Intanto vengono le 10,46’ e si deve scendere dalla ferrovia alla stazione di Eidsvold per attraversare in un battello a vapore il lago di Mjösen, il più bello di tutta la Norvegia, che ha la forma ad ipsilon come il nostro lago di Como e che per le sue rive, povere di villaggi, ma ricche di pini e di rupi scoscese, rammenta i laghi scozzesi. Pranziamo a bordo serviti da bionde e robuste amazzoni scandinave, che sono assai più lusinghiere dei piatti, che ci sono serviti: montone allesso, l’eterno salmone, l’eterna birra e un’insalata condita con zucchero e latte. Una crema eccellente servita col multeber (frutti del rubus chamaemorus) mi riconcilia però colla cucina norvegiana e mi fa benedire la vita. Benchè lombardo, devo per amor del vero confessare, che la panna della Norvegia è molto superiore alla nostra, che pure è tanto squisita: essa è soave e grassa come la lombarda, ma è più profumata e meno densa; è un vero balsamo per i ventricoli schizzinosi e di difficile contentatura.
Alle 2,15 il lago di Mjösen è tutto percorso e si ritorna in ferrovia, dove con grande compiacenza trovo che il mio biglietto di seconda classe mi dà il diritto di passare in prima ed io entro col fido amico in un vagone tutto specchi e velluto porporino. In quel grazioso salotto si attraversano bellissimi boschi molto fitti di abeti, che s’innalzano sopra molli tappeti della cenomyce rangiferina. Qua e là vediamo casette di legno tutte coperte di terra che alberga arboscelli e erbe, un vero giardinetto aereo posto sul capo dell’abitazione dell’uomo. Sulla riva destra del Glommen incontro sei o sette villaggi, sempre di legno e variopinti. Le stazioni son tutte piccine, ma linde, ma pulite. Non mancano mai i vasi di fiori dietro le finestre e campeggia sempre un enorme termometro, che annunzia a tutti uno dei fatti più importanti per la salute dell’uomo in quei paesi iperborei. Alcune stazioni sono ornate di corna di alce o di rangifero.
A destra ci accompagna sempre il fiume Glommen e qua e là grossi ammassi di ciottoli morenici ci dicono ad alta voce, che noi percorriamo il letto di antichi ghiacciai.
Alle stazioni osservo con attenzione di antropologo la faccia degli abitanti. Fra le faccie lunghi e bionde e le grosse teste degli scandinavi spiccano nel basso popolo altre faccie mongoloidi molto larghe e con naso molto piccolo. Saranno finni o lapponoidi? Non rispondo alla domanda, perchè troppo facile è arrischiare congetture e fabbricare teorie, ma la scienza severa giudica le une e le altre come altrettante pagine di romanzi storici.
La stazione di Koppang ci ferma alcuni minuti e si lascia ammirare. La circondano belle case di legno a grosso bugnato; ma io preferisco sempre ai lavori dell’uomo le opere della natura e sulla guida del mio Stephen, che erborizza anche nelle stazioni, colgo in quei pressi per la prima volta la betula nana, il più microscopico albero dell’Europa, molte viole silvestri del pensiero e una bellissima ericacea, l’andromeda polifolia.
Si giunge a Toenset alle 11,55’ della sera e si cena con salmone salato, uova sode e birra. È in questa stazione che dobbiamo passare la notte: perchè in Norvegia non si viaggia che di giorno e il treno, come una buona e brava diligenza dei tempi passati, sta fermo dinanzi a noi, aspettandoci al risveglio dell’indomani; mentre molti viaggiatori lasciano nei vagoni le loro cose, sicuri di trovarvele intatte all’indomani. Il nostro albergo, tutto di legno, ha sulla porta grandi corna di renne e la nostra cameruccia è piccina piccina, il letto piccino piccino e la luce pacata d’una notte che è giorno c’inonda soavemente, cullandoci in una sonnolenza, che non può esser sonno.
La luce velata si fa poco a poco luce viva, sfacciata; i due crepuscoli della sera e del mattino, come due ardenti innamorati, che non possono separarsi che per pochi istanti, si son dati un nuovo bacio e si sono confusi in un amplesso di una sola aurora. La tromba del treno ci avverte, che convien partire; ma se qualche viaggiatore si è attardato, o se vuole con maggior agio sorbire il suo caffè, il conduttore non ne farà per questo una questione di gabinetto e ritarderà di qualche minuto la partenza. Qui gli uomini non son fatti per i treni, ma i treni per gli uomini e le ferrovie sono piene di bonomia, di pazienza e di condiscendenza.
Siamo rientrati nel nostro elegante salottino di velluto rosso, ma lo possiamo godere per poco più che due ore; perchè la stazione di Röros ci arresta. È qui che dobbiamo raccogliere le notizie sui lapponi di Ojung, è qui che il bravo ingegnere Fries deve servirci di guida e di maestro per la nostra avventurosa spedizione. Egli è così gentile, che mentre ci dirigiamo alla sua casa, egli ci è venuto incontro e ci indovina, senza bisogno di fotografia o di passaporto colle note personali. In casa sua si studia la carta geografica del luogo e si decide di inviare un telegramma all’ingegnere Hauan, che ad Eidet dirige un’altra fonderia di rame. Ci risponde dopo qualche ora, che vi sono lapponi a Ojungstrakten e ch’egli all’indomani ci aspetterà alla stazione di Eidet con tutto il necessario per la nostra spedizione.
Röros è luogo triste e che ti agghiaccia il cuore; è posto nel centro della Norvegia sopra un altipiano a più di 2000 piedi sul livello del mare; nessun albero: una landa quasi deserta, sparsa di rovine di ghiacciai, monti all’intorno mal disegnati, brulli, quasi mai abbandonati dalle nevi. Nell’inverno gela sempre il mercurio e l’ingegnere Fries nell’ultimo inverno ha fatto un bel chiodo argentino di mercurio, battendolo a colpi di martello sopra un’incudine. Le case piccine, grigie; vie selciate di scorie metallurgiche; fumo, vapori di solfo dappertutto; un torrente, che ha lacerato le viscere di quella terra infeconda e mugge fra i massi di carbone e i cumuli del minerale di rame, che dà a quel paese un pane, che deve sapere di solfo ed essere freddo anch’esso.
Anche a Röros raccolgo però due sorrisi di bellezza e di vita. Nelle aride sabbie, che circondano quel paese infernale, fioriscono spontanei cespugli così fitti di viole del pensiero, da farne un mazzo con una sola pianta. Nell’albergo della stazione, fragrante di resina di pino, sorridono altri fiori: sono le bionde e rosee figlie del capostazione, che è anche oste, e che dai loro occhi azzurri lasciano piovere raggi di fresca giovinezza e d’innocente simpatia. Ti portano il caffè di buon mattino, quando tu sei ancora a letto, fidando giustamente nella loro virtù e nel rispetto dell’uomo per la purezza virginea della giovinezza.