Don Aurelio e Luigia erano dolentissimi che alla emigrazione del figlio si fosse aggiunta quella della madre. Le sventure e le afflizioni si succedevano l’una all’altra. Il padre della fanciulla andava di male in peggio nei suoi negozii. Da parecchi anni la filatura dei bozzoli eragli stata tutt’altro che lucrosa. La perdita di una lite, alcune speculazioni disgraziate, e il fallimento di un corrispondente concorsero a precipitarlo. Ormai non poteva più soddisfare a’ suoi impegni, e trovavasi al punto di dover fallire egli stesso. Un ricco cittadino, il signor M.*, si offerse di salvargli il credito e le sostanze al patto che diremo dopo una digressione.

Tutti i paesi d’Italia vantano uomini amanti della patria, il numero dei quali è grande dove più e dove meno, come la forza del loro amore. Parlando solo della Lombardia, si può dire che vi abbondano questi uomini, e non pochi sono patriotti in alto grado. Costoro hanno veramente l’Italia in cuore. Per essa versano il proprio sangue e prodigano i loro averi, contribuendo a tutto quanto può agevolare i suoi trionfi e il suo risorgimento. Nell’oro da essi donato vedono armi e armati che fulminano i suoi nemici. Nessun sacrificio è loro increscevole. Se poco possiedono, danno tuttavia molto per ammirabile virtù di abnegazione. Ai bisogni e agli appelli urgenti, essi dicono fra sè medesimi: supponiamo che un incendio ci abbia guasta la casa, o la gragnuola devastati i campi, e il danaro che dovrebbe riparare i danni, adoperiamolo a soccorrere la patria. Quanto hanno patito al tempo della sua oppressione, altrettanto gioiscono ora che va risorgendo a libertà. Non sono entusiasti del momento, nè facili a raffreddarsi sui grandi avvenimenti politici e militari che ci apportarono salute. Durevoli sono nei loro animi le impressioni lasciate da questi avvenimenti; viva è sempre la memoria dei vantaggi che ne risultarono. Essi ne parlano e ne godono come di un bene appena ricevuto. Per essi le battaglie di Magenta e di Solferino, le annessioni dell’Emilia, della Toscana e delle Due Sicilie sono fatti accaduti jeri, e sentiti ognora col piacere di una grande e felice novità. Gli uomini in generale illanguidiscono prestamente nel loro sentire, compreso quello toccante la patria. Sulle cose avute per più importanti e più care passano in breve alla tepidezza, all’indifferenza e quasi all’oblìo. Questo è un grave male di fare subitamente vecchio il nuovo e di adagiarsi nel presente senza più rivolgere il pensiero al passato, nè stabilire confronti. Ciò impedisce non solo di apprezzare degnamente e di godere appieno la prospera situazione raggiunta, ma scema lo stimolo e l’aspirazione a renderla più prospera ancora. Come vi sono gli eccellenti patriotti, così esistono gli uomini che del nome di patria non conoscono neppure il significato. Lasciando i molti di costoro che s’incontrano fra i volgari, accenniamo ai pochi della classe ricca e distinta. Sono pochi, ma ci colpiscono di un senso tanto più disgustoso in quanto che li troviamo in una sfera che non dovrebbe presentarne alcuno. Questi figli disamorati non hanno mai palpitato al nome della loro madre, l’Italia. Essi vivono sul suo suolo come stranieri, e non prendono parte nè ai dolori nè alle gioie di lei. Anzi hanno contribuito a procurarne i dolori appunto perchè non aspiravano a parteciparne le gioje. O aderivano al governo austriaco, o l’anima hanno meschina e pregiudicata, o l’avarizia li strozza. Per l’una o per l’altra di queste maledizioni non fecero e non fanno mai nulla a pro della patria, nemmeno per timore della pubblica opinione, che essi disprezzano. Invano si cercano i loro nomi negli elenchi dei benemeriti che giovano alla causa nazionale. Il loro danaro sta chiuso nei forzieri, o lo spendono per alimento dei proprii vizii, o in opere di stolidi e dannosi intendimenti. Anche Brescia la generosa conteneva alcuni di questi uomini biasimevoli, e li additava vergognando. Nel picciol numero era compreso il signor M.* che si presentò per soccorrere il padre di Luigia. In contraccambio del beneficio egli domandava di sposare la fanciulla, della quale erasi follemente innamorato, sapendo pure che essa amava Faustino e che doveva a lui unirsi. I suoi milioni lo fecero dimentico de’ suoi cinquant’anni, ardito a far rompere una promessa, e crudele nel desolare due cuori. Forse egli affibbiava alla sua azione un qualche epiteto onorevole, come quella che salvava un onesto negoziante dalla rovina. A far conoscere ai lettori questo fatto gioverà, meglio della nostra narrazione, la corrispondenza che noi citiamo.

Luigia a Faustino.

25 marzo 1858.

Le angustie di mio padre vanno aumentando colla sua tristezza; egli ha l’aspetto di un ammalato. Alle mie interrogazioni risponde che gravi sventure di commercio lo hanno colpito, e non mi dice di più. Nel suo studio vi è un’insolita frequenza di persone che vanno e vengono con dipinta in volto una cura molesta. Io pavento una catastrofe imminente. Se non avessi il tuo amore che mi sostiene, sarei disperata. Ah, Faustino, sposerai tu una povera giovane senza dote?

Faustino a Luigia.

26 marzo.

Prima rispondo alla domanda colla quale tu chiudi la tua lettera. Se io ti sposerò malgrado la sorte che le disgrazie di tuo padre ti preparano? Potresti tu dubitarne, mia Luigia? Nel tuo dolore io ho un motivo di più per amarti, e per voler dividere con te il poco che possiedo. Ecco la prova che posso dartene: ottieni da tuo padre che egli accorci il tempo assegnato alla nostra unione, e che questa si compia al più presto qui in Piemonte. Digli che se bastassero cinquanta o sessanta mila lire per riparare allo sconcerto de’ suoi affari, noi lo assicuriamo di procurargliele. Mia madre ed io abbiamo già discorso in proposito, e fatto qualche disegno. Non ti perdere d’animo, Luigia cara, e speriamo che tutto finirà bene.

Luigia a Faustino.

4 aprile.