Como.

Furono presto alla stazione della strada ferrata senza passare per Brescia. Alcune ore dopo discesero a quella di Porta Tosa, e poi salirono all’altra di Porta Nuova presso Milano, per finire all’ultima della Camerlata. Al di sopra di Como presero certi sentieri attraverso i campi, e quindi misero piede sul territorio di Mendrisio. Con qual animo poi si dividessero, lo pensi il lettore. La sera del giorno dopo Francesco rientrava in Brescia.

— È salvo, è salvo, disse alla sua padrona che stava in compagnia di Don Aurelio.

— Ah, Checco, non ti avrei creduto capace di secondare Faustino in questo orribile fatto, disse la signora Elisa con severità mista alla costernazione.

— Secondarlo? Ecco l’accusa che io temeva. Il cielo mi è testimonio della opposizione che gli ho fatta, ma inutilmente. Egli stette fermo come una rupe. Mi era nato perfino il pensiero di chiuderlo in camera, ma sono persuaso che avrebbe rotto l’uscio, o si sarebbe calato dalla finestra piuttosto che mancare al convenuto. La signora avrà trovato delle lettere.

— Sì, le ho trovate.

— La ferita di Faustino è veramente leggera, come si racconta? domandò Don Aurelio.